Ritorno al mio Altare e lavoro… Questo suggerisce Olivia Robertson e mai come ora mi pare un suggerimento prezioso e saggio. Con passi lenti, ritorno come chi rientra dopo una tempesta. Sono provata, stanca, disillusa ed il mio altare è coperto di polvere e cenere d’incenso… Puzza quasi di giorni stanchi, ma il fuoco sotto la cenere non ha mai smesso di esserci, pronta a sfavillare al primo soffio di vento.
Alcune volte (sempre più frequentemente in realtà) mi pare che tutto sia fermo, o meglio sia tornato, a trent’anni fa. Quando ho iniziato ed eravamo quattro gatti spauriti pronti a soffiarci a vicenda…
Mi domando se ne vale la pena… Darsi tanto da fare per gli altri, seminare in continuazione, andare avanti nonostante il corpo dica “fermati”, continuare imperterrita a lanciare “perle ai porci”…. Dopo tanti anni di “metterci la faccia” mi guardo attorno e mi rendo conto che alla fine non ne vale più la pena. Lascio cadere nel vuoto tutto. le parole che graffiano, le assoluzioni date per paura, l’indifferenza — quella nebbia che spegne il desiderio prima ancora del gesto. Le lascio cadere perché sono solo zavorra ed io non ho più voglia, tempo e forza per portarmele appresso… Le depongo a terra, come panni consumati. Mi cingo i fianchi di silenzio vigile, sollevo il capo non per superbia ma per memoria, apro le braccia: non per arrendermi, ma per ricordare a me stessa ed al mondo che sono ancora canale. Che so ancora parlare con il Divino…. E lavoro… Lavoro con mani tremanti ma sicure perché l’altare non chiede perfezione, chiede presenza. Prego senza parole, con il respiro, con il battito, con la ferita che pulsa e non si chiude. Con il cuore colmo di amore perché se gli umani dimenticano, gli Dèi, no. E in quella preghiera ruvida, essenziale, qualcosa si riallinea. Non tutto guarisce. Ma qualcosa (tutto?) torna a scorrere.
Ritorno all’altare, con addosso il peso degli sguardi. Essere “visibile” è una veste che consuma: ogni parola esposta, ogni gesto letto, ogni silenzio interpretato. C’è fatica nel mostrarsi intera, nel restare in piedi quando vorresti solo scomparire, diventare anonima come il seme sotto terra,
A volte il cuore chiede nascondiglio, un nido caldo dove smettere di essere guida, specchio, voce. Dove poter essere solo carne stanca e respiro corto ed affannato.
Porto anche questo a Diana:
La voglia di chiudere le porte.
Il desiderio di non essere vista.
La nostalgia di una solitudine che cura.
Indosso la cinta nonostante tutto, sollevo le braccia e la testa. Perché in questo momento sollevare, quando tutti guardano, mentre lucidano armature ed ego, è un atto di coraggio silenzioso.
Apro le braccia alla mia Dea, so che saprà curare le ferite, so che mi darà Segni per scegliere al meglio e dosare il Sacerdozio “pubblico” e quello “privato”.
Devo imparare a lavorare così: tra luce e ombra, tra voce e nascondimento, accettando che anche la sacerdotessa ha bisogno, a volte, di inginocchiarsi dietro l’altare e piangere lontano dagli occhi del mondo.
Prego.
Non per essere forte sempre, ma per restare vera.
E questo, forse, è il lavoro più sacro.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *