Ho creduto per molto tempo che il mondo potesse essere trattenuto, che bastasse trovare gli strumenti giusti per arginare il disfacimento che premeva da sotto. Quando la geometria degli uomini ha fallito, ho pensato che l’errore fosse nella forma, che se una riga dritta non doveva tenermi sempre insieme, forse poteva farlo la natura, la materia viva. Mi sono rivolto dunque alla Wicca cercando un patto, non con la squadra, ma con la terra, con l’acqua, col sangue stesso delle stagioni.

Il primo grado è stato anche un cullarsi in un’illusione d’amore, credevo di aver fatto ricominciare tutto punto e daccapo: solo cose belle, la luna, gli elementi, il brutto di prima che non c’era più. poi è arrivato il passaggio, una ulteriore discesa. Il secondo grado wiccan ti spacca. Tutti mi dicono che sarà anche, ma non solo, un viaggio in un’ombra ancora più profonda, che sarà un confronto con il guardiano della soglia, ma io pensavo fosse una metafora, una di quelle malattie che vengono e poi passano. Invece no. Non si tratta di “pregare” divinità benevole, si tratta di guardare l’interno della testa del mondo, di vedere il liquido verde che ne cola fuori.

Qui, nella mia tradizione, nel Tempio di Callaighe, non ci è concesso il lusso di una devozione tiepida, fatta solo di formule mandate a memoria e gesti educati. Ci viene chiesto il crollo. Ci viene chiesto di spalancare i polmoni e la mente per entrare in un rapporto diretto, spietato, con il divino. Quando il rituale di passaggio mi ha spinto al confronto, il braciere di ferro in cui poi avevo distrutto le mie paure si è spaccato di colpo dentro di me. I colori che prima invocavo con serenità, all’improvviso sono diventati affilati: il verde e il viola, soprattutto, sono come lame. Sento che mi possono squartare.

È nella trance del rito che la tela dell’io si sfilaccia definitivamente. Non c’è pensiero in quel momento, c’è solo un gorgo. La voce diventa un soffio antico e calcinato che sa di terra bagnata e di stelle fisse. Durante le visualizzazioni più profonde, mentre cercavo il volto di una divinità, non stavo trovando subito le risposte, trovavo però il disfacimento. La mente si azzerava, scivolando in quel vuoto pneumatico dove il divino non è un’idea consolatoria, ma una forza d’urto che ti abita, che ti usa come un guanto vecchio. Guardavo le entità e le energie che si manifestavano e le vedevo scomporsi e ricomporsi, deformarsi e formarsi, la loro luce si sfarinava, i loro contorni si scioglievano, per poi coagularsi nuovamente. Le invocazioni strusciavano sulla mia anima come lime, come raspe, mi spaccavano la carne, facendo sgocciolare fuori da me un altro me stesso, un estraneo che, o rimettevo subito dentro la forma rassicurante della mia identità di sempre, oppure accoglievo come mia nuova pelle.

Aiuto, si rompe tutto, mi dicevo all’inizio. Se non tengo fermo il mio Cerchio, se non tengo fermo me stesso, mi fonderò con l’aria, mi fonderò con la terra, e il sangue mio scorrerà in quello della natura. Mi si chiede di trovare l’equilibrio tra luce e buio, ma io sento anche il sapore di un uovo marcio, col tuorlo gialloverdognolo chiuso dentro un albume apparentemente candido e poi dentro il guscio, un uovo sodo che si spacca proprio al centro del mio stomaco. Ma l’energia che incanalavo era pura! Non aveva il sentore del midollo rancido…e quindi, quando poi ho toccato nuovamente gli strumenti rituali, l’athame, la bacchetta, ho avuto l’impressione che non potessero spezzarsi più come ossa sotto le dita. Ero stato malato? No, l’unico problema era stata l’agitazione della testa che l’iniziazione a volte sa placare. Alla soglia del secondo grado ho visto alcuni dei miei margini sciogliersi; chiamo dunque la forza della Terra; ma se mi fa paura la terra, se mi fa paura l’aria, con chi o cosa mi proteggo? C’è rifugio nel calice della Dea? Cerco qualcuno che mi dica di si.

Prima di questa immersione nella carne viva della terra, avevo cercato la Massoneria con la stessa urgenza disperata con cui ci si aggrappa a una copertura, a un riparo, convinto che i rituali, le parole antiche, le geometrie e i cerchi tracciati potessero costringere le cose a mantenere la loro forma, a non sbrodolarsi fuori dai contorni. Ho pensato che l’iniziazione muratoria fosse una cucitura spessa, un rammendo definitivo contro qualcosa. Poi, invece, la mia testa ha trovato sempre uno spiraglio per guardare dove c’è lo spavento.

Quando ero entrato nel Tempio massonico, all’inizio, ho provato un sollievo che mi è sembrato amore. Il pavimento a scacchi bianchi e neri mi suggeriva una divisione netta, rassicurante: qui c’è il bene, lì c’è il male, e noi camminiamo in equilibrio su linee dritte. La squadra e il compasso mi sembravano armi perfette per misurare l’invisibile, per squadrare la pietra grezza della mia ansia. Ma quanto è durato? I sentimenti gentili e le geometrie sono fragili, possono bucarsi se non ne abbiamo cura.

Durante i lavori rituali, mentre il Maestro Venerabile parlava di Luce e di bene universale, io sentivo come se il filo di cotone che teneva insieme l’intera impalcatura potesse rompersi. Guardavo i Fratelli e le Sorelle intorno a me, chiusi nelle loro tuniche, e all’improvviso mi accorgevo che l’armonia poteva essere qualcosa di unico, oppure solo una parola, un suono vuoto che nasconde il silenzio viscido della realtà. Ad un certo punto iniziano i dubbi, è normale, ma non dubbi intellettuali, bensì “fisici”. Fissavo la luce delle candele e mi accorgevo che basta niente a intaccare la sua purezza, a renderla di una consistenza gommosa che si attacca agli occhi. E la pietra cubica? Avevo paura che mi si spezzasse sotto lo sguardo, che ne uscisse la carne rossa delle cose umane, l’ambizione, l’invidia, la debolezza.

All’inizio mi faceva paura il caos della mia mente e mi proteggevo con il rigore del Tempio. Ma “proteggere” che significa? È bastato trovare la linea di contorno di quei rituali e tirare un po’, per sentire che la tela intessuta di simboli si potesse disfare di notte. Capivo che sotto il rigore geometrico poteva esserci il vuoto, che le colonne potevano cadere a pezzi anche senza fare rumore e che può non rimanere altro che guardare nel foro della Fraternità e osservare la nebulosa delle buone intenzioni confondersi irrimediabilmente con quella delle meno buone. Materia dentro materia, egoismi che si ingarbugliano, un ordine che finge di imporsi al mondo mentre, fuori e dentro di noi, tutto scorre dentro tutto. C’è forse soluzione nel compasso? La Massoneria, la mia vecchia grande fortezza di logica e spirito, si smargina e si ricompone, lasciando spesso l’amaro di un’architettura che non basta a contenere l’impeto della vita.

Tutto sta nell’avere una sincera cura di noi, degli altri, senza condensarsi intorno a nessuna verità solida. Credevo che la Wicca e la Massoneria mi avrebbero dato l’armatura per stare nel mondo. La verità, cruda e a volte inaccettabile, è che l’iniziazione in sé non è una costruzione, ma una demolizione controllata che a un certo punto può sfuggire di mano, o prepararti il terreno per una nuova casa. Ti toglie le coperture. Ti lascia nudo davanti sullo spiraglio tra una cosa e l’altra. E in quello spiraglio c’è anche il terrore, quello umano.

Ora so di sicuro che nulla regge a quel momento. Non regge la tua casa natia, non regge il mondo che si deforma continuamente sotto i tuoi occhi…e i gradi iniziatici, tutti, sono solo quelle finestre aperte su uno sfacelo silenzioso. Ho cercato la Magia e l’Ordine per dare un nome alle cose, per dar loro un margine e un filo. Invece, in fondo ai Misteri, la prima cosa che ho trovato è stata la carne che colava, il silenzio viscido di un universo in cui voler bene scorre inesorabilmente insieme al voler male. Ciò che è certo è la consapevolezza atroce, tagliente, che nulla ha davvero una unica forma, e che molti passano la vita a fingere di non vedere i contorni del mondo che, inesorabilmente, si devono sciogliere.

Eppure, proprio quando lo sfacelo sembra definitivo, quando la carne ha colato tutta la sua debolezza, accade qualcosa. C’è un punto fermo in fondo al disfacimento, un peso d’oro che non si lascia liquefare. Ho capito che la demolizione non lascia solo il vuoto, ma anche cemento nudo della verità. La squadra e il compasso della mia Massoneria, che credevo fragili come stecchi, tornano a stringersi nelle mie mani con la durezza del ferro battuto, temprati; non pretendono più di arginare il mondo, ma misurano con assoluta stabilità lo spazio del mio stare tra gli uomini, dandomi una spina dorsale che non si piega. E la Wicca, dopo avermi spaccato il petto nell’estasi, non mi ha lasciato disunito: la terra che mi faceva paura è diventata la roccia solida su cui poggiare i piedi, e il calice della Dea non è più un rifugio in cui nascondersi, ma il fulcro pesante in cui ogni mio elemento si è ricomposto, saldo, finalmente indistruttibile. La certezza torna, ma non è più l’illusione liscia dell’inizio; è la solidità spietata di chi cade dentro il proprio incendio e rimane in piedi, intero, padrone delle proprie geometrie e del proprio sangue. Sangue vero, sangue vivo.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *