Corre l’anno 2086 e, in un luogo imprecisato dell’Appennino (diciamo pure fra Emilia e Toscana, tanto per non inimicarmi immediatamente nessuno) cinque persone si sono riunite clandestinamente per celebrare un rito. Non clandestinamente perché nel frattempo la Stregoneria sia stata proibita, intendiamoci, anzi, è diffusissima: sono tutti Streghe e Stregoni, praticamente chiunque, tanto che ormai sul documento d’identità, subito dopo altezza e colore degli occhi, si può scegliere fra Wiccan eclettica, Hedge Witch, Green Witch, Cosmic Witch, Kitchen Witch, Shadow Witch, Sea Witch anche se si abita a Pinerolo, più una serie di ulteriori specificazioni che nessuno comprende fino in fondo ma stanno benissimo nella bio. Il problema è un altro: nessuno ricorda più esattamente come si faccia un rito.

Uno dei cinque domanda se il cerchio debba essere tracciato in senso orario o antiorario; segue un momento di imbarazzato silenzio finché la più anziana del gruppo, ventisette anni e per questo già considerata una Elder della comunità, ricorda di avere salvato un antico video. Dopo diversi minuti di ricerca scoprono purtroppo che l’originale è andato perduto, perché l’account @AsmodeusDarkMoonOfficial_3 era stato sospeso nel 2079 in seguito a una violentissima polemica circa l’utilizzo culturalmente appropriativo del rosmarino… però qualcuno ne aveva fortunatamente fatto uno stitch e quindi, con quella solennità che noi oggi riserveremmo al ritrovamento di un manoscritto alessandrino, fanno partire il filmato: «TRE COSE CHE NESSUNO TI HA MAI DETTO SUL CERCHIO MAGICO!!! LA TERZA TI SCONVOLGERÀ!!!».
Compare una ragazza bellissima, illuminata di viola, con diciassette candele alle spalle, un teschio presumibilmente acquistato su Temu Vintage e abbastanza quarzi da avere compromesso definitivamente l’assetto idrogeologico del Brasile che, dopo aver fissato intensamente la telecamera, sussurra: «Prima cosa: ricordati che non esistono regole. Fai quello che senti». Il gruppo si guarda perplesso; uno sente che bisognerebbe andare in senso orario, un’altra sente antiorario, un terzo sente soprattutto che avrebbe dovuto cenare e, non riuscendo a risolvere la questione, decidono infine di affidarsi alla tradizione vivente collegandosi alla diretta rituale del canale Telegram privato “Coven Astral Quantum 5D”, diciannove euro e novanta al mese, prima settimana gratuita.

Alle 22:17 la Sacerdotessa Suprema MoonWolf, trentadue anni, di cui ventinove evidentemente trascorsi all’interno di un percorso misterico sconosciuto alla storiografia ufficiale, invita i 438 partecipanti alla live a «sentire l’energia»; trecentododici mettono il simbolo del fuoco nei commenti, ottantaquattro scrivono «LO SENTO», uno domanda cosa dovrebbe sentire e viene bannato. A metà dell’invocazione cade la connessione. Gli Dèi, evidentemente, non avevano pagato per la versione Pro di Zoom.


Rido mentre immagino la scena, poi ci penso un poco e rido meno perché, tutto sommato, il 2086 non è così lontano come sembra e, soprattutto, alcune parti della storiella non richiedono nemmeno di aspettare sessant’anni: dirette rituali, gruppi privati, persone che celebrano contemporaneamente stando ognuna a casa propria davanti a uno schermo e improbabili corsi iniziatici online esistono già oggi.
Ora, non voglio fare il vecchio brontolone che guarda i giovani col telefonino e rimpiange nostalgicamente i bei tempi andati anche perché, francamente, i bei tempi andati erano pieni delle medesime scemenze distribuite semplicemente con mezzi tecnologicamente meno efficienti; come scrivevo già anni fa ne L’Avvelenata, prima di TikTok c’erano Facebook, i forum, le pagine Instagram e quella meravigliosa fauna composta da persone che avevano fatto tutto da sole, non sapevano bene cosa fosse la Wicca ma la spiegavano agli altri con la sicurezza di Gardner appena uscito dal New Forest Coven. Cambia il mezzo, insomma, ma alcuni tratti antropologici paiono possedere una solidità degna dei cicli cosmici induisti.

Il problema, ovviamente, non è TikTok

WitchTok, per chi ancora non vi fosse incappato, è quella sterminata galassia di TikTok dedicata a Stregoneria, Magia, Paganesimo, tarocchi, cristalli, astrologia, manifestazione, divinazione e a una quantità di ulteriori cose che riescono talvolta a convivere nei medesimi trenta secondi con una disinvoltura sincretistica tale che Pico della Mirandola, al confronto, sembra un ottuso fondamentalista.
Dico immediatamente una cosa perché, come sempre, poi arriva quello che legge le prime sei righe e corre a commentare scandalizzato: su WitchTok ci sono anche persone bravissime, preparate, intelligenti e capaci di un ottimo lavoro divulgativo; ci sono praticanti con esperienza che riescono nella difficilissima impresa di condensare un concetto senza distruggerlo, studiosi che suggeriscono testi interessanti, persone che attraverso un video possono incuriosire qualcuno e spingerlo ad approfondire un argomento che, senza quello strumento, probabilmente non avrebbe mai incontrato. Bene così. Anzi: benissimo.

Il problema non è quindi TikTok, così come non erano il problema i libri divulgativi, Facebook, Internet, le dispense ciclostilate o quel povero Scott Cunningham che, pace all’anima sua, continua da morto a essere ritenuto responsabile di qualsiasi candela accesa male nell’emisfero boreale.
Il problema nasce quando lo strumento attraverso il quale incontriamo qualcosa diviene, senza che quasi ce ne accorgiamo, la cosa stessa, e allora guardare centinaia di video sulla Stregoneria inizia ad essere vissuto come equivalente al praticarla; ragionamento curioso perché nessuno sano di mente, dopo essersi sciroppato quindici stagioni di Grey’s Anatomy, penserebbe di avere acquisito una qualche competenza per asportare una cistifellea sul tavolo della cucina, così come seguire religiosamente la Formula Uno non ci autorizza a credere che, messi dentro una Ferrari, saremmo in grado di affrontare Eau Rouge a trecento all’ora.

In Magia, invece, questo salto logico accade continuamente e si incontra sempre più spesso quella particolarissima figura del praticante che, quando gli chiedi cosa abbia fatto, ti risponde in sostanza elencando ciò che ha visto.

Ed è qui che TikTok possiede una caratteristica che rende il fenomeno particolarmente interessante, perché non si limita ad ospitare questa superficialità ma, per il suo stesso funzionamento, tende naturalmente a favorire ciò che può essere recepito in modo rapido, immediato, emotivamente forte e possibilmente tale da impedirci di passare al video successivo. Non c’è niente di male: il social fa il social, mica deve occuparsi della vostra formazione iniziatica. Se però l’argomento è complesso, stratificato e richiede esperienza, il problema emerge da sé perché, a forza di tagliare, semplificare, rendere accattivante e trasformare tutto in «tre cose che devi sapere su…», prima o poi non abbiamo più semplificato il contenuto: ne abbiamo creato un altro.

Così, mentre scrolliamo, possiamo passare senza soluzione di continuità dal gattino che cade dal divano a «COME CAPIRE SE ECATE TI STA CHIAMANDO», poi una ricetta per la carbonara con la panna — BLOCCATE QUELL’ACCOUNT, subito quindi «TRE SEGNALI CHE SEI UNA STREGA NATURALE» e, infine, uno dei miei preferiti: «se questo video è arrivato a te non è un caso».

Beh, potrebbe esserlo, ovviamente, e non sarò certo io a sostenere che ogni sincronicità debba essere ricondotta a una sequenza di codice; tuttavia, prima di ipotizzare l’intervento diretto della Signora dei Crocicchi, prenderei perlomeno in considerazione la possibilità che abbiate guardato fino alla fine altri ventidue video con l’hashtag #Hecate, abbiate messo nove like e seguito quattro profili che parlano del medesimo argomento. Gli antichi avevano l’ornitomanzia e scrutavano il volo degli uccelli; noi abbiamo la For You Page e scrutiamo l’algoritmo. Ogni epoca, in fondo, possiede i propri aruspici.

Dalla patente stampata in casa alla consacrazione algoritmica

Anni fa scrivevo ne La patente di corsi e seminari capaci di trasformarti in due giorni nella «Somma Sacerdotessa del Delfino Atlantideo della Kamčatka quando piove e fa freddo, ma non troppo», ironizzando su quel bisogno tutto esoterico di attribuirsi titoli, patenti e competenze con una velocità che sarebbe invidiata da qualsiasi università telematica particolarmente disinvolta; devo riconoscere che ero ingenuo, perché almeno quelli facevano un corso e, nei casi migliori, avevano persino letto qualcosa.
Oggi possiamo saltare anche questo fastidioso passaggio intermedio e, dopo qualche mese trascorso a produrre contenuti, ritrovarci con decine o centinaia di migliaia di follower, cosa che di per sé significa esclusivamente una cosa: cioè che decine o centinaia di migliaia di persone ci seguono, ma che nella strana alchimia dei social tende rapidamente a trasformarsi in una certificazione implicita di competenza.

Non sto dicendo, attenzione, che chi abbia molti follower sia incompetente: sarebbe una scemenza speculare a quella che sto criticando e conosco persone molto visibili online che possiedono studio ed esperienza da vendere.
Dico invece che i numeri non sono in alcun modo la prova di quella competenza e che, soprattutto in un ambiente come il nostro dove non esiste un albo professionale delle Streghe (grazie agli Dèi, aggiungerei) si crea facilmente un cortocircuito per cui essere ascoltati da molti finisce per equivalere all’avere ragione o, perlomeno, al sapere di cosa si stia parlando.

Puoi avere trent’anni di esperienza e quattrocento follower oppure otto mesi di pratica e duecentomila; nel secondo caso magari sei più bravo nel montaggio video, più bello, più comunicativo, hai intuito prima un trend, possiedi una naturale capacità scenica o semplicemente hai avuto fortuna con l’algoritmo, tutte competenze rispettabilissime che però, ahimè, non aggiungono nemmeno un giorno alla tua esperienza magica.

Ed è questo uno degli aspetti di WitchTok che talvolta mi lascia maggiormente perplesso: vedere persone assurte in pochissimo tempo al ruolo di riferimento che affrontano con una sicurezza granitica argomenti enormi, dalla ritualità alla divinazione, dalla demonologia alla Wicca, dalla magia popolare alla necromanzia, magari passando per le rune durante il fine settimana, quando la bibliografia che emerge dai loro stessi contenuti sembra essere costituita da una manciata di libri e l’esperienza pratica, perlomeno da ciò che mostrano o raccontano, appare assai più difficile da individuare.

Sarò lento io, possibile, è una ipotesi che tengo sempre presente; però c’è una cosa curiosa che mi capita da decenni: più studio qualcosa e più divento prudente nel parlarne, perché ogni porta che apro dà su altre cinque stanze e ognuna di quelle stanze contiene un armadio dal quale escono altri venti problemi. L’incompetenza possiede invece una leggerezza invidiabile, permette di attraversare tutto senza incontrare ostacoli.

La questione, peraltro, non è nemmeno nuova. Nelle Streghe ereditarie che non leggono Ginzburg raccontavo già quel curioso fenomeno per cui conoscenze arcinote diventano «antichi segreti di famiglia», elementi modernissimi finiscono dentro presunte tradizioni settecentesche e, quando chiedi fonti o spiegazioni, la risposta tende rapidamente verso il mistico «non posso dirlo» oppure verso il non meno terrificante «l’ho letto da qualche parte».
Adesso la catena di trasmissione si è ulteriormente affinata: Tizio fa un TikTok basandosi sul reel di Caio, Caio aveva visto una grafica Pinterest di Sempronio, Sempronio aveva copiato un post Tumblr che forse, in origine, sintetizzava una pagina di un libro che nessuno dei quattro possiede. Dopo quattro generazioni di tradizione orale digitale Saturno è ormai una divinità celtica della manifestazione economica da invocare il venerdì con una candela rosa e, se chiedi da dove provenga l’informazione, qualcuno ti risponde «fai le tue ricerche». Certo. Sto tentando. È per questo che te lo sto chiedendo.

In tale contesto entra poi in scena quella che credo sia una delle forze più potenti di tutto il nostro ambiente, ben più potente di molte evocazioni: la segreta necessità di sentirsi speciali. Il social, inevitabilmente, la amplifica perché la visibilità diventa gratificazione, la gratificazione identità e l’identità deve essere continuamente confermata attraverso nuovi contenuti; così, se ieri ho raccontato come purificare una candela, oggi devo spiegare un rituale, domani Ecate, dopodomani gli spiriti ancestrali e venerdì, se il piano editoriale lo richiede, magari qualcosa sull’Alta Magia.

Fermarsi e dire «non lo so» è difficilissimo, perché nell’economia dell’attenzione il dubbio produce evidentemente meno engagement della certezza. Peccato che, nella ricerca seria, accada quasi sempre l’esatto contrario.

Il terribile difetto dell’esperienza pratica

C’è poi il problema peggiore: fare davvero le cose richiede tempo ed è terribilmente scomodo. Le candele all’aperto si spengono (l’ho scritto anche altrove e continuerò a ripeterlo perché chi pratica lo sa ), il fumo degli incensi ti finisce negli occhi, il terreno è bagnato, qualcuno sbaglia la formula, un altro perde il ritmo, il fuoco non si accende oppure, quando finalmente decide di farlo, minaccia di incendiare la provincia, la visualizzazione che a casa sembrava semplicissima durante il rito si dissolve dopo venti secondi e quella divinità che, sulla base dei racconti altrui, avrebbe dovuto avvolgerti in un rassicurante abbraccio cosmico ti restituisce invece un’esperienza completamente diversa da quanto avevi immaginato. Benvenuti nella pratica. La pratica ha infatti una caratteristica terribile: contraddice.

Ci costringe a scoprire che una cosa letta nel libro non l’avevamo capita, che una tecnica che sulla carta sembrava perfetta per noi non funziona, che un’altra sulla quale avevamo mille riserve produce invece risultati, che alcune percezioni sono probabilmente proiezioni nostre, che il gruppo cambia completamente le dinamiche rispetto al lavoro solitario e, soprattutto, che per imparare davvero qualcosa occorre ripeterla un numero di volte incompatibile con l’idea contemporanea di acquisizione immediata della competenza. Richiede tempo, errori, confronto, memoria, esercizio e quella attività ormai vagamente sospetta detta STUDIARE; tutte cose molto poco adatte ad un video di trenta secondi ma che hanno un vantaggio non irrilevante: funzionano.

A costo di ripetermi, in Marte in Ariete, ovvero tre argomenti su cui potrei uccidere avevo usato l’esempio dello stilista: se sentite fin da piccoli una particolare attrazione per stoffe, colori e forme non siete automaticamente Giorgio Armani, avete forse una disposizione che potrebbe portarvi a diventare bravi in quell’ambito dopo avere studiato, sbagliato, lavorato, fatto esperienza e probabilmente anche preso qualche metaforico calcio nel culo.

Per qualche ragione, quando sostituiamo «moda» con «Stregoneria», la logica si spezza e la sensibilità, l’interesse o l’attrazione vengono trasformati direttamente in identità e competenza: «mi sono sempre sentita attratta dalla Luna, quindi sono una Strega». Può essere l’inizio di qualcosa, certo; ma anche io da bambino ero attratto dagli aerei e, con sincero sollievo dei passeggeri di linea, nessuno mi ha mai consegnato un Boeing 747.

Qui, sia chiaro, non sto difendendo l’idea che tutti debbano fare venticinque anni di percorso, entrare in una congrega, ottenere una iniziazione o aderire a una tradizione specifica prima di poter aprire bocca; sarebbe contrario a quello che penso e pure abbastanza stupido. Sto dicendo qualcosa di molto più semplice: esiste una differenza fra essere interessati ad una cosa e conoscerla, fra conoscerla e saperla fare, fra saperla fare qualche volta e avere abbastanza esperienza da insegnarla ad altri. Sono differenze banali in qualsiasi attività umana, però appena varchiamo le porte dell’esoterismo diventano misteriosamente offensive e, se osi ricordarle, compare subito quello che ti accusa di gatekeeping perché hai avuto la sfrontatezza di ipotizzare che, per parlare con competenza di qualcosa. occorra conoscerla. Dopodiché, non è che tutta questa faccenda debba trasformarsi nella guerra generazionale fra vecchie Streghe incattivite e giovani WitchToker che ballano davanti a un altare. Anzi, sarebbe una occasione persa e pure un poco ridicola. Ogni generazione utilizza gli strumenti che ha, ed è giusto così; se TikTok permette a una ragazza che vive in un piccolo paese, magari sola nel proprio interesse, di scoprire che esistono altre persone, libri, tradizioni, gruppi e percorsi, allora quei trenta secondi possono essere preziosissimi. Se un buon divulgatore riesce a spiegare con chiarezza una cosa difficile, tanto di cappello.
Se qualcuno parte da WitchTok e poi si mette a leggere, praticare, confrontarsi, partecipare a incontri, conoscere persone reali e sperimentare sulla propria pelle, il social ha svolto una funzione eccellente.

Una scintilla, però, non è il falò. TikTok può mostrarvi una porta, non può automaticamente sostituire tutto ciò che esiste dall’altra parte e forse proprio chi possiede maggiore esperienza, creando contenuti, dovrebbe assumersi anche la responsabilità di dirlo: «questa è una sintesi», «questa è la mia esperienza», «su questo esistono opinioni differenti», «non lo so», «andate a leggere», «provate». Frasi terribili dal punto di vista algoritmico, lo so; soprattutto quell’osceno «non lo so», che rischia di rovinare anni di faticosa costruzione dell’immagine di Sacerdotessa Cosmica onnisciente, ma che personalmente mi fa fidare immediatamente molto di più di chi lo pronuncia.


Torniamo dunque al 2086. La connessione della Sacerdotessa Suprema MoonWolf, nel frattempo, è stata ripristinata e i nostri cinque praticanti dell’Appennino sono nuovamente collegati alla live. «Alziamo tutti assieme il cono di potere», ordina MoonWolf, mentre quattrocento persone fissano uno smartphone: alcune sono in cucina, una sul tram, un tizio partecipa dal bagno tenendo prudentemente spenta la telecamera. «Visualizzate l’energia che sale», dice; compaiono centinaia di emoji e una raffica di «LO SENTO», «FORTISSIMA», «WOW». Una partecipante domanda timidamente per quale scopo stiano alzando il cono e, dopo alcuni secondi di silenzio, qualcuno le risponde di non razionalizzare troppo. Viene nominato moderatore.

Poi, però, magari succede qualcosa di diverso. Uno dei cinque spegne il telefono e propone: «Sapete cosa? Proviamo noi». Hanno recuperato un vecchissimo testo in PDF, duecentotrentasette pagine (orrore!) e scoprono che dovranno probabilmente leggerlo tutto. Uno abbandona immediatamente il gruppo, gli altri quattro resistono, studiano, discutono, incontrano qualcuno che ne sa più di loro e dopo qualche settimana costruiscono il primo rito. Sbagliano quasi tutto, la candela si spegne, il fuoco li affumica in modo imbarazzante, uno dimentica metà di ciò che doveva fare e a un certo punto scoppiano tutti a ridere; poi ricominciano e, provando ancora, accade qualcosa che nessuno dei video salvati avrebbe potuto spiegare completamente prima che lo sperimentassero.

Si guardano. Nessuno mette emoji nei commenti e nessuno scrive «LO SENTO», perché non serve.

Forse la Stregoneria continuerà ad esistere proprio così, passando anche attraverso TikTok, Telegram e qualsiasi strumento inventeremo nei prossimi decenni, ma sopravvivendo soprattutto perché, prima o poi, qualcuno posa il telefono e fa ciò che, con molta meno fantasia, scrivevo anche in Primi passi nella magia: se vuoi più Magia nella tua vita esiste un sistema piuttosto affidabile, ed è farla.

Non guardarla.

Non raccontare di farla.

Non identificarti con l’idea di farla.

Falla.

Possibilmente, per più di trenta secondi.

Di Luca

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