Partendo dal “febbruare”, dalle purificazioni proprie di questo mese, ci avviciniamo lieti alla dirompenza di vita della Primavera, ma quanto di questa purificazione abbiamo con noi? Perché si tratta di una tensione forte, esplosiva, bellissima, ma anche dura, tesa.
L’Equinozio di Primavera non è una semplice ricorrenza stagionale. Ovvio, no?
È un punto reale in cui luce e buio si trovano in equilibrio. Non perché si siano semplicemente “riconciliati”, ma perché nessuno dei due può del tutto ancora prevalere.
E questa immagine, così concreta, dice già molto più di quanto sembri.

L’equilibrio non è quiete ma una sorta di tensione, composta finché si vuole, ma tensione resta. È un asse che regge perché le forze sono opposte e vive. Non c’è vittoria, non c’è -ancora- resa, c’è un equilibrio che tiene fra un Ariete che è Fuoco ed un Toro che è Terra.
In un’ottica di purificazione preparatoria per questo passaggio, la stessa condizione ci chiede di guardare con onestà ciò che, dentro di noi e nelle nostre più immediate prossimità, è ancora vitale e ciò che invece si è irrigidito sotto egide più o meno rassicuranti. Le sterpaglie vanno tolte, si controllano i germogli, le ferite dell’inverno e i tanti lavori da fare per assicurare la buona riuscita di questo momento.
Chi abita la campagna sa quanto ciò sia vero anche nella pratica, semplicemente badando a un giardino.

Il seme che rompe senza rinnegare

La Primavera non cancella l’inverno, bensì, semplicemente lo supera quasi “spezzandolo”, così come il seme non rinnega la terra che lo ha custodito eppure la “rompe”, perché solo così può germogliare.
È un gesto necessario.
E forse questa immagine, se presa sul serio, potrebbe illuminare anche il nostro modo di intendere tante cose, Sacre così come Umane: rapporto con il divino, tradizioni, percorsi.
E fare luce anche sull’errore di dimenticare che le radici devono nutrire un movimento: non trattenerlo sotto terra.
Questo è un pensiero che mi tocca personalmente, perché non si è mai “arrivati”, non sì e mai “perfetti”.
Infatti, c’è poi un piano più umano, meno cosmico e più esposto.
Perché mentre la luce cresce fuori, dentro ciascuno di noi qualcosa si sta misurando con il buio prossimo all’essere lasciato.
Nelle stagioni annuali così come in quelle della vita.
Con il passare degli anni (e, ahimè, me ne accorgo con una certa lucidità), ad esempio, quel che chiamo “l’esperienza”, se non sorvegliata, rischia di trasformarsi in un filtro troppo stretto.
Si diventa più cauti, più selettivi, talvolta più duri. Si crede di difendere ciò che conta, e non sempre ci si accorge che si sta difendendo anche un’immagine di sé, un modo abituale di stare al centro delle cose.
Però, se si è ben seminato, questo è il momento giusto per vedere la “ripartenza”, il cambiamento nostro interiore.
Viva la primavera!

L’Equinozio, non ci accusa mai, piuttosto indica: ci mostra.

Rivela eventuali scarti e, per dirla con una similitudine trita e ritrita che sembra anche un poco banale: là dove credevamo di custodire un fuoco, ci chiede se stiamo alimentando la fiamma o solo custodendo le ceneri.
Mi (e ci) invita a verificare se ciò che chiamiamo “autorità” nasce ancora da un contatto vivo con il Sacro oppure non si sia lentamente sovrapposta ad esso.
Per questo, mi pare che parlare ora di tradizioni, di iniziazioni, di ruoli, di generazioni che si osservano con aspettative diverse, non sia casuale, ma piuttosto coerente con l’istante calendariale che stiamo attraversando.
L’Equinozio di Primavera, infatti, ci porta a considerare qualcosa di differente dalla “conservazione”, né  codesto quid può però essere un brutale “abbattimento”.
Si celebra una soglia e questa, per definizione, non è un luogo in cui ci si “installa”: è un luogo che TI e SI attraversa.
Partiamo, quindi, da quel parametro base che è la cosiddetta “Tradizione” e uso il termine con tutta la cautela che merita, non come etichetta rassicurante, bensì come parola pesante che vive di una tensione simile a quella primaverile e che, per questo, non può essere risolta una volta per tutte.
È la tensione fra ciò che si tramanda e ciò che si trasforma; fra il gesto ricevuto e il gesto che, inevitabilmente, si modifica passando attraverso le nostre mani. E sempre cambierà.
Viva la Primavera!

Una parola chiamata Tradizione

La Wicca, quella che ho incontrato e vissuto, quella che mi ha iniziato (quella che mi ha anche ferito e guarito insieme), non è mai stata, almeno per me, un sistema chiuso. È stata ed è un varco.
Un modo di stare nel Mondo con il corpo segnato dal Cerchio e lo sguardo educato alla ciclicità. Le forme rituali, i gradi, i passaggi, le parole consacrate, tutto questo conta (eccome se conta), ma conta così come un corpo per l’anima e lo spirito, termini usati non in ordine scelto: strettamente legati, ma non in un rapporto di assoluta necessità causale.
C’è sempre il rischio sottile, quasi impercettibile, di confondere il contenitore con il contenuto.
Di difendere la forma come se fosse il fine. Di parlare di “Tradizione” come se fosse un oggetto da esporre, o un perimetro da presidiare. Quanto mi è capitato e mi capita!
E invece la Tradizione, quando è viva (e non semplicemente ripetuta), brucia.
Non si lascia possedere; TI e SI attraversa (come già dicevo, ciò e vero per ogni soglia).
Per questo, il termine stesso di “Tradizione”, con la T maiuscola, mi pare foriero di fraintendimenti… e quella a cui appartengo io, non a caso preferisce parlare di Stregoneria Progressiva, Progressive Witchcraft.
Viva la Primavera!

La frattura che chiamiamo iniziazione

A partire da questo, l’iniziazione, non è mai stata (almeno per me) un “titolo”.
Il mio essere parte di un percorso di persone che -dall’una all’altra- ritualmente l’hanno ricevuta e passata, non è una medaglia da appuntare, né un lasciapassare… È, piuttosto, una frattura.
Un prima e un dopo che non sempre si vede dall’esterno, ma che internamente modifica l’asse.
Ti costringe a chiederti, ogni volta che parli, ogni volta che insegni, ogni volta che celebri, se stai davvero servendo il Divino o se stai, più sottilmente, servendo te stesso (o altri?): è lì che si misura l’autenticità di un cammino.
Non tanto nell’etichetta, non nel rumore che la circonda, ma nella trasformazione silenziosa che produce… e quando quella trasformazione è reale, non ha bisogno di difese, bensì di essere vissuta senza casacche o uniformi d’appartenenza. Ed ha bisogno di rinnovarsi, costantemente.
Viva la Primavera!

Perché il Divino, lo sappiamo bene se abbiamo passato abbastanza notti a celebrare, non è un concetto. Non è una bandiera né un marchio identitario.
È una presenza che “ci eccede”, straborda in abbondanza, va oltre le nostre definizioni e, proprio per questo, le forme strumentali che lo veicolano (i rituali, le parole, le strutture iniziatiche), non possono diventare idoli. Devono restare, appunto, strumenti.
Strumenti potenti, sì, ma pur sempre strumenti.

Fedeltà come fiducia

Qualcuno potrebbe pensare che parlare di evoluzione significhi indebolire la “tradizionalità”.
Io credo il contrario.
Da sempre ho la convinzione che solo ciò che è vivo possa evolvere: quel che non si lascia interrogare dal tempo finirà sempre per irrigidirsi. E’ in questo cristallizzarsi che si formarono le “fedi” nel senso abramitico del termine, spodestando la più antica accezione di fides: fiducia.
La fedeltà più profonda a cosa? La fedeltà più profonda a chi, se non al Divino? Fiducia!
Tale fiducia non trova casa nella ripetizione meccanica di un gesto, ma nella capacità di comprenderne la funzione simbolica e di lasciarla operare nel presente, anche e soprattutto IN SE’.
Viva la Primavera!

Appartenere non è trasformarsi

Significa avere l’obbligo di interrogarsi per primi. Chiedersi se ciò che si fa, nelle forme più raccolte come in quelle più esposte, conduce davvero più in profondità.
Se accresce il senso di responsabilità verso gli Dei… Se rende più consapevoli davanti al Mistero (e anche “umili”, parola fuori moda, ma forse da recuperare), piuttosto che più rigidi nelle proprie posizioni.
Perché vi è un’altra forma di rigidità, meno evidente ma non meno insidiosa: quella che scambia l’appartenenza per profondità, la provenienza per trasformazione, la linea ricevuta per garanzia automatica di maturità.
Le prese di posizione assunte in virtù di una tradizione dichiarata, se non nascono dal centro interiore che l’iniziazione dovrebbe dischiudere, restano atti di appartenenza, non atti iniziatici; e l’appartenenza, per quanto legittima, non coincide necessariamente con la realizzazione.
Quando è così, i semi, dopo il primo virgulto, non porteranno fiori né frutti: avvizziranno, e a nulla gioverà la bellezza e forza della pianta originaria che pure li potrà proteggere per un poco con la propria ombra.
Soli, dopo aver patito assumendo strane forme di stento, scompariranno. Allora, raccogliamo forza nella realizzazione! Si sia pronti a crescere retti nel momento d’esplosione! Si sia nel cuore, nel “centro” della propria iniziazione che splende ad est come alba!
Viva la Primavera!

Il Centro: luogo nudo

Il “centro”, in fondo, non è un’istituzione. Non è una carica. Non è una dichiarazione. È un luogo interiore, talvolta fragile, talvolta bruciante, in cui il Sacro viene incontrato: nudi.
Non è semplice.
Questo è un limite anche molto mio… e personale. Alla soglia dei 50 anni, dopo circa un trentennio di cammino, inizio ad avvertire il mio invecchiare -come già dicevo- l’essere più rigido, duro.
Ed anche, vedo, l’occuparmi troppo del mondano, del brusio.
Un albero che vorrebbe essere d’aiuto e che, invece, si ritrova di tanto in tanto arcigno, cinico.
Errore che sorveglio ma che non sempre riesco a cogliere.
Alle volte mi verrebbe da gridare rispetto ad una sorta di superficializzazione che vedo sempre aumentare, imperante.
Però, ora che ci penso, da 18-19enne, quando iniziai, non è che io (o altri che ancora sono presenti nel mondo neo-pagano) fossimo molto differenti da quanto oggi critico e mi spaventa: tutto ha una età.
Che se oggi ci si imbestialisce per chi legge ancora S. Cunningham, ma invero è solo perché lo abbiamo letto 30 anni fa per primi noi… quando c’era pressoché solo quello in Italia! Sapeste le litigate sul nulla nei forum!!! (Realtà internet primordiale che molti nemmeno hanno vissuto e conoscono!).
Ora, non si tratta di dissolvere linee di trasmissione, che sono radici (e senza radici non c’è albero etc.), ma di ricordare che le radici servono a nutrire la crescita: non a impedirla.
E ciascuna/o deve passere la proprie fasi, e anche l’adolescenza, e litigare, e passare il “tempo delle  ragioni” (che però, ad un certo punto: andrebbe anche superato)
Viva la Primavera!

Lo Spirito del Tempo

Ed io, internamente a “casa nostra”, anche se in buona fede, in questo ho spesso peccato di chiusura e ottusità.  Chi, come me, ha poi assunto ruoli di ‘guida’, tende sempre a mettere almeno un poco in dubbio le istanze che arrivano -per così dire- “dal basso” e dai più giovani su necessità di cambiamenti; ci si dice, che non sanno, che non comprendono ‘la storia’ di quel che fu: credo sia un errore fatale.
C’è una forma di miopia che si insinua con gli anni, sottile, perché indossa i panni dell’esperienza: è l’idea, tanto ricorrente quanto infondata che, ciò che viene dopo, sia decadenza, che i giovani siano meno solidi, meno seri, meno capaci di custodire il mondo ricevuto.
Eppure questo lamento non è nuovo: già ai tempi dell’antica Atene si diceva che “i giovani amano il lusso, hanno cattive maniere e disprezzano l’autorità” (frase attribuita a Socrate sebbene la paternità sia discussa).
Ogni generazione, invecchiando, rischia di scambiare il proprio metro per misura universale.
Ma ciò che appare rovina è spesso più semplicemente trasformazione, adattamento allo zeitgeist, allo spirito del tempo (che è da comprendere, al di là che lo si condivida o meno); ciò che sembra perdita è, talvolta, solo linguaggio diverso.
L’ottusità generazionale nasce quando l’esperienza smette di essere ponte e diventa ostacolo. E allora non sono i giovani a impoverire il mondo ma è, invece, la nostra incapacità di riconoscere che il tempo, per sua natura, non si lascia conservare in “formalina”.
Però! Però! Quale terrore immenso dovrebbe pervaderci nel momento in cui i ‘giovani’, per sentirsi riconosciuti e completi, dovessero tacere o -peggio- cercare l’approvazione e la formalina dei vecchi. Dei censori. Dei capi che ti valutano per come ti sei direzionato rispetto al loro pensiero.
Viva la Primavera!

Restare in sé mentre il vento cambia

Un percorso che teme la rielaborazione o che non è in grado di confrontarsi se non in un’ottica di “ho più esperienza/sono meglio (etc. a piacere) io”, rischia di trasformarsi in una sorta di reliquia oppure in una corsa olimpionica per avere la medaglietta. Eppure, allo stesso tempo, chi dimentica le proprie radici si disperde.
Ecco, è fra questi due poli che si gioca la cosiddetta “maturità iniziatica”… però, questa parola spesso evocata e raramente realizzata o compresa, non è “assenza di conflitto”.
È capacità di restare in sé, ai propri altari. Quando il confronto si fa teso, di non reagire per difendere un’immagine, ma di rispondere, o tacere, per fedeltà al proprio asse interiore.
E lo si può fare, anzi, lo si DOVREBBE fare: soprattutto in Primavera. Nel Nuovo.
Nel non tacere. Oppure nel farlo per evitare di sdraiarsi pedissequamente a posizioni pre-impostate dall’alto.
Viva la Primavera!

Perché c’è un punto che resta decisivo: ogni parola pronunciata in nome o in aspirazione del Sacro è già un atto magico. Non è semplice comunicazione.
È gesto rituale, anche quando non c’è un altare davanti. Per questo chiede misura, sì, ma chiede anche Verità.
Non la Verità come possesso esclusivo, bensì come coerenza fra ciò che si proclama e ciò che si agisce: ma sul serio, senza scusanti di comodo o partigianerie.

Fra custodia e rinnovamento

Forse, allora, il punto non è dimostrare chi abbia custodito meglio una forma, né chi abbia compreso più a fondo qualcosa. Il punto è verificare con onestà e senza teatralità, se ciò che diciamo di servire ci sta rendendo più centrati, più responsabili, e più capaci di ascolto (critiche comprese).
Qualsiasi (T)tradizione, linea o impostazione, non ha bisogno di essere difesa come un fortino.
Ha bisogno di persone che la vivano assumendosi il rischio del confronto senza trasformarlo in frattura, significa sostenere il dissenso senza viverlo come minaccia: un allargarsi dello sguardo.
Chi è “nuovo”, o semplicemente chi urta la sensibilità della nostra realtà pre-impostata oramai in bias consolidati: non è una calamità naturali da arginare, né da catechizzare o disciplinare; è, invece, l’irrompere di forze che chiedono ascolto: di certo non di censura.
Allo stesso modo, chi è più “anziano” non dovrebbe essere un ostacolo, bensì -come dicevo al principio- una memoria che offre radici, non catene.
Fra questi due slanci, fra rinnovamento e custodia, si gioca la profondità dell’Equinozio e del ricambio anche generazionale, che non parla mai solo di una maturità individuale, ma anche e soprattutto comunitaria.
Viva la Primavera!

Ciò che è stato costruito

C’è però un dato che sarebbe poco onesto non riconoscere e che vedo spesso sottovalutato da chi è “appena arrivato” nella Comunità neo-pagana: al di là delle posizioni, delle differenze di accento, delle sensibilità talvolta anche divergenti, la comunità neopagana nelle sue molteplici correnti, in questi decenni ha compiuto un lavoro reale vero, anche con costi personali altissimi.
Ha riportato nel discorso pubblico temi che per anni sono stati liquidati con superficialità.
Ha custodito pratiche, studio, ritualità, quando non era conveniente farlo.
Ha costruito spazi di ricerca e di confronto che oggi diamo quasi per scontati, ma che scontati non erano affatto.
Se oggi possiamo discutere di tradizioni, di evoluzione, di maturità iniziatica, è anche perché in tanti per anni ci hanno lavorato, solitariamente, in parallelo, in modo divergente o convergente.
Ed ancora si continua.
Tutti bravi a criticare chiedendosi cosa possa fare la comunità neo-pagana per loro ma, prima di farlo, avete mai domandato cosa potreste fare voi per la comunità?
Ciascuno fa quanto può e riesce però, forse, per il bel germogliare primaverile, servirebbe anche la leggerezza dell’ammettere il peso dei terreni propri ed altrui.
Personalmente, apprezzo maggiormente l’ultimo dei più “criticati” però impegnato per la comunità, che il più “virtuoso” che non ha mai mosso un dito.

Perché si possono avere -magari con linguaggi diversi- impostazioni differenti, incomprensioni e litigi, ma con una radice comune: non lasciare che il Sacro venga banalizzato. Non sempre ci si trova d’accordo sul come, ma è cosa sana, utile a tutti.
Viva la Primavera!

Un intreccio che regge

Questo patrimonio d’impegno non è proprietà di una singola linea né di un singolo nome.
È un tessuto collettivo.
E come ogni tessuto vivo, contiene nodi, tensioni, cuciture visibili e no; anche strappi, anche macchie. Ma regge proprio perché è intreccio.
Se la Primavera ci insegna qualcosa, è proprio questo: che la crescita non avviene per sottrazione, ma per integrazione.
Ciò che conta è che il confronto non scivoli nella delegittimazione, che il dissenso non diventi sospetto sistematico, che la critica non perda di compostezza.
Con gratitudine per ciò che è stato costruito e con responsabilità per ciò che possiamo ancora generare insieme, continuiamo.
Viva la Primavera!

Di Luca

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