Il nero di Luperco

Nella antica Roma, fra il 13 ed il 15 Febbraio di ogni anno erano festeggiati i Lupercalia, uno dei riti forse più vividamente descritti della religione romana. La loro importanza era tale che furono una delle ultime feste romane ad essere abolite dai cristiani[1].

Sul Palatino, in una grotta nei pressi del ficus ruminalis sotto al quale Romolo e Remo furono allattati dalla lupa secondo la nota leggenda, erano iniziati i Luperci con una ritualità semplice quanto suggestiva: sacrificata una capra, con la lama ancora sporca di sangue era macchiata la fronte degli iniziandi a simboleggiare l’usuale condizione umana di mortali. Il sacerdote procedeva poi a ripulire la loro fronte con la lana della vittima sacrificata e latte di capra.

Con la pelle della capra, erano quindi realizzate delle fruste rituali e, con queste, i nuovi Luperci (spesso adolescenti)  scendevano seminudi dal colle, correndo nell’urbe, sferzando le natiche ed il grembo delle donne che si prestavano al colpo simbolico quale augurio ed auspicio di maggiore fertilità.

Sembrerebbe vi sia poco o nulla da chiarire e, in effetti, una prima lettura del rito può dare questa sensazione, ma se prestiamo maggiore attenzione, subito è percepibile che vi sia qualcosa di più.

L’arcaicità del rito era tale che, al riguardo, gli stessi Romani avevano difficoltà nel dare spiegazioni[2] circa il senso e l’origine dei Lupercalia. Secondo Dionisio di Alicarnasso[3] e Plutarco[4], si trattava di un rito proveniente dall’Arcadia mentre, in una più nota versione fornita da Ovidio[5], al tempo di Romolo vi sarebbe stato un prolungato periodo di sterilità nelle donne. Così, per risolvere la situazione si rivolsero a Giunone supplicandone l’intervento; attraverso lo stormire delle fronde, la dea rispose, che le donne avrebbero dovuto essere penetrate da un sacro caprone, ma un augure etrusco interpretò l’oracolo afferrandone il senso rituale e spiegando che ciò si sarebbe potuto ottenere sacrificando un capro e tagliando dalla sua pelle delle strisce con cui colpire la schiena delle donne (in realtà si arrivò presto alla più mite usanza di dare piccoli colpi alle palme delle mani). Nessuna di queste versioni, tuttavia, convince né convinceva del tutto gli stessi romani.

La verità è che già nel 40 a.C. le origini del rito sembravano perdute, tanto più se si considera l’imbarazzo con cui, probabilmente, gli autori dovevano ammetterne una provenienza non Romana.

Nonostante la storia abbia lasciato descrizioni piuttosto puntuali del rito, non sappiamo con certezza se, per la parte strettamente iniziatica, alcune cose siano rimaste celate e taciute (anche se è assai probabile) e, forse per questo, alcuni passaggi simbolici possono mettere in difficoltà anche l’occhio più esperto.

Ad esempio, se come dicevano i romani Luperco proteggeva le greggi dai lupi, perché era egli stesso un lupo ed era sacrificata una capra? Sembra contro intuitivo. Ed ancora, perché una celebrazione legata a Fauno Luperco, una divinità con una chiara connotazione boschiva, si teneva all’interno di una grotta piuttosto che in un bosco? Perché una festività che sembra legata alla rinascita si inseriva nei giorni funesti (ferales) in cui ogni famiglia si occupava dei propri morti? Qual era il legame fra la prima parte del rito, iniziatica e riservata, e quella pubblica rivolta alla comunità?

Questa festività così apparentemente esplicita, dunque, non  può essere correttamente intesa se non rimandando ad una serie di simbologie molto più articolate di quanto possa sembrare.

Fin da subito, però, è da suggerire che considerare i Lupercalia come un rituale apotropaico a difesa delle greggi e degli armenti, sia estremamente riduttivo.

Ma andiamo con ordine.

La cerimonia avveniva in un momento molto particolare del calendario romano[6], i templi degli Dèi erano chiusi, non si svolgevano sacrifici, non si accendevano fuochi ed era addirittura proibito contrarre matrimoni.

Per meglio comprendere i Lupercalia, è inevitabile e necessario inserirli nel mese in cui si svolgevano che, come ampliamente spiegato dall’articolo su Giunone Februa, era un periodo di purificazione ed, in questo, i Luperci, ne erano il naturale complemento maschile[7]; al romano non sfuggiva il fatto che la frusta dei lupercalia fosse appunto la februa, lo strumento del februare, ossia purificare[8].

L’assodato collegamento fra Iuno Februa, i Lupercali e la frusta, era ribadito e sancito dall’uso di pelle di capra, animale associato a Giunone di cui, quale Giunone Sospita, ella si vestiva in molte raffigurazioni (ricorda Valerio Flacco che amiculum Iunonis, id est pelle caprina).

Varrone[9] spiega e conferma: “[…]Quando il re dei sacrifici annuncia le feste mensili nelle none di febbraio, chiama februatus il giorno dei Lupercali. Februm è un termine sabino che significa purificazione, ed esso non è ignoto nei nostri sacrifici, giacché gli antichi chiamavano februs la pelle di capro di cui era fatta la sferza con la quale durante i Lupercali venivano colpite le giovani donne, e i Lupercalia erano chiamati dagli antichi Februatio (festa della purificazione)[…]”.

Erano passati pochi giorni dalla fine delle Feriae Sementivae, quando a Roma si celebrava la fine della semina (fra il 24 ed il 26 gennaio) e se il mondo agricolo restava in attesa della primavera, il mondo pastorale, invece, vedeva entrare i cicli produttivi di molti animali d’allevamento nel pieno della propria attività con l’approssimarsi dei parti (specie delle capre[10]).

Con il corpo coperto di grasso e una maschera di fango spalmato sulla faccia, i Luperci irrompevano nella città con la forza del selvaggio e dell’animalesco… un aspetto ferino che restava però “controllato” e denso di senso all’interno del recinto procreativo garantito da Iuno Sospita, che incarnava, fra le altre cose, la ciclicità rinnovatrice femminile e lunare: così come la presenza improvvisa del becco[11] tra le capre stimola una nuova ovulazione e il calore così, figurativamente, era  l’irruzione dei luperci per la città.

Com’è noto, assieme ai Salii, i Luperci sono una delle due solidalitates dedicate al culto iniziatico di Faunus/Marte ed il loro collegio, rientra quasi certamente in quel che potremmo descrivere come una Männerbund[12], ovvero un gruppo di ordine virile. A conferma di ciò, Cicerone sosteneva[13] fossero una “confraternita selvaggia, tutta pastorale e agreste …”, la cui unione “fu istituita nelle selve prima dell’umanità e delle leggi”.

Tali gruppi, erano una caratteristica tipica della cultura delle società indoeuropee[14] e, qui, si prestava alla costruzione di un articolato –e delicato– dialogo con il femminile dove, in questo caso,  Giunone faceva da quadro ed argine.

Nella forma prototipica, gli iniziati (due), rappresentavano i due fratelli, Romolo e Remo, figli di Marte. I due giovani sono dei selvaggi, pastori e cacciatori, destinati a scomparire a meno che non riescano a trovare una dimora ed una donna con cui procreare. Gli “uomini lupo” costituivano una società senza donne, la società impossibile dei figli di Marte: per questo vi è un rapporto di necessità che lega i Luperci alla Divinità generatrice per eccellenza.

Il legame fra Lupercalia e Giunone era tale che il tempio di Giunone Sospita sorgeva nei pressi del Lupercal[15] (la caverna in cui si teneva il rito) in posizione dominante e, com’è noto, il posizionamento relativo fra i luoghi di culto è sempre stato di fondamentale importanza per i romani così come per molte altre civiltà.

E’ quasi palpabile la tensione contenuta nell’equilibrio fra l’azione più propriamente maschile che si esplica nel rito e quella femminile che ne fa da cornice: il simbolismo iniziatico dell’uscita dalla grotta[16], anche considerando la geografia sacra che la posizionava nei pressi del tempio di Iuno Sospita, è così spiccatamente legato al simbolismo del parto che sembra quasi inutile insistervi.

Purificazione, rigenerazione, fertilità e rinascita.

Pur senza poter averne evidenze, con un certo azzardo si potrebbe parlare dunque di una ritualità maschile che sublimava la parte di sé primitiva e terribile, per rinascere ed entrare in un rapporto di ausilio e complementarietà rispetto alle funzioni procreative femminili a cui, pure, doveva la propria esistenza.

Ad ogni modo, anche chiarito il rapporto dialogico fra Lupercalia e Giunone, e quindi fra la prima parte del rito e la seconda, può sembrare comunque problematico inquadrare il chiaro ed esplicito riferimento al Lupo nonché le vere origini della cerimonia.

Paradossalmente, però, su quest’ultimo punto abbiamo più informazioni dei romani stessi.

Infatti, è assai probabile  che il culto di Luperco (Fauno Luperco, più tardi assorbito dalla figura di Libero) provenisse dal culto falisco – sabino degli Hirpi Sorani (“Lupi di Soranus”, dalla lingua Sabina hirpus = “lupo”) praticato sul Monte Soratte.

Soranus è un antichissima divinità italica legata all’oltretomba alla quale, come per molte divinità ctonie, erano associati poteri oracolari e di purificazione (principalmente per tramite il fuoco). In suo onore, venivano eretti cippi in basalto o pietra vulcanica, di color nero, bluastro o verde cupo, recanti il segno di un fulmine, simbolo del potere del dio sugli elementi della natura. E’ noto che i suoi sacerdoti, gli Hirpus, lo venerassero con grandi fuochi accesi presso le grotte e le cavità del monte e che nel culto camminassero sui carboni ardenti.

Soranus-Luperco condivide il lupo con altre divinità infere di etrusca memoria come Aita o Calu, ed il lupo è una figura che si ripresenta, trasversalmente, fra molte delle antiche popolazioni che abitarono la nostra penisola.

Soranus[17] è originato dal più antico Śuri, “il Nero” o anche “quello del Nero/ quello che è nel Nero”[18], che in realtà non è che un riferimento indiretto ad un nome divino che si preferiva non pronunciare. Questo è l’indizio di un Dio “pericoloso”, pericolosità che giustifica gli scarsi riferimenti diretti a lui e spiega forse uno dei motivi per cui venne assimilato ad una sua più mite versione. Tale assimilazione da parte romana fu probabilmente agevolata dal fatto che, in alcuni casi, Śuri facesse coppia con l’etrusco Selvans o Fuflun che gli stessi identificavano con il proprio Silvano.

Così, specie in età imperiale, sotto la spinta di suggestioni ellenizzanti, i romani andarono perdendo il senso originario di questo riferimento all’oltretomba e, nel suo essere rito di purificazione, accostarono Luperco ad Apollo Licio (dei lupi) con i quali condivideva l’animale ed i poteri o, addirittura, a Pan Linceo, anch’esso accompagnato dal simbolismo del lupo.

Eppure, Varro[19] ricordava che Febbraio ed i Lupercalia fossero inevitabilmente collegati alle divinità infere[20]: “…ab diis inferis Februarius appellatus […] id est Lupercis nudis lustratur antiquum oppidum Palatium gregibus humanis cinctum”.

Originariamente, infatti, nei Lupercalia il simbolismo del lupo rimanda a tutt’altro rispetto alla figura solare di un Apollo.

Qui, per l’appunto, si esprimeva la parte ctonia dell’antico Śuri-Luperco che, come divinità infera, guidava l’iniziando purificandolo e traendolo dalla caverna per condurlo all’esterno come forza in grado di portare fertilità e, il lupo, rappresenta –come di sovente in molte culture– l’animale psicopompo per eccellenza che accompagna l’anima dell’iniziato nel suo percorso dalla morte alla rinascita.

La presenza dell’elemento infero ribadisce la ben nota massima secondo cui non possa esservi rinascita senza che vi sia morte, e viceversa.

Nel pieno dell’inverno, il lupo che scende a valle è messaggero dell’approssimarsi della primavera che verrà e, attraverso di lui, sono liberate dalla caverna quelle forze che sole potranno garantire la fertilità di un grembo che si approssima a nuova generazione.

Da qui, ecco rivelarsi più chiaramente il senso rituale di ciò che avveniva nel buio della caverna, la successiva purificazione e l’inizio di quel dialogo fra la februa maschile e ed il ventre femminile ampiamente incarnato da Giunone.

Il passaggio iniziatico che avveniva all’interno della grotta sotto lo sguardo degli aspetti ctoni, era replicato nell’uscita dal Lupercal e nel passare dal buio alla luce. Allo stesso modo, la soglia era valicata portando nella sfera sociale quel che è stato innanzitutto individuale.

Sembra quasi possibile sostenere che, la stessa evoluzione che ha trasformato Śuri in Fauno Luperco, ricalchi la struttura medesima del rito: da un dentro alla grotta dominato da Śuri, ad un fuori dove l’iniziato è Fauno, dal sangue sulla fronte, alla lana bagnata di latte.

Così come Śuri è paredro di Feronia[21] (Cavtha o Phersipnai[22] per gli etruschi), una Dèa dell’Ade assimilabile alla Proserpina romana, così Fauno Luperco ha come controparte Giunone.

A correre nella città, dunque, non è più la divinità infera ed incontenibile, ma un nuovo tipo di energia maschile in grado essa stessa di purificare e propiziare fertilità contribuendo, nel simbolo e nel rito, ai preparativi delle future nozze sacre.

La corsa dei Luperci è dunque una corsa di Fauni e divengono tali perché hanno attraversato “l’esperienza della morte” ed è presumibilmente per questo che, una volta che la loro fronte veniva ripulita dal sangue, si chiedeva all’iniziato di ridere.

Faunus Luperco come tutte le divinità boschive e “selvatiche” è una divinità liminale, limes che qui si esprime, esternamente, rispetto alla soglia fra la parte umana e la parte naturale ed, internamente, fra conscio ed inconscio. Nel suo definire un confine, mette di fatto in comunicazione le due parti.

Allo stesso modo, i luperci, non entrano nella “città di Romolo”, nell’antiquum oppidum del Palatino: essi si limitano a lambirlo rimanendone ai margini così come conveniva alle divinità silvestri ed ai loro culti. La stessa parziale nudità dei luperci, viene percepita “dalla parte della natura”, dalla parte del dio Faunus, ed ecco perché da Lupi, a somiglianza del loro nuovo status, i luperci si trasformano e vestono una piccola stola di pelle di un capro. Com’è noto, il capro rappresenta probabilmente la forma più diffusa di simbolismo teriomorfo per indicare un  qualsiasi Dio della fertilità; per questo, quando un dio o un eroe è coperto di pelle animale, sta a indicarne le primitive e antichissime origini[23].  Il passaggio da lupus ad hircus (da lupo a caprone) non è una semplice trasformazione e non va intesa solo come una sequenza cronologica; Lupo e Caprone coesistono, restano sempre presenti: il primo non è che l’Ombra del secondo e resta come forza pur tuttavia sempre attiva e generante.

Questi sono i due aspetti di un unica forza, la sola che interessa a Faunus e, forse, è per ciò che si dice rispondesse “ogni tipo di saggezza umana è vana[24]alle domande postegli: tale saggezza non è né potrebbe essere di suo interesse rispetto alle attività ed i simboli che esprimeva nel rito dei Lupercalia e che continua ad esprimere dentro di noi se solo gli prestiamo orecchio.

 

 

 

 

 

[1] In una lettera di papa Gelasio I, scritta ad Andromaco (l’allora princeps Senatus), si riferisce che a Roma durante il suo pontificato (492-496 d.C.) si tenevano ancora i Lupercali, sebbene ormai la popolazione fosse da tempo, almeno nominalmente, cristiana

[2] Georges Dumézil, La religione romana arcaica

[3] Dionisio di Alicarnasso, Antichità romane

[4] Plutarco, Vita di Romolo

[5] Ovidio, Fasti

[6] Certo non è casuale che, sempre a febbraio, si celebrassero i Parentalia ed i Feralia ossia le festività rivolte ai defunti; in particolare, i Parentalia cadevano il 13 febbraio data in cui fu dedicato il tempio di Faunus nel 196 a. C.

[7] Károly Kerényi, Miti e Misteri

[8]E’ suggestivo osservare come, nei Lupercalia, la frusta assumesse forse un ruolo non molto dissimile da uno degli usi rituali che se ne fa oggi nella Wicca Gardneriana/Alessandriana

[9] Varrone, De Lingua latina

[10] Negli ovini, circa l’80% dei parti avviene fra febbraio e marzo

[11] Per questo, forse, il sacrificio prevedeva anche l’uso di un caprone

[12] Andreas Alföldi, Die trojanischen Urahnen der Römer, Rektoratsprogramm der Universität Basel für das Jahr 1956

[13] Cicerone, Cael.

[14] Georges Dumézil , Mithra-Varuna, Essai sur deux représentations indo-européennes de la Souveraineté

[15] Si vedano gli studi di Palmer,  1974, Rupke, 1995A, Guarducci, 1971

[16] Rene Guénon, Simboli della Scienza

[17] Mika Rissanen, The Hirpi Sorani and the Wolf Cults of Central Italy

[18] Giovanni Colonna, L’Apollo di Pyrgi, Sur/Suri (“il Nero”) e l’Apollo Sourios

[19] M. Terentius Varro

[20] Strabone, Geografia

[21] Giovanni Colonna, L’Apollo di Pyrgi, Sur/Suri (“il Nero”) e l’Apollo Sourios

[22]Salomon Reinach, Cultes, mythes et religions

[23] Marco Terenzio Varrone, De lingua Latina