Gli Spazi sacri (I)

Spazi Umani e Spazi Divini

Il dato di un luogo tutto intero che circonda gli esseri umani, ovvero la Terra e i suoi confini, è un’esperienza primigenia: estensione, solidità, varietà di forme e di attività che si popola di forze. Forse per questo, in un immaginario atlante del gesto rituale, l’individuazione e la delimitazione di uno spazio è da inserirsi fra le azioni cerimoniali più antiche dell’uomo che, da sempre, ha trovato naturale dividere il proprio habitat in spazi definiti secondo l’uso, nella sfera privata come in quella sociale.
Non ci interessa qui ricostruire i motivi di questa esigenza primordiale; che sia stata o no psicologica o ambientale, è certo argomento interessante ma esula dai nostri scopi. Fatto sta che è così da tempo immemore e, l’idea di confine, è come programmata nel nostro stesso modo di pensare. Confinare, definire, delimitare.
Anche il linguaggio, per certi versi, assolve il medesimo compito: ordina, distingue, riduce l’apparente caoticità del tutto indistinto a una classe di oggetti e parti comprensibili nella loro singolarità.
Tracciare un confine significò fin da subito stabilire un dentro ed un fuori fra ciò che era conosciuto e ciò che non lo era e, laddove restava l’ignoto e le forze della natura si avvertivano più potenti, ecco gli Dèi arcaici e primordiali.Spazi umani e spazi divini, dunque; questi ultimi, erano ‘altro’ rispetto alla familiarità dei terreni conosciuti e destinati alle attività quotidiane divenendo quel che oggi definiremmo luoghi sacri, dove la spiritualità è immersa nella terra, spazi creativi, generanti: «La Terra, con tutto quel che sostiene e abbraccia, fu fin da principio fonte inesauribile di esistenze, che si rivelavano all’uomo in modo immediato»[1].
La stessa parola ‘luogo’, deriva dal latino locus, con cui erano anticamente indicate le radure spontanee all’interno dei boschi, considerate spazi sacri legati alla teofania di Diana.Un mondo sconosciuto, quasi temibile per vastità ignota, poteva così essere racchiuso, descritto e dunque ‘definito’ dalla sua forma e dai suoi confini naturali, dalla presenza di fiumi, laghi, valli, grotte e boschi.
Nella loro origine, gli atti essenziali della vita sono stati rivelati in un tempo e in uno spazio, sacri per loro stessa natura: il confine era una soglia in cui incontrare terrori e illuminazioni, spazi dove si operarono le rivelazioni prime, dove l’uomo fu iniziato al cibo, alla caccia, alla fuga dal predatore, al sesso e alla cura della prole. Crediamo che, ancora oggi, sia nella vita selvaggia che si conserva il mondo, quel poco che ne è rimasto.Probabilmente, il primo santuario fu dunque un bosco in cui nulla era costruito perché, appunto, non c’era bisogno di costruzione alcuna. La divinità era là dove avvennero queste rivelazioni, dove parlava un albero oppure una pietra e l’acqua corrente: la natura in sé, non HA un significato, essa lo E’.
Gradualmente, al bosco sacro si sostituì il tempio, la pietra divenne statua, ma nulla è cambiato nella sostanza; lo stesso termine ‘tempio’, dal latino templum, originariamente non indicava un edificio ma uno spazio sacro.
Questo filo che ci lega al passato, è un lascito dei nostri antenati e molto ha a che fare con il rapporto che ci lega agli Dèi e che ha come testimone la terra su cui camminiamo: esiste un patto fra noi uomini e la Natura, ripetuto nel tempo; esiste un patto legato alla Terra, ai suoi confini e alla nostra condizione rispetto a questi.
Si tratta di un patto talmente antico che il mondo sumero-babilonese, fra i primi a dotarsi di un alfabeto, annovera fra i propri termini più arcaici l’aggettivo Kù-g, che ha significato di sacro come purezza originaria e come santità legata ad una primordialità: è grazia.
Fra tutto, il patto definisce anche i confini che dividono provvidenzialmente l’attività umana quotidiana dal mondo bruciante e per certi versi “temibile” degli Dèi.Per questo, i confini con cui uno spazio sacro è recintato (fisicamente o simbolicamente), non sono e non significano solamente ‘individuazione’, ma hanno anche lo scopo di proteggere il mal colto dal pericolo di penetrarvi senza la giusta disposizione. In un qualche modo, il sacro è sempre pericoloso per chi vi entra in contatto senza aver compiuto i giusti ‘movimenti d’approccio’.Prima di mettervi piede, chiedete sempre permesso e accettate di buon grado l’eventualità che non siate ben accetti, è una difesa sia Loro sia nostra rispetto ad uno scambio. Così come ad esempio per gli Etruschi i confini erano il risultato dell’interazione[2] fra il Dio Tinia[3] e gli umani, anche nella stragrande maggioranza delle culture antiche i confini avevano origine divina.
Questi, infatti, mettevano in comunicazione il mondo degli uomini con quello degli Dèi ed entrambi contribuivano alla loro definizione in un rapporto scambievole. Con un po’ di ricerca e se la fortuna guida i vostri passi, ancora potrete incontrare luoghi sacri, luoghi di potere.
I luoghi di potere, possono essere intesi come vere e proprie entità, o come spazi presieduti da una forza del posto[4], il Lares (o Genius Loci[5], assimilabile all’agathòs daimon[6] greco). In verità, ogni luogo è abitato, nullus locus sine Genio[7], nessun luogo è senza un Genio e questi spazi non cessano mai di significare qualche cosa che va oltre l’uomo.
Se li incontrerete, avvicinatevi sempre con rispetto, ne sono rimasti pochi, spesso stuprati da orde di turisti. Ve ne sono anche altri ancora, rarissimi, remoti e nascosti dov’è forte un senso di urgenza della natura: coglietelo, fatevene carico. L’antica lingua germanica aveva addirittura una parola precisa per indicare il ‘sacro legato ad un luogo’, Helgi, da cui anche Heilag, consacrato, ed  Heilagr, oggetti consacrati agli Dèi.

Serve ora distinguere il luogo sacro di per sé, in quanto già abitato dal divino, e il luogo con-sacrato, ossia reso sacro.
Gli spazi sacri hanno tutti un tratto comune, ovvero c’è sempre una zona debitamente definita che rende possibile la comunione con la sacralità; spesso non era necessario marcare i confini di uno spazio sacro, erano ben noti alla gente locale… bastava osservare là dove terminava l’attività umana di tutti i giorni, dove iniziava lo sconosciuto, dove si percepiva l’energia prorompente di forze estranee all’ordinario e all’umano.
In altri casi, invece i confini potevano essere marcati, ad esempio, con pietre o con il solco di un aratro (usanze Etrusche poi divenute romane) e ciò avveniva all’interno di azioni rituali.
Anche ogni nuovo spazio occupato dall’uomo era ed è un’alterazione degli equilibri di un patto primordiale fra noi e gli Dèi, fra l’uomo e la parte ‘selvaggia’ e incontaminata della natura; molti riguardi erano prestati a queste situazioni dove il lavoro dell’uomo sulla terra appariva un furto e una ferita[8].

I confini, sia naturali sia artificiali, erano e sono sotto la protezione delle divinità e, nei territori italici, il nostro interlocutore era Selvans, Dio etrusco della foresta e –per l’appunto- dei confini[9].
Nel mondo romano era identificato con Silvanus-Faunus: a Lui i nostri antenati tributavano offerte allorché si trovavano a dover usare terra che, fino a quel momento, era appartenuta –ad esempio- ai boschi. Laddove il mondo e lo spazio furono desacralizzati, ciò non avvenne perché gli Dèi si ritirarono, bensì fummo noi a ‘dimenticarli’ oltre il dovuto.  Piaccia o no, a mutare questo stato di cose, fu il nostro allontanarci, nei luoghi e nella memoria, dal patto originale dove tutto già era.
In questo progressivo allontanamento, oltre alle aree profane, si sono quindi distinti questi due ordini di spazi sacri: i primi, luoghi di potere già abitati da forze e divinità, ed i secondi, tracciati per mano dell’uomo (consacrati).

Con la crescente urbanizzazione, infatti, anche gli antichi ebbero la necessità di preservare spazi sacri vicini a loro oppure ancora, e questo fu il passo successivo, di crearne di nuovi richiamandovi a dimora la divinità che se ne era in un qualche modo allontanata in virtù di un patto precedente risolto o infranto. Oggi, le ritualità volte a delimitare-creare uno spazio sacro hanno frequentemente questo scopo.

Ci addentriamo ora in un mondo di simboli, una foresta, sacra anch’essa, dove il linguaggio tenta di definire e confinare significati che vanno oltre al profano e di cui si può solo azzardare la proposta di un insieme di suggestioni, certamente non esaustive[10]. Dinanzi al sacro, però, il linguaggio cede d’efficacia, si affanna, fallisce: nulla può, appunto, d’innanzi all’inesplicabile.
Come tutto quel che riguarda il sacro, infatti, senza un simbolo in grado di unificare gli opposti, anche lo spazio sacro diviene paradossale: accessibile e inaccessibile, unico e trascendente per un verso, ripetibile a volontà per l’altro.
Per penetrare questa paradossalità è necessario anzi tutto capire la dualità su cui poggia la sacralità di uno spazio e che è essenzialmente legata al coincidere di più mondi in un medesimo luogo fisico: il mondo degli Dèi (sopra e sotto) e il mondo degli uomini.
Come si è detto, tale spazio esiste in virtù di un patto e del legame fra i simboli di cui è stato vestito. Questo essere luogo di comunicazione è qualità propria degli spazi esclusi dal confine delle attività profane e posti in un nuovo ordine d’esistenza. Individuare uno spazio sacro equivale ad incontrare una porta, spaziale e temporale, dalla quale si può accedere a dimensioni particolari.
Quest’unificazione dei mondi non è caos; lo spazio consacrato permette una circolazione, il passaggio, da un livello all’altro, da un modo all’altro, integrando tutti questi livelli e piani pur tuttavia senza fonderli.  Uno spazio, più mondi: distinti e sovrapposti, coincidenti.

Anche in questo caso, l’etimo della parola ‘mondo’ nasconde un insegnamento; mondo dal latino mundus, è termine acquisito dall’etrusco muno o munth: un profondo buco o pozzo scavato nel centro esatto in cui doveva sorgere il centro di una nuova città. Per gli Etruschi questo buco[11] serviva da collegamento fra i tre livelli cosmici: il cielo, il mondo dei vivi -o mondo di mezzo- e quello dei morti, dove ‘i morti’ rappresentavano il primo tramite verso le forze ctonie che presiedono sia alla fine della vita ma anche, ed è fondamentale, alla sua rigenerazione. D’altra parte, l’azione rituale di passare per “un buco” , mimando il parto,  implica per l’appunto la rigenerazione per mezzo del principio cosmico femminile.
Questo ombelico è il punto creativo e generante, da cui tutto nasce; non è un caso che in sanscrito con accezione simile, il termine yoni si stia a significare sia vagina e sia spazio sacro o tempio.
Accedere allo spazio sacro, ossia a questo mundus, equivale quindi a una sorta d’iniziazione dove l’uomo e la donna sono veramente se stessi: il cosmo diviene il modello di ogni costruzione, dove tutte le costruzioni hanno il significato di un rito che ripete di volta in volta la creazione dell’universo così come dell’uomo. E’ il ritorno al Punto primordiale, quando ancora non esisteva lo spazio e nemmeno poteva esservi un centro: perché è lo spazio a presupporlo. E’ il Punto che ha realizzato l’estensione divenendo il centro immobile del piano entro cui si realizzano tutte le contingenze.

Consacrare uno spazio, significa ripetere tale costruzione e, nello spazio consacrato, l’immagine del mondo divino assume quindi il valore di descrizione del macro-cosmo; per questo, al di là delle tante e diversamente elaborate ritualità, alcune simbologie e corrispondenze, sono sempre presenti e servono a definire il luogo:

  • Nel tempo, che si esprime nei due aspetti di ripetizione ciclica e di stabile durata: come il moto del sole, della luna e dei pianeti che percorrono le loro orbite lungo lo spazio ed i cardinali nel corso dei giorni e delle stagioni. Su questa ciclicità infinita è poi immediato e spontaneo sovrapporre i cicli vitali di ogni essere che, non a caso, si muovono con la medesima scansione.
  • Nello spazio, attraverso le corrispondenze del divino rispetto al centro e l’asse verticale (Zenith –sopra-, nadir –sotto-) e rispetto alle direzioni cardinali (Nord, Est, Sud, Ovest)

Abbiamo volutamente parlato prima di tempo che di spazio, e vedremo assieme il motivo. Sui simboli associati a questi concetti, esistono decine e decine di ottimi libri scritti da autori assai competenti, tuttavia, può essere utile un riassunto preliminare di questi aspetti e li vedremo entro breve.

Già ora vale però la pena far notare che spazio e tempo sono dimensioni profondamente legate da sempre; le direzioni cardinali, ad esempio, prima dell’invenzione della bussola erano individuate sulla base del corso solare e, di notte, con l’ausilio della stella polare. Le due dimensioni costituiscono così un campo continuo, dove le diverse corrispondenze dialogano le une con le altre in rapporti strettissimi. [SEGUE]

[1] Trattato di Storia delle Religioni, Mircea Eliade
[2] Quest’idea è contenuta nei Libri Vegoi, attribuiti ad una ninfa, conosciuta come Sybilla Vegoia.
[3] Pare che Tinia sia un altro aspetto del più noto Vertumno, il cui nome deriva dalla stessa radice indoeuropea del verbo latino vertere, girare, cambiare. Tinia/Vertumno furono poi assimilati dal Giove Romano.
[4] Che non necessariamente ha carattere benevolo
[5] Per i romani, mentre il Genius Loci è legato ad un luogo abitato o antropizzato, il Lares è una forza divina “slegata” da queste occorrenze.
[6] Agathòs daimon, o Buon Dèmone, condivide con i Lares l’essere rappresentato con un serpente, chiaro richiama alla sua natura tellurica
[7] Commento all’Eneide (5, 95), Servio Mario Onorato
[8] Tracce di questo ‘percezione’ delle cose vivono tutt’ora e sono documentate in diversi bacini etnici, ad esempio, un profeta indiano Smohalla, della tribù umasilla (Stati Uniti), vietava ai suoi discepoli di zappare la terra perché, diceva, ‘è un peccato ferire, tagliare, lacerare o graffiare la nostra comune madre con lavori agricoli’. E giustificava così il suo atteggiamento contrario all’agricoltura: ‘Mi domandate di lavorare la terra? Prenderò dunque un coltello per immergerlo nel petto di mia madre? Mi domandate di zappare e di togliere i sassi? Debbo dunque mutilare la sua carne per arrivare fino alle sue ossa? Mi domandate di tagliare l’erba e il fieno, venderlo e arricchirmi come fanno i bianchi? Ma come oserei tagliare i capelli di mia madre?’, in J. MOONEY, “The Ghost-dance Religion”.
[9] Selvans-Silvano-Fauno erano divinità dei confini nel senso che con queste si “patteggiava” si “trattava” il luogo del confine. Il confine di per se stesso, invece, era tutelato dall’incorruttibile Dio Terminus che ne garantiva il rispetto.
[10] Immagini e Simboli, Mircea Eliade «Tradurre le Immagini in termini concreti è un’operazione priva di senso: le Immagini inglobano, certo, tutte le allusioni al “concreto” […] ma il reale che esse si sforzano di esprimere non si lascia esaurire dai riferimenti al “concreto” […]. Le immagini sono per loro stessa struttura polivalenti. Se lo Spirito utilizza le immagini -i simboli- per cogliere la realtà ultima è proprio perché questa realtà si manifesta in modo contraddittorio ed è quindi impossibile esprimerla tramite concetti. E’ quindi vera l’immagine -il simbolo in quanto tale-, in quanto fascio di significati, mentre non lo è uno solo dei suoi significati oppure uno solo dei suoi numerosi piani di riferimento».
[11] In un secondo momento, lo scavo veniva coperto con mattoni di pietra ed era chiamato “la porta delle fatiche”.

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