C’è un momento, tra la fine di aprile e l’alba di maggio, in cui la terra arresta il respiro e poi, dopo un’istante d’attesa, si apre come una mano che concede. La notte fra il 30 aprile ed il 1° maggio è una notte di promesse e rinnovo di patti: quelle fra l’uomo e la terra… In quella notte a cavallo fra il seme e la pianta, tra il gelo ed il sole, tra l’ombra e la luce, nasce il Cantar maggio, un rito antico che non è solo canto, ma invocazione, promessa e conservazione di un patto tra la gente e l’Omo Selvadego.
Nell’Appennino parmense, tra i crinali, morbidi come i fianchi delle donne, e i boschi che sussurrano di folletti ed esseri misteriosi, il maggio non era un mese, ma una presenza viva. Si chiamava, si accoglieva, si cantava perché entrasse nei campi, nelle stalle, nelle case. Qui la tradizione respirava forte. I maggianti — uomini, donne, a volte bambini — si muovevano di casa in casa nella notte del 30 aprile. Portavano rami verdi e fiori di maggiociondolo, simboli di rinascita e risveglio del lavoro contadino e cantavano sotto le finestre. Non era un semplice gesto folklorico: Era un’offerta.
Le voci dei maggianti chiedevano fertilità per i campi, salute per gli animali, abbondanza per le famiglie. In cambio ricevevano uova, vino, pane, alcune volte una manciata di castagne secche, rimasuglio della scorta invernale… piccoli doni che custodivano un’economia antica fatta di scambio e riconoscenza. Nessuno restava escluso: ogni porta era un possibile altare. In montagna nessun “sopravvive” da solo ed ogni lavoro gravoso era lavoro di tutti: una mano lava l’altra….
I canti del maggio erano lunghi, quasi ipnotici. Raccontavano storie di stagioni, di amori contadini, di fatica e di speranza. Spesso iniziavano con formule rituali, come una chiave per aprire il mondo invisibile: “Siamo venuti a cantar maggio…” . E in quel “siamo venuti” c’era tutto: il passaggio, il pellegrinaggio, il ritorno ciclico della vita. Nel mondo contadino dell’Appennino parmense, ogni gesto aveva un’anima. La semina non era solo lavoro, ma atto sacro. Il raccolto non era solo nutrimento, ma risposta. Il Cantar maggio si inseriva in questo mondo come un rito di soglia: segnava il passaggio dall’ombra dell’inverno alla promessa luminosa della stagione nuova. Le ragazze adornavano le porte con fiori; i giovani intrecciavano fronde; gli anziani ascoltavano, riconoscendo nei canti echi di voci ormai lontane. E la notte si riempiva di presenze visibili e invisibili. Si credeva che il maggio cantato scacciasse le forze avverse, proteggesse i raccolti, tenesse lontana la fame. Ma cantar maggio era anche un modo per far affacciare le ragazze ed era quindi anche un momento di corteggiamento velato: sotto la trama rituale, scorrevano sguardi, promesse, desideri.
Poi arrivava l’alba e con essa, il silenzio. Ma non era un vuoto: era un grembo. Perché ciò che era stato cantato, in qualche modo, si sarebbe incarnato.
Oggi il Cantar maggio sopravvive ancora nella mia terra. In forme diverse, talvolta come evento curioso, festa paesana, talvolta come eco fragile. Ma se ascolto bene, nelle sere di primavera, tra i campi e i muri di pietra, io li sento ancora. È la memoria della terra. È il canto che non smetterà mai davvero. Perché è un rituale che soddisfa le più grandi paure dell’Uomo: la fame, la carestia… E per scongiurarla abbiamo bisogno di terra fertile, di semi custoditi con cura sotto la coltre di neve.
Dice bene una vecchia massima lakota: “Quando, l’ultimo pesce sarà stato pescato. L’ultimo fiume avvelentato. L’ultimo albro abbattuto, vi accorgerete che non potete mangiare il denaro”.
Per questo ancora oggi, durante il passaggio del vino e del pane del banchetto io insegno a dire: “Possa tu non aver mai fame/sete” Perché se Diana assieme al suo corteo smette di “risvegliare” la terra durante le dodici notti, se il Sole bambino non viene “alimentato” e nutrito con cura al Solstizio… Se noi, con tutta la nostra arroganza fatta di tecnologia e intelligenze artificiali, non rimaniamo e portiamo avanti il Ciclo delle Stagioni, semplicemente andremo un giorno al supermercato e non ci sarà nulla da comprare.
Nei canti antichi del Maggio: non si trattava di intrattenere, ma di far accadere. La voce usciva dalle bocche come semi lanciati nel buio della terra, e ogni sillaba era una piccola scommessa sul mondo… Canto ed incanto… e subito si capisce che non sono due cose diverse ma una “deriva” dall’altra. Nella tradizione latina, il carmen non è mai solo poesia: è parola “attiva”, parola che opera. Dire era già fare, e cantare era già muovere il mondo di un passo. Carmina (formula e canto sacro) e Carmenta (Dea legata alla profezia, alla nascita e al destino che la nascita dischiude) si specchiano l’uno nell’altra: uno restituisce la voce, l’altra la trasforma in destino. Poi arriva la giacula: il lancio, il gesto che scaglia. Come se la voce non restasse dentro chi la pronuncia, ma venisse gettata oltre il visibile, nel campo dove le cose ancora non sono ma stanno per accadere. Ecco cos’è il Cantar Maggio…
E’ un aprire un Cerchio…
E’ appartenere al Ciclo…
E’ voce che non è più suono ma movimento che attraversa.
Non più solo espressione ma forza che incide il reale. Il canto diventa incanto perché trattiene insieme queste tre nature:
– Carmina: la forma, il ritmo, la memoria
– Carmenta: la soglia, la nascita, la profezia
– Giacula: il gesto, il lancio, l’impatto
E in mezzo, qualcosa che non ha nome preciso: la magia della voce quando non appartiene più a chi la emette. È il momento in cui una parola non “dice” soltanto, ma apre spazio.
E allora cantiamo:
“Viva la ciossa con tut i pulastrein… Crapa la vurpe con tut i so vulpein”
Forse è questo il punto segreto:
non siamo noi a cantare il mondo
è il mondo che, attraverso di noi,
impara a risuonare di nuovo.