“I calzolai hanno tutti le scarpe rotte”, diceva mio nonno che lo faceva di mestiere.
Allo stesso modo, Esculapio, Dio dei guaritori: era zoppo.
Se hai le scarpe rotte, come potresti mai aggiustarle agli altri. Come potresti mai, anche, aiutare, guarire, salvare. No, non puoi salvare nessuno.
Salvarsi, salvare. Sono parole che ultimamente mi capitano fra le mani con una frequenza terribile e costante.
Non so esattamente da dove iniziare.
Forse potrei cominciare dal “perché” condivido con voi quanto seguirà.
E il perché, è che sento in giro nell’aria, in persone che conosco, persone che si rivolgono a me, un senso di resa, di “non ce la farò”, di “sono rotta/o dentro” e “non vado bene per questo mondo”. Avere le scarpe rotte e allo stesso tempo sentire di dover agire per “guarire”. Una cosa che conosco molto, troppo bene.
Sì, moltissimo.
Mi piace spesso dire che la stregoneria è in un qualche modo anarchica, che è l’estrema ratio di chi ha vissuto o sta vivendo la “sconfitta”, ma questa, a ben vedere, può essere il nostro più grande patrimonio.
Detta così, senza riferimenti concreti e reali può sembrare un frasetta da baci perugina. Invece è cosa vera.
Duramente vera.
In questi ultimi giorni è stato un continuo confrontarmi con questo genere di esperienze negli altri: e questo ha richiamato miei spettri antichi. Ricordi oscuri. Dolorosi all’inverosimile. Taciuti. Sempre.
Nella mia sfera di rapporti più intimi e privati, ho condiviso alcuni di questi ricordi… loro sanno, voi no. E nemmeno le mie amicizie più care conoscono quanto descriverò ora qui.
Chi mi conosce dall’esterno, vede l’Alto Sacerdote (termine che mi fa sempre sorridere), oppure il docente e formatore, non lo direbbe probabilmente mai: però io, davvero, sono affogato negli abissi totali, morto e rinato.
Non lo racconto quasi mai in giro, perché ho sempre paura che queste vicende private possano sminuire (o essere utilizzate per farlo) il mio essere divenuto pagano, il mio avere intrapreso un determinato percorso spirituale.
Però, oggi, sento sia più giusto spiattellare tutto sulla pubblica piazza, in modo nudo e crudo.
Perché credo che la mia esperienza possa essere utile a chi si trova in questa stessa difficoltà.
Credo anche, lo ammetto, possa essere terapeutico per me raccontare.
L’antefatto è lineare e semplice: fra i 17 e i 18 anni ho fatto circa tre mesi di ricovero in clinica psichiatrica per disturbi depressivi. Gravi.
Due ricoveri, per la precisione.
La giovane età e un’assistenza fortissima mi hanno salvato. In tutti i sensi.
Ripresi la scuola superiore (diplomandomi bene), Università 110 e lode, vita intensa, lavoro, mille interessi, tutto okkey, no?
E’ andata bene?
Sì.
Ma devo spiegare meglio.
Perché gli spettri del passato, ricordi terribili, li ho sempre accanto. Sempre.
E così potrebbe capitare o essere successo anche a voi.
Ma anche i ricordi più terribili possono essere una forza invincibile, una ricchezza inesauribile. Per questo, con un doloroso e difficile “coming out”, ve ne parlo.
Ieri sera, per la prima volta nella mia vita, ho raccontato alcuni di questi ricordi alla mia compagna. Fino a ieri, nessuno ne sapeva nulla. Solo io. E li condivido ora anche con voi.
Perché ne prendiate forza, perché l’alchimia con cui ho lavorato su questo dolore possa essere anche vostra risorsa.
Il vento al di là della finestra e il silenzio
Iniziamo così, con una immagine che vi sembrerà assolutamente illogica, ma che si fonda su una mia esperienza molto forte: il vento che agita le tapparelle mi terrorizza (spiegherò perché), e però mi ricorda quanto sia necessario fare uno spazio di silenzio in se stessi affinché si possa cambiare dentro.
Ero ricoverato, avevo tentato di “farmi male” e mi legarono. Sì, come nei film.
Con i bracciali già presenti nelle sponde e ai piedi del letto. Mi sedarono.
Abbassarono le avvolgibili perché la luce del giorno non interferisse con quello che, si auspicavano dopo la sedazione, sarebbe stato il mio sonno.
Ma non dormii.
Un vento forte scuoteva le tapparelle e gridavo. Dovevo andare in bagno, ma nessuno rispondeva e io, legato, urinai nel letto. Lì, sconfitto, sopraffatto, annichilito nella mia dignità, feci una sorta di capriola mentale: aprii il mio silenzio interiore dicendomi “domani non succederà più”. Il vento scuoteva tutto alla finestra, ma dentro avevo il silenzio, e quello spazio muto fu il punto da cui ricominciai la mia vita.
Il rumore delle avvolgibili mosse dal vento ancora mi dà capogiri.
Però quando mi chiedono cosa sia il silenzio interiore, come questo abbia a che fare con il tornare al proprio centro, quando tento di spiegarlo, ecco: io l’ho imparato così.
Non puoi salvare tutti
E vorresti farlo perché, sotto sotto, vorresti ti salvassero.
Nel mio secondo ricovero avevo un compagno di stanza, circa 50 anni, affetto da depressione bipolare con una diagnosi che indicava anche disturbi schizofrenici. Quando era nella buona ci rideva sopra dicendo “non so chi dei miei tre Io abbia questi disturbi”. Sul comodino aveva messo una cornicetta in cui conservava quella che millantava come la risposta del Papa ad una sua poesia sul senso della vita. Era evidente la contraffazione. Una scritta a mano, sgangherata e tremolante, nella quale Giovanni Paolo II diceva quanto la sua poesia gli fosse d’ispirazione e di come Gesù Cristo stesso avesse guidato la sua opera poetica.
Io facevo finta di crederci.
Poi una mattina smise di parlare.
Gli occhi vuoti. Assenti.
E d’un tratto iniziò a mordersi i polsi, come un cane affamato potrebbe fare con una coscia di pollo.
Era più grande, più forte e alto di me che, all’epoca –nonostante il mio 1.78 di altezza– pesavo sì e no 60kg, ogni mio tentativo di fermarlo fu inutile.
Mi fece ruzzolare in terra con una fortissima sberla gridando: “tu e il Papa mi avete tradito per trenta denari!”.
In quel momento imparai il senso dell’impotenza. Quella di chi non può cambiare le cose, non puoi salvare le persone. Però compresi anche che “salvare”, era cosa che sentivo profondamente. Forse per questo mi occupo anche di guarigione.
La pietà disperata
In un modo ancora più doloroso ho imparato il senso della pietà disperata. Quella che “ogni volta che muore un uomo, muore tutto l’universo”, anche se la persona in questione è “brutta e cattiva”. Era in clinica un carcerato, da quello che avevo capito gestiva una sala scommesse e comunque cose non troppo legali. Molti dicevano che avesse finto una malattia depressiva per non stare in gabbia. Piangeva spesso.
Quando gli parlavo diceva sempre che era molto pentito delle botte che aveva dato a moglie e figlia.
Che però, diceva, se lo meritavano.
Che però, diceva, se solo fossero state più attente, non gli avrebbero fatto perdere il controllo.
Insomma: una persona di merda.
Una notte sento piangere e tossire poco distante dalla mia camera. “Ma piantalaaaaa, voglio dormire!”, gridai qualcosa del genere, ma il pianto e i colpi di tosse non smettevano.
Avevo imparato che con una tesserino tipo carta di credito potevo aprire la porta (durante la notte ci rinchiudevano nelle stanze a chiave). Per cui “forzo” la serratura ed esco per risolvere la cosa.
E c’era lui, in fondo al corridoio, accanto ad un termosifone, seduto, appallottolato con le gambe fra le braccia, con il sangue che zampillava dal collo.
E corro.
E metto le mani in torno al collo per fermare il sangue.
E grido.
E grido aiuto, aiuto, aiuto.
E lui che dice più o meno “lasciami morire che non servo a nulla e il mondo sarà migliore”.
Eppure aveva gli stessi occhi di un bambino che non sa perché lo hanno messo in castigo. Nell’essenzialità dell’umano, in fondo, ci sono sempre quegli occhi.
Quelle grida, il sangue nelle mani, non me le leverò mai dalla memoria.
Aiuto. Grido ancora.
Ecco, la pietà disperata. Perché non c’è alcuna giustizia nella morte, nemmeno per le persone più ingiuste.
Dovremmo essere più clementi con le vite altrui, anche quando ci sembrano terribili.
La Sacralità del Corpo
Poi ieri sera ho anche raccontato di “Occhi verdi”. Era più grande di me, stupenda. Avrà avuto sì e no 25 anni, io ero prossimo al mio 18esimo (che “festeggiai” lì, in clinica). Occhi bellissimi, come se ne vedono ogni 1000 anni e fanno invidia alle Dee.
Disturbi alimentari. Anoressia.
Aveva cercato di entrare in un convento, ma le suore -per un volta, saggie- l’avevano fatta ricoverare. Nella sala comune di svago disegnavamo assieme con dei pastelli a cera (matite o cose appuntite, ovviamente non erano permesse). Lei mi diceva che il corpo non le serviva e che le era d’impedimento per essere spirito ed anima per Dio. E che lei voleva essere perfetta per Lui.
Senza corpo.
Senza la “miseria della carne”, come diceva lei.
Era molto contenta di non avere più le mestruazioni che, sosteneva, “sono cosa bestiale che puzza”.
Io ascoltavo e ribattevo che se Dio l’avesse voluta senza corpo, avrebbe provveduto altrimenti.
Che il corpo ci serve.
Forse poi ho fatto filosofia all’università per quello. Per un tentativo postumo di strapparla a quell’inganno interiore, che se avessi avuto più argomentazioni “magari la salvavo”. E invece no.
Lei morì.
Non sono persona con grande memoria per i dettagli, ma ricordo bene che era un martedì mattina.
Credo che il personale infermieristico e medico non fu molto professionale, perché sfilò per il corridoio il lettino con lei morta sopra. Gli occhi ancora aperti. Verdissimi.
Come il più bel campo che la primavera possa mai colorare con dei pastelli di cera.
Anche in quel caso ho imparato.
Forse è anche per questo che nei miei corsi insisto tanto sul radicamento. Sul corpo che è base e partenza di ogni sana spiritualità. Chissà.
I Demoni che ti mangiano dentro
E poi ho raccontato dei “demoni”, ovvero di quel desiderio, di quella sete che non è mai placabile: che ti fa vedere il bicchiere colmo di acqua, lo desidera, lo riempie, ma non lo raggiunge mai e, se lo beve, non ne prova alcun sollievo.
Nel dolore e nella disperazione, si cercava qualsiasi forma possibile di lenimento. Il sesso, ad esempio.
E c’era lei, di circa 40 anni, con un disturbo bipolare che mi scopava in bagno sulla sedia bianca di formica.
Non ero esattamente consapevole di cosa succedesse, perché, come.
Ero così imbottito di farmaci e in particolare di neurolettici che non riuscivo a “venire”. Mai.
Arrivavo lì, al culmine. Poi nulla.
E l’odore mi nauseava.
Alle volte mi capita di sentirlo ancora. Come un fantasma. Come di latta d’alluminio ossidata. Di sudore malato.
Ed ho imparato che quel che oggi posso chiamare Goetia è un cosuccia terribilmente complessa e che però può essere estremamente concreta e vera nella nostra vita. Che i “demoni”, sono i tuoi. Dentro.
I tuoi limiti
E ancora, ancora e ancora ne ho raccontate. Come dell’anziana signora con i capelli corti, sempre profumata di detersivo. Che aveva una nevrosi per l’idea di contaminazione e di sporcizia. Toccarle una mano significava che se la sarebbe lavata e grattata fino a farsela sanguinare.
Nella sua camera c’era una sedia speciale, considerata “contaminabile”, una grande conquista per lei.
Sedevo su quella e chiacchieravamo. Le parlavo dei miei sogni da adolescente, del fatto che sarei uscito di lì, che sarei stato meglio. Lei sorrideva.
Mi raccontava di quanto quel suo “piccolo problema con l’igiene” le avesse rovinato la vita, che non riusciva a fare l’amore con suo marito, perché poi si sentiva sporca e doveva lavarsi la vagina troppo; più volte era finita in ospedale perché, per quello, finiva con il procurarsi gravi lesioni.
In lei ho visto e capito come i limiti mentali che ci poniamo abbiano un efficacia estremamente e brutalmente reale.
Però mi diceva che io ero giovane.
Che io ce l’avrei fatta.
Che io ne sarei saltato fuori.
Salvarsi
Purtroppo ho con me tante altre brutte immagini, come il pittore che aveva bisogno di elettroshock (sì esistono e si fanno ancora), la moglie tradita che s’impiccò nel corridoio e mille altri racconti dell’orrore.
E sì, ne sono saltato fuori.
E sì, bene.
E sì, ho imparato molto. Con tanto dolore. Con tanti ricordi terribili, che non scompariranno mai.
Però vi dico che, in fondo, siamo più spesso il risultato delle nostre esperienze dolorose che non delle gioie e che, trovare il modo di farne ricchezza, questo sì è l’unico vero tesoro: dare loro valore.
Quando guardo alle persone e alle situazioni, io ho dietro agli occhi queste esperienze.
E spesso mi commuovo nel vedere bellezza, nel vedere umanità.
Non per questo sono diventato saggio.
Ho un pessimo carattere che tento di migliorare.
Quando vedo atteggiamenti passivo-aggressivi, quando vedo ipocrisia, quando sento “che ci si stanno tirando delle menate”, che le parole dette sono vuote, luoghi comuni, ho questi fantasmi che riemergono e mi fanno gridare.
Perché le cose importanti sono semplici. Odorano di piscio e di sangue.
E io lo so, per esperienza diretta.
E divento irascibile.
E poco “simpatico”.
E duro.
Inflessibile, dicono.
Ma tant’è, domani magari riuscirò a migliorare. Chi lo sa.
Guarire
Non possiamo scegliere del tutto ciò che abbiamo vissuto o vivremo, ma di certo possiamo decidere quanto e come farne nostro patrimonio. Magari anche per migliorarci.
Nessuna/o è mai davvero sconfitto.
E se vi dicono che siete “rotte/i” dentro, sappiate che non è vero.
Avete probabilmente un modo nuovo, diverso, analogico, controcorrente, di vivere e ragionare.
Di ricordare, di piangere, di ridere e di amare.
O forse semplicemente, che ne siate consapevoli o meno… mi piace pensarla così: siete “solo” streghe e stregoni.
Guaritrici, guaritori.
Calzolai con le scarpe rotte.
Qualcosa sapevo , qualcosa lo intuivo, ma era un goccia microscopica in confronto a ciò che hai scritto ora.
Quei demoni ti faranno compagnia finché campi ma hai avuto il coraggio, enorme, di guardarli in faccia, di dare loro un nome ed un volto.
E ricorda: se Chirone non fosse stato ferito, mai sarebbe diventato guaritore.
Portare il Sacro nel quotidiano, essere Sacerdoti significa anche affrontare a muso duro i nostri demoni e “sfruttarli” per portare bellezza nel mondo.
Ti voglio bene Nini
Mi sono commossa,non è un caso che abbia ricevuto questo messaggio proprio oggi … Grazie,infinitamente Grazie…
Maria
Grazie per il tuo racconto così forte e coraggioso.
Una cosa l’ho sperimentata nella mia vita: il dolore ci può distruggere oppure ci può salvare. La salvezza che arriva dopo il dolore cambia la vita in maniera irreversibile. Buona vita