Ritualizzare…

La struttura dei riti è ampiamente variabile sulla base degli scopi, della tradizione e del pantheon di riferimento, del resto, giacché il rito è il complesso di norme che regolano le cerimonie di un culto, non potrebbe essere diversamente.
E’ quindi profondamente rischioso tentare di concettualizzare una teoria generale dell’idea di rito, tuttavia, preferendo questo pericolo al nulla dire, vi sono tre elementi che costituiscono la norma di qualsiasi azione rituale: il corpo, il simbolo e la ripetizione. Il primo elemento, il corpo, è la nostra fisicità nello spazio inteso come insieme di posizioni, gesti e suoni, voce inclusa.
Questa fisicità, accompagnata di un senso che va oltre alla sua concretezza, introduce l’elemento del simbolo (interiore ed esteriore) che ci consente, attraverso alla sua ripetizione, di ricollegarci a spazi e tempi di dimensioni altre rispetto all’ordinario.
Ognuno dei tre elementi è indispensabile all’altro; così ad esempio, ripetizione e simbolo, a nulla valgono senza l’azione.
Per questo, agire ritualmente ha poco a che fare con trastulli intellettuali o ‘profonde esperienze di meditazione sulla propria interiorità’ che, se pure possono avere una loro utilità, poco o nulla possono portarci riguardo all’esperienza del divino: «Non è a partire da un aldilà che la divinità opera nel foro interiore dell’uomo, o nella sua anima, misteriosamente unita ad essa. Essa è tutt’uno col mondo. Essa si para dinanzi all’uomo a partire dalle cose del mondo, quando egli è in cammino e partecipa al fermento vitale del mondo. L’uomo fa l’esperienza del divino non attraverso un ripiegamento su di sé, bensì attraverso un movimento verso l’esterno»[1].
Allo stesso modo, un rituale non si contenta di ripetersi ma è anche e soprattutto continuazione di qualcosa che lo precede proponendosi così sempre come qualcosa di nuovo.
Nulla è definitivo.
Oltre al corpo, il simbolo e la ripetizione, che sono gli elementi essenziali e per così dire costitutivi dell’azione rituale, quest’ultima si sviluppa nel tempo in una sequenza fondamentale[2] di ‘disintegrazione e reintegrazione’ articolabile in tre fasi: una separazione, in cui si prendono le distanze dallo stato di cose usuale presente o da una precedente condizione; un momento liminale o di transizione, in cui si vive per l’appunto il senso del limite o il rapporto con qualcosa di altro o di ‘mutato’ e, infine, un momento di fissazione della nuova condizione o di rinnovo di un’antica unione perduta.
In buona sostanza, si tratta di una sorta di atto comunicativo dove, la sequenza delle azioni rituali, costituisce una narrazione che l’officiante ripercorre esteriormente nell’azione del gesto e, interiormente, nel simbolo che deve essere esperito, vissuto e compreso anche quale ripetizione di un senso che lo precede.
In questo dialogo narrativo che si articola fra esterno e interno dell’officiante, unendo questi poli in modo armonico, il Rito diviene vero e proprio linguaggio con una grammatica e una sintassi.
Attraverso questa grammatica, l’azione rituale marca una differenza nel normale fluire del tempo e dischiude nella quotidianità la possibilità di un cambiamento; è un’azione che tende a trascendere le circostanze e le contingenze trasfigurando l’esperienza ordinaria per renderla partecipe di una narrazione pre-esistente, sovra ordinata, più antica e profonda: il mito.
E’ questo un argomento complesso su cui tanti grandi autori hanno già scritto e che ci porterebbe qui fuori tema, però, ciascuno approfondisca considerando come questo legame profondo possa guidarci. Infatti, per ciò che c’è noto di persona, non vi è rituale di culto che non ripeta[3], più o meno esplicitamente, miti (o loro parti) del pantheon di appartenenza.
Questo aspetto del Rito è particolarmente importante in quanto, nel suo essere azione che si riallaccia alla realtà sovraumana, lo rende di per sé efficace; in virtù di questo legame con gli aspetti sovraumani, tale efficacia è almeno in parte slegata dalle qualità dell’individuo che lo esegue.
Se così non fosse, ovvero se il Rito dipendesse esclusivamente dall’officiante, nessuna azione rituale potrebbe mai essere d’aiuto; se ci consentite la metafora, sarebbe come sollevarsi da terra tirandosi per i capelli. Invece, nel suo legarci a strutture e livelli che superano l’ordinaria esperienza umana, il Rito diviene cardine e via privilegiata per qualsiasi avanzamento spirituale.
Per ciò, se è vero che alla costruzione ed esecuzione di un rituale contribuisce in modo profondo il nostro pantheon di riferimento nonché il percorso personale con cui vi ci siamo accostati, vale comunque la pena confrontarsi con strutture di comprovata efficacia perché, nel loro essere ‘fornitori di significato’, mito e racconti mitici divengono ‘programmi d’azione’ in grado di tramandare alcune fondamentali sequenze di esperienza.
In quest’ultimo senso, quindi, il Rito è mito in azione. Forma e contenuto.
Serve dunque perseveranza, fatica e una certa dose di coraggio nell’affrontare la selva di variabili che compongono un rito.
Non si tratta di regole scolpite sulla pietra e non s’insisterà mai abbastanza su quanto conti avere un proprio modo di ritualizzare, allo stesso tempo però, non si deve cadere nella tentazione di preferire il ‘fai da te’ per indolenza o superbia.
Spesso è molto più facile dire «faccio questo e quello perché io lo sento così» piuttosto dell’ammettere che, più semplicemente, si è stati troppo orgogliosi o pigri per studiare, approfondire, riflettere, confrontarsi con altre esperienze[4].
Senza un minimo di conoscenze anche teoriche si rischia di intendere simboli e riti complessi in modo puerile, cioè con modalità estremamente contingenti e staccate dal sistema cui appartengono.
Nel suo De lingua Latina, Marco Terenzio Varrone fa dire al Dio Fauno che “ogni tipo di saggezza umana è vana”, forse è vero, ma se esistono tradizioni, se alcune strutture rituali e preghiere sono state utilizzate per secoli o addirittura millenni, non è stato per una mancanza di creatività che, con il vostro arrivo ispiratore, è finalmente giunta a noi per rallegrare gli Dei.
Sono argomenti complessi che difficilmente possono essere dominati senza un minimo di studio e applicazione.
D’altra parte, se studiare è importante, a nulla vale se manca la comprensione profonda di ciò che si è letto e interiorizzato: a questo giova la pratica.
Solo poi, dopo tanto studio e tanta esperienza, si avranno gli strumenti per riconoscere quello che è possibile variare in libertà e quello che, invece, vale la pena mantenere. Questo vale per ogni attività umana e, non di meno, vale per la magia e la religiosità pagana.
Non crediamo modifichereste il motore della vostra auto o i componenti del vostro computer se non foste assolutamente certi di tutti i fattori coinvolti: se questo vale per ogni attività umana, non dovrebbe valer a maggior ragione per ciò di cui ci occupiamo qui?
Prudenza, dunque, ma senza eccedere.
Infatti, non è nemmeno possibile pensare di astenersi dalla ritualità fino a che non si senta di aver studiato a sufficienza (esiste una sufficienza?), anzi, un atteggiamento simile potrebbe addirittura pregiudicare la possibilità di proseguire utilmente il proprio cammino.
Prudenza e coraggio, curiosità e rispetto per le vie già tracciate possono sembrare modi di fare che poco si conciliano fra loro, ma sono gli unici alleati che vi troverete accanto e vale la pena farli andare d’accordo.
Tutti abbiamo sbagliato, né mai saremo immuni da errore, quindi cosa fare?
Sapere, volere, osare, tacere. Questo è un suggerimento dato da diverse tradizioni della stregoneria e, dopo anni di cammino, sentiamo di poterlo sottoscrivere senza esitazioni.
[1] W.F. Otto – per questa citazione si è debitori a Chistopher Gerard
[2] Questa distinzione in fasi è stata già individuata dall’antropolgo Arnold Van Gennep in numerosi riti di passaggio e, trovandovi i dati della nostra esperienza, la riprendiamo potendo confermarla dal punto di vista pratico prima ancora che antropologico.
[3] Solitamente nella parte di transizione.
[4] Purtroppo ci capita spesso di ricordare con amarezza un passo di Michel Leiris nel suo Le ruban au cour d’Olympia, dove scriveva: «L’uomo moderno (…) cerca di fondare la propria ricchezza su quanto il mondo gli dispensa fra alti e bassi. Superficialità, senza dubbio, e pertanto criticabile, ma quanto preferibile alla falsa profondità dell’apparente comprensione globale fornita da una credenza zoppicante».

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