Il gelo dell’inverno non era stato un semplice fenomeno atmosferico, ma una crosta di sale depositata sulle nostre esistenze; un’inerzia opaca che ci schiacciava sotto il peso di ciò che era ormai logoro, come certi vestiti smessi che, invece di scaldare, finiscono per soffocare il respiro.

Poi arrivò lei, con quell’irrequietezza tagliente che pareva fendere l’aria stessa. Mi disse che era giunto il tempo di spezzare le catene della morte, di riemergere dai cancelli plumbei dell’inerzia perché la luce potesse finalmente reclamare il suo trono.

Ci ritrovammo sulla soglia dell’Occultum, avvolti da un silenzio che pareva fatto di vetro, fragile e assoluto. Sulla porta, la spada e la scopa giacevano incrociate: un monito antico che mi fece mancare il battito.Lei mi fissò come se potesse leggermi dentro le ossa, le sue pupille specchi dell’abisso. Con una voce che non pareva appartenere a gola umana, mi chiese: “Che cosa cerchi tra le soglie, dove passano luce ed ombre?”. Balbettai qualcosa sulla rinascita, ma la verità era più cruda: cercavo disperatamente di non affogare nel mio stesso grigiore.

GLI ANTICHI ED IL SEME

Varcato il limite, lo spazio si fece saturo di incenso e mirra, fumi che s’intrecciavano come serpenti di nebbia. Lei si muoveva con la precisione spietata di una predatrice. Sollevò una cesta colma di simboli e la sua voce si fece allegoria vivente: evocò Opi, la Grande Madre dal ventre fertile, e Saturno, il Signore del Tempo che tutto divora e tutto genera. Mi porse una chiave di metallo freddo, la chiave dell’Equinozio.

In quel tocco gelido compresi: non era un oggetto, ma la promessa violenta di scardinare quel cancello interiore che avevo sigillato troppo a lungo. Mentre danzavamo nel cerchio, l’equilibrio delle forze divenne una percezione fisica, quasi dolorosa: la mano destra e la sinistra, l’oscurità e il fulgore che si eguagliavano sul filo del rasoio.

Qualcuno evocò Diana, la Cacciatrice Pura, colei che gli uomini bramano ma temono poiché specchio della loro stessa natura selvaggia. Io la guardavo e vedevo una bellezza che era insieme vita e decomposizione. Mi sentivo come l’Uomo Verde, un groviglio di rami e radici che cercava, con uno sforzo quasi brutale, di germogliare attraverso la carne. Il culmine fu un atto di una solennità violenta. Chi aveva chiamato Diana prese un vaso di terra; io impugnai l’Athame. Piantammo un seme. “Pianto il seme che porta nuova vita”, sussurrammo all’unisono. In quel gesto di interrare qualcosa di piccolo e duro, sentii la rinuncia drammatica del mio “Io” alla sua unicità sterile. Era l’Ingresso dell’Albero: una consapevolezza che mi esplodeva nel petto come un fuoco generatore.

IL SANGUE DELL’INIZIATO ED IL SIGILLO DELLA RUOTA

Spegnemmo i ceri e riassorbimmo il cerchio. Fuori il mondo appariva immutato, ma l’aria non sapeva più di cenere: profumava di terra smossa e promesse. Avevamo “rubato” le chiavi della ciclicità e, per la prima volta, non temevo l’opera del Tempo. Eravamo oltre la soglia, eppure il vero viaggio era appena iniziato dentro le mie vene, dove il sangue batteva un ritmo nuovo, accordato al mistero dell’Uno. Non ero più spettatore, ma un “Cercatore” accolto tra i mondi. Essere iniziati significa questo: sentire sulla pelle il bacio della luce e il morso dell’ombra, una parità vibrante come la fune di un equilibrista sopra l’abisso. Sentivo le mie difese cedere il passo a una magia selvaggia.

Stringendo il tirso, compresi che la mia ascesa spirituale seguiva la ruota solare, trasmutando dall’Acqua al Fuoco, come linfa che risale prepotente nel legno. Era l’inizio del mio zodiaco interiore. In quel vaso di terra non c’era solo una promessa di fioritura, ma la mia stessa trasformazione viscerale: più il fuoco avrebbe arso in questa primavera, più la mia terra sarebbe stata fruttifera. L’ultimo “E sia così” non fu un congedo, ma un sigillo impresso nello spirito. Uscii dall’Occultum sapendo che la Dea, Luna crescente al culmine della bellezza, e il Dio, Signore Bicorne feroce e libero, erano ora le coordinate del mio nuovo orientamento.

Il mio cammino era appena fiorito. E non avrebbe più conosciuto ombra che la luce non potesse abitare.

“Cacciatrice d’argento, Luna crescente,
Sveglia la terra che ancora non sente;
Sciogli la neve, apri il cancello,
Togli all’inverno il suo grigio mantello.
Sei tu la soglia, la tana, il mistero,
L’alba che brilla nel bosco del nero.
Signore Cornuto, Uomo di Foglia,
Spingi la vita oltre la soglia;
Bicorne selvaggio, fiato di fuoco,
Porta il tuo seme in questo tuo gioco.
Dio della forza, giovane e fiero,
Rendi più verde l’intero sentiero.”

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