Ognuno dei tre elementi è indispensabile all’altro; così ad esempio, ripetizione e simbolo, a nulla valgono senza l’azione.
Nulla è definitivo.
Oltre al corpo, il simbolo e la ripetizione, che sono gli elementi essenziali e per così dire costitutivi dell’azione rituale, quest’ultima si sviluppa nel tempo in una sequenza fondamentale[2] di ‘disintegrazione e reintegrazione’ articolabile in tre fasi: una separazione, in cui si prendono le distanze dallo stato di cose usuale presente o da una precedente condizione; un momento liminale o di transizione, in cui si vive per l’appunto il senso del limite o il rapporto con qualcosa di altro o di ‘mutato’ e, infine, un momento di fissazione della nuova condizione o di rinnovo di un’antica unione perduta.
In buona sostanza, si tratta di una sorta di atto comunicativo dove, la sequenza delle azioni rituali, costituisce una narrazione che l’officiante ripercorre esteriormente nell’azione del gesto e, interiormente, nel simbolo che deve essere esperito, vissuto e compreso anche quale ripetizione di un senso che lo precede.
In questo dialogo narrativo che si articola fra esterno e interno dell’officiante, unendo questi poli in modo armonico, il Rito diviene vero e proprio linguaggio con una grammatica e una sintassi.
E’ questo un argomento complesso su cui tanti grandi autori hanno già scritto e che ci porterebbe qui fuori tema, però, ciascuno approfondisca considerando come questo legame profondo possa guidarci. Infatti, per ciò che c’è noto di persona, non vi è rituale di culto che non ripeta[3], più o meno esplicitamente, miti (o loro parti) del pantheon di appartenenza.
Se così non fosse, ovvero se il Rito dipendesse esclusivamente dall’officiante, nessuna azione rituale potrebbe mai essere d’aiuto; se ci consentite la metafora, sarebbe come sollevarsi da terra tirandosi per i capelli. Invece, nel suo legarci a strutture e livelli che superano l’ordinaria esperienza umana, il Rito diviene cardine e via privilegiata per qualsiasi avanzamento spirituale.
In quest’ultimo senso, quindi, il Rito è mito in azione. Forma e contenuto.
Serve dunque perseveranza, fatica e una certa dose di coraggio nell’affrontare la selva di variabili che compongono un rito.
Nel suo De lingua Latina, Marco Terenzio Varrone fa dire al Dio Fauno che “ogni tipo di saggezza umana è vana”, forse è vero, ma se esistono tradizioni, se alcune strutture rituali e preghiere sono state utilizzate per secoli o addirittura millenni, non è stato per una mancanza di creatività che, con il vostro arrivo ispiratore, è finalmente giunta a noi per rallegrare gli Dei.
D’altra parte, se studiare è importante, a nulla vale se manca la comprensione profonda di ciò che si è letto e interiorizzato: a questo giova la pratica.
Non crediamo modifichereste il motore della vostra auto o i componenti del vostro computer se non foste assolutamente certi di tutti i fattori coinvolti: se questo vale per ogni attività umana, non dovrebbe valer a maggior ragione per ciò di cui ci occupiamo qui?
Prudenza, dunque, ma senza eccedere.
Prudenza e coraggio, curiosità e rispetto per le vie già tracciate possono sembrare modi di fare che poco si conciliano fra loro, ma sono gli unici alleati che vi troverete accanto e vale la pena farli andare d’accordo.
Tutti abbiamo sbagliato, né mai saremo immuni da errore, quindi cosa fare?
Sapere, volere, osare, tacere. Questo è un suggerimento dato da diverse tradizioni della stregoneria e, dopo anni di cammino, sentiamo di poterlo sottoscrivere senza esitazioni.
[1] W.F. Otto – per questa citazione si è debitori a Chistopher Gerard
[2] Questa distinzione in fasi è stata già individuata dall’antropolgo Arnold Van Gennep in numerosi riti di passaggio e, trovandovi i dati della nostra esperienza, la riprendiamo potendo confermarla dal punto di vista pratico prima ancora che antropologico.
[3] Solitamente nella parte di transizione.
[4] Purtroppo ci capita spesso di ricordare con amarezza un passo di Michel Leiris nel suo Le ruban au cour d’Olympia, dove scriveva: «L’uomo moderno (…) cerca di fondare la propria ricchezza su quanto il mondo gli dispensa fra alti e bassi. Superficialità, senza dubbio, e pertanto criticabile, ma quanto preferibile alla falsa profondità dell’apparente comprensione globale fornita da una credenza zoppicante».
