Gli Spazi sacri (II)

Dall’Asse Cosmico al Cerchio

Proseguendo il discorso iniziato QUI, se non suonasse eccessivamente ‘biblico’, dovremmo aprire la questione dello spazio con questa sentenza: in principio era il punto. ‘Il punto è nullo come quantità e non occupa spazio alcuno; eppure esso è il principio in virtù del quale viene prodotto tutto lo spazio’[1]. Dal punto, dove tutto è già virtualmente presente, subito l’unità diventa polarità, tensione fra opposti che si esprime in un asse. Infatti, lo spazio consacrato, nel suo collegare differenti livelli, ossia quello celeste, quello dell’esperienza immediata e quello ctonio o sotterraneo, individua immediatamente due ‘polarità’: un sopra e un sotto. Immaginandoci situati nel medio, a questi due estremi corrispondono quelli che astronomicamente sono chiamati rispettivamente lo Zenit ed il Nadir. Ancora, però, non immaginate alcuno spazio: vediamo solo un asse che permette l’incontro e la coesione di due polarità. L’alto e il basso, il cielo e la terra, da sempre costituiscono la prima delle ierogamie -unioni sacre- dal cui matrimonio tutto è generato: il mondo di mezzo, il nostro, ed ogni cosa che lo abita. Nell’ormai abusata formula ‘Madre Terra’, è però spesso assente il concetto di morte già citato a proposito del mundus che è invero indispensabile per comprendere la sfera ctonia e il suo rapporto con la parte uranica altissima e trascendente che si esplica anche nella distruzione, oltre che nella generazione.

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Figura 1 – Zenit e Nadir (per comodità visiva è già rappresentato nello spazio)

Lungo la direzione di quest’asse, infatti, sono immaginabili diversi percorsi che, se consideriamo i possibili punti di partenza di un ipotetico viaggiatore, esprimono quattro possibilità di movimento:

  1. Dal Centro al Nadir: il percorso di ciò che muore e si disgrega tornando alla matrice delle mille forme indifferenziate;
  2. Dal Nadir al Centro: il percorso di ciò nasce acquistando una forma propria;
  3. Dal Centro allo Zenit: il percorso di ciò che sale al cielo, dalla materia allo spirito (trascendenza)
  4. Dallo Zenith al Centro: il percorso di ciò che scende dal cielo, dallo spirito alla materia (immanenza)

Si tratta di una ‘contemporaneità’ di movimenti possibili ed è propria dell’asse cosmico che è centro del tutto pur non partecipando al ciclo di cui è perno. Questi, infatti, sono movimenti che non contemplano l’idea di sequenza e possono esistere contemporaneamente in qualsiasi istante perché si riferiscono ad un tempo sacro, sempre presente nel centro del tempio[2].

Stabilire e consacrare un luogo è dunque, anzitutto, costruire una scala, un ponte, attraverso cui poter raggiungere i poli in questione. Il punto intermedio è il centro del nostro tempio e, con la consacrazione, questo centro si rapporta a strutture spaziali completamente diverse da quelle profane, infatti, è compatibile con la molteplicità e perfino con l’infinità, dei ‘centri’. Citando Guénon, uno dei più grandi studiosi del simbolismo ermetico del ‘900, ‘questo punto centrale, nella sua essenza non è localizzato, perché assolutamente indipendente dallo spazio, il quale non è se non il risultato della sua espansione o del suo indefinito sviluppo in tutti i sensi e, di conseguenza, da lui deriva per intero’[3]. Non stiamo parlando del centro come del punto in cui l’asse cosmico individua ‘il piano fisico’ quanto, piuttosto, di quel punto dove i diversi piani sono portati a sovrapporsi.

Ogni volta che vi riferite a questo centro, lo state condividendo con ogni centro sacro: tutti i templi sorgono in un solo e medesimo punto, comune a tutti. Parimenti, tutti i rituali di creazione dello spazio sacro, condividono anche il medesimo tempo: sono il medesimo istante. Per centro del tempio, intendiamo il luogo e il tempo in cui il mondo divino è entrato in contatto con quello umano per sancire e ribadire un’essenziale alleanza, ci scusiamo per la ripetitività con cui si insiste su questo concetto, ma crediamo ne valga la pena: esiste un patto fra l’uomo e le forze della natura e il cosmo tutto, sottoscritto dagli antenati e di cui si richiede un continuo rinnovo. Questo centro è anche il luogo dell’ascesa al cielo o della discesa nel mondo infero: “L’Asse dell’Universo è come una scala sulla quale si effettua un perpetuo movimento ascendente e discendente”[4]. In questi percorsi sono impliciti il concetto di Discesa (Nadir) e di Ascensione (Zenith) lungo la ‘colonna del mondo’ (per mondo, qui, leggasi ancora una volta mundus), Questo asse è sia immagine del cosmo sia suo sostegno, essendone la colonna vertebrale attraverso cui si muovono le forze che ordinano, generano e reggono tutto ciò che E’. Questo asse lo incontriamo nello djed egizio, spina dorsale di Osiride, e anche l’albero[5] cosmico, caro alle religioni nordiche ed ai norreni in primis, con cui condividiamo questi significati: è fonte della vita e della morte, delle acque eterne; è fonte del sapere e  sua origine; è fonte del destino, la stessa sorte degli Dèi e degli uomini è indissolubilmente vincolata a questo albero immobile.

Figura 2 – Da sinistra a destra, l’Yggrasil norreno e lo Djed egizio

E’ facile comprendere come questi aspetti derivino dai già citati movimenti lungo l’asse e dall’idea d’immutabilità che gli è propria, tuttavia, nel suo essere destino cosmico e quindi, in una certa forma, anticipazione di qualcosa che diviene e muta, è necessario anticipare altri simbolismi spaziali, ovverosia quelli polari (direzionali) che introducono il concetto di spazio e  tempo.

L’asse cosmico, infatti nel suo unire ogni opposto, è prolegomeno ad un altro simbolismo:  quello della croce.

Lungi dall’essere prerogativa cristiana, la croce, a partire da un punto centrale, espande il simbolo dell’asse suggerendo la complementarietà dei poli riuscendo così a lasciarci presagire, in quest’attività risolutrice, un dinamismo che genererà tempo e spazio in un’unica soluzione.

Se l’asse è la colonna vertebrale del cosmo, la croce ne rappresenta lo scheletro completo e riporta sui piani, sia in orizzontale che in verticale, alcune delle simbologie già descritte in merito allo Zenit e il Nadir suggerendo un movimento che qui, però, ancora non si realizza perché tutto è in equilibrio: fra alto e basso, fra attivo e passivo, verticale ed orizzontale.

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Figura 3 – La croce come scheletro dello spazio

La croce esprime qui l’Essere come luogo che ancora non è, ma che già diviene: originariamente vuoto e centro, si espande differenziando materia e forma, cause ed effetti, singolarità e pluralità. E’ ancora silenzio, l’attesa prima dell’azione, l’istante fra inspirazione ed espirazione, il brivido che la bellezza dell’Essere sveglia nel cuore come un lampo. Nel rompersi dell’equilibrio che diviene azione, la croce diviene svastica: il movimento della struttura che crea se stessa, come in un vortice.

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Figura 4 – Da sinistra destra: croce equilatera, svastica, segno ermetico della ‘terra’ intesa come ‘tutto ciò che è generato’ nella sua fissità

Anche se lo tratteremo più nello specifico nelle prossime pagine, dobbiamo parlare fin da ora del tempo (che è qui da intendere come eterno, come un unicum che racchiude in se l’idea di ciclo), perché a definire i punti cardinali fu proprio questo. I termini stessi con cui oggi individuiamo i punti cardinali -nord, est, sud e ovest- nascono della mitologia norrena dove, secondo il mito della creazione che le appartiene, all’inizio del tempo furono posti quattro nani ai quattro punti cardinali: Norðri (Nord), Suðri (Sud), Austri (Est) e Vestri (Ovest). Non vi è spazio prima del Tempo Sacro, lo spazio, infatti, è una sua conseguenza. Lo spazio germina nel grembo del tempo.

In effetti, è lo scorrere del tempo che ci consente di individuare i punti cardinali e in qualche modo li anticipa; prima della bussola, il modo più facile per stabilire le direzioni cardinali era segnare il punto in cui sorge e in cui tramonta il sole (est ed ovest, rispettivamente) deducendo gli altri per via geometrica. Così, ad esempio, il termine ‘oriente’ viene dal latino solem orientem, ovvero sole nascente; così come, al contrario, ‘occidente’ prende il suo nome dall’espressione latina solem occidentem, ovvero sole morente. Allo stesso modo, ‘meridione’ deriva invece dal termine meridiem, che in latino indica l’orario di mezzogiorno quando, all’emisfero boreale, il sole si trova verso sud. Come si vede, tre delle direzioni dello spazio riferite al nostro orizzonte, sono indissolubilmente legate al sole e all’idea di una ciclicità continua di nascita, maturità e morte descritte rispetto all’asse cosmico: est, il sole sorge all’orizzonte (il cielo inizia a illuminare la terra), sud, il sole alto nel cielo (scalda la terra e porta a maturazione i frutti), ed ovest, il sole muore scomparendo all’orizzonte come inghiottito dalla terra.

Infine il nord, o settentrione, la notte. Durante la notte il Sole fecondante si rigenera, nascosto nelle viscere della terra. L’atmosfera notturna è ricordata anche nella parola ‘settentrione’ che deriva da Septem triones, che in latino significa “i sette buoi (o tori) da traino”. I Romani, infatti, erano soliti chiamare così le sette stelle della costellazione oggi chiamata dell’Orsa Maggiore (o Grande Carro) e che indicava la via per individuare il polo nord celeste ai navigatori[6]. Il nome attuale della costellazione polare (Orsa Minore) proviene dal termine greco arktos (sanscrito arkshas), in altre parole orso, presente con la medesima radice nel celitco art [7](orso[8]), parola che per entrambe le culture indicava anche il Settentrione e che è presente come parte del nome di Artemide, pothnia theròn, signora degli animali selvatici, colei che intatta fende l’aria[9], cacciatrice. Qualcuno ricorderà che abbiamo incontrato la radice art parlando del Rito… chi è vicino al fulmine dell’intuito potrà ricavarne suggestioni degne di nota.

All’incrocio degli assi nord-sud ed est-ovest abbiamo il centro attraverso cui passa l’asse del mondo; come si diceva, questo centro, tuttavia, è “prima” dei punti cardinali che esistono ed hanno realtà solo in quanto suo irradiamento, vale a dire: è l’azione (movimento) del Principio (asse immutabile) in seno alla creazione (questo piano, il mondo di mezzo) che genera le direzioni cardinali, non viceversa.

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Figura 5 – Punti cardinali e Polo Nord Celeste

Poggiato sull’incessante movimento del tempo che ruota su di sé e l’infinita e costante durata di ciò che si è realizzato e compiuto, è su questo piano che ogni cosa può ‘divenire, nascere da, emanare, svilupparsi, assumere una forma, trasformarsi’; gli antichi egizi avevano un termine ḫpr che riassumeva tale concetto e che troviamo mirabilmente sintetizzato in questo inno: “Tu esegui milioni di trasformazioni, nelle quali sei l’Unità: città, paesi, terreni, strada e fiume”[10].

I punti cardinali ripetono quest’unità di senso su piani differenti, facendo cioè valere per il mondo di mezzo -il nostro- ciò che vale anche per i mondi di sopra e di sotto -degli Dèi-: qui vi è il tempo che scorre in una sequenza di cicli, là vi è l’eternità dell’asse che guarda il loro continuo e immutabile ripetersi.

Considerate dunque che, mentre il nostro asse è quello zenitale individuato dai cardinali, l’asse attorno al quale gira la macina del mulino di stelle è quello del polo nord celeste, che è la ruota a guardia della soglia e dei misteri. A chiosa di questo, consapevole del rischio di essere fuorviante, è giusto dire che i rituali iniziatici agiscono sui movimenti lungo quest’asse e, pur essendo legati anche ad altri simbolismi, poggiano qui la loro efficacia o nullità.

Così, come per il simbolismo assiale, anche nel simbolismo polare, è possibile ritrovare la coppia Cielo e Terra: se allo Zenith (luce) compete oriente e meridione, al nadir (ombre) competono occidente e settentrione di modo che nord e sud li rappresentino direttamente sul piano dell’orizzonte mentre, est ed ovest siano i punti del sopra e del sotto più prossimi al mondo di mezzo. Il ripetersi almeno apparente di certi simboli, suggerisce che il tutto esiste all’interno di ciascun suo frammento significativo e ciò è vero perché ciascuno di questi frammenti, di fatto, ripete il tutto a sua volta.

Dopo quanto visto negli ultimi paragrafi, non stupirà che presso i popoli primitivi la circonferenza con il punto centrale fosse spesso usata per rappresentare la raffigurazione del Sole (il simbolo è ancora oggi in uso ed è rimasto immutato da allora). Con il medesimo simbolo gli egizi[11] indicavano il tempo, il suo scorrere. A partire dall’uso grafico simbolico del cerchio, quello magico ha origini quasi altrettanto antiche, tant’è che pare fosse utilizzato già in epoca babilonese. Il valore magico del cerchio era presente anche presso le popolazioni celtiche usanza ripresa poi nel medioevo, confermata nel rinascimento e proseguita dal barocco in poi senza alcuna esitazione. Per i popoli nomadi il Santuario per la divinità era concepito circolare, come la loro tenda; per tracciarne il confine, fissavano un bastone nel terreno, immaginato come asse del mondo, e con un filo legato al bastone, ruotandovi attorno con la corda mantenuta tesa, formavano il Cerchio. Quest’ultimo sistema, peraltro, è sicuramente uno dei più pratici e tutt’oggi ancora utilizzato.

Nell’area mediterranea e italica, invece, il suo uso come forma di spazio sacro cultuale scomparve in epoca antica e classica sostituito dalla pianta quadrangolare ed è questione che approfondiremo in seguito. Il cerchio, nel suo essere linea continua, priva di angoli, rimanda a una ciclicità armonica, priva di opposizioni che traduce l’indifferenziato in un’uguaglianza di principi. Il senso che dovrebbe accompagnare la creazione-consacrazione dello spazio circolare potrebbe essere riassunto con unire ciò che fin dall’inizio mai è stato diviso.

Questo è anche vero proiettando tali concetti nella dimensione del movimento e del tempo, un tempo trasfigurato, consacrato, commemorato per effetto della sua ripetizione, e quindi ripetibile all’infinito: potenzialmente qualsiasi istante si apre sopra un Tempo Sacro. Periodicità e ripetizione sono i segni di quella sorta di “eterno presente” che appartiene alla nostra religiosità magica.

Come per la volta celeste, il cui movimento ripetitivo è per l’appunto continuo, circolare, immutabile, senza variazione, il cerchio costituisce una successione continua e invariabile d’istanti tutti identici se considerati nel loro insieme e pur tuttavia distinti nel loro dipanarsi lungo la circonferenza se considerati nella loro sequenzialità. Per ogni istante esiste dunque un prima ed un dopo, eppure, ogni punto può essere sia inizio che fine[12]. Un’infinità di eventi colma l’attimo, ed il tempo è la sospensione, diremo l’attesa, fra un’istante ed il successivo, ancora, lì è il Tempo Sacro. Forse è proprio questo il volto segreto di Giano Bifronte, un eterno presente, contemporaneo al passato ed al futuro.

Da qui il concetto di ciclicità, eterna, simbolo assoluto del Tempo nella perfezione e nella TOTALITA’ dei suoi cicli. Emblema tradizionale di ciò che non ha inizio né fine, formato da una linea unica le cui estremità si ricongiungono per annullarsi l’una nell’altra, richiama il più particolare simbolo dell’Ouroboros, il serpente che si morde la coda: ciclo perenne della vita, generazione e distruzione senza requie che tutto muove.

Una simbologia solare nella sua immutabilità ed al contempo lunare per la ciclicità attraverso cui si manifesta. Il simbolismo della spirale, del serpente, del lampo sono tutti derivati dall’intuizione della Luna in quanto norma del mutamento ritmico e della fertilità. Nel mondo della manifestazione, il Cerchio rappresenta la perfezione, la compiutezza, l’unione, ciò che non ha rottura né cesura. E’ Uno.

Illuminante al riguardo è uno scritto alchemico di epoca alessandrina che accompagna l’immagine dell’Ouroboros al motto greco en to pan: uno il tutto[13].

Diceva Plotino, crediamo non a torto, che il tempo è proiezione dell’eterno cosi come il molteplice lo è dell’uno. Questo è il senso che dovrebbe accompagnare internamente la creazione-consacrazione dello spazio circolare: unire ciò che fin dall’inizio non è mai stato diviso così com’era nell’istante di creazione del cosmo, eternamente presente. Si deve abbracciare per intero il simbolo per comprendere la sua dualità: mentre la circonferenza pura è un simbolo celeste, solare, immutabile, ossia specchio di ‘ciò che sta in alto’, questa serpens qui caudam devorat, invece, assume un significato anche ‘in basso’, nella materialità, esprimendosi nel concetto di morte continua, di padre/madre che si ciba dei suoi figli. Come il greco Chronos (si veda successiva immagine sinistra di Fig.6), potere del tempo che tutto divora, che era raffigurato come un vecchio che tiene nella mano destra una falce e nella sinistra l’Ouroboros.

Si dice che Chronos abbia ceduto il proprio scettro a Ecate[14] e, questo, molto dovrebbe far riflettere chi si sta inerpicando lungo il sentiero della magia perché, nelle due fiaccole che Ella regge, se ne trova un poderoso riassunto. Questo scettro, inoltre, non è che l’asse cosmico di cui abbiamo già parlato e che in ambito italico era proprio della Dea Cardea, signora dei cardini, di cui non stupirà apprendere che avesse come amante e compagno Giano. E’ una simbologia così potente da essere passata indenne alle offese dei secoli tanto da ritrovarsi ancora viva e chiara nel ‘600.

Figura 6 – A sinistra, Saturno regge l’Ouroboros, a destra la Coppia Divina Cardea-Giano[15]

Nell’immagine a destra della Fig.6 possiamo vedere la Coppia Divina Cardea-Giano che regge la chiave della soglia e lo scettro già citato; più in basso, la medesima coppia reciprocamente scambiata Giano-Cardea indica l’ouroboros ed il sole nonché due gruppi di cifre romane: LXV (65) e CCC (300) la cui somma, apparirà immediatamente chiaro a tutti, è il numero di giorni nell’anno solare. Anche quest’ultimo punto meriterebbe più di qualche riga ma passa i confini di quanto ci siamo qui proposti e siamo costretti a non indugiare oltre sull’argomento. Abbiamo però anche altre serpi, se così si può dire, che spiegano simbolicamente i movimenti lungo i piani invisibili di cui partecipa lo spazio sacro. Queste due serpi, non vanno confuse con l’Ouroboros, sono le serpi del caduceo di Ermete che, applicate al macrocosmo, stanno a significare, per l’appunto, proprio le correnti che circolano lungo l’asse. Non a caso, Ermes, è il messaggero degli Dèi.

In questo ‘cosmo magico’ , desideriamo proporvi queste suggestioni:

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Figura 7 – Attorno all’asse, ruota il piano dell’esistenza di tutto ciò che è generazione e morte, nel continuo fluire del presente, attraverso le porte del passato e del futuro…e lungo l’asse, vanno le correnti che tutto animano e distruggono, generano ed assorbono.

Tutto, qui, è in movimento, ma ciò che è continuamente davanti agli occhi non attira più, ed è presto preso per scontato. Così, senza che vi si badi troppo, il Cielo si muove con i suoi percorsi circolari, in un cammino perfetto e immutabile. Scandisce, o meglio, crea il tempo sulla terra attraverso i suoi segni. Come già detto, è proprio a partire dal tempo e dal suo computo che gli esseri umani hanno individuato lo spazio e scoprirono che ciò che hanno attorno partecipa dei cicli celesti; ebbero conferma, cioè, che come i cicli di alba e tramonto, delle lune e delle stagioni, governano i cicli della natura a cui dovettero necessariamente adeguarsi, così la loro stessa vita attraversava le medesime fasi. Ciò è vero ancora.

La donna, in particolare, attraverso il menarca vive direttamente questa continuità di ripetizioni di cui l’uomo può solo avere intuizione.

Il maschio, perde questo contatto primigenio a partire dall’affanno con cui deve staccarsi da un seno dispensatore di vita di cui non è provvisto, né ha yoni, la vagina e spazio sacro di cui già abbiamo parlato; da questo, ecco le tribolazioni di lui verso le stelle e la pienezza di senso ‘elementale’ che accompagna invece lei.

Due vie differenti, reciprocamente necessarie.

Così, partendo dall’ombra dello gnomone, ovvero di un paletto piantato a terra la cui ombra proiettata al suolo segnerà la storia dei primi calcoli astronomici, il significato del mondo viene dischiuso nell’evento, nel processo, nel moto continuo ed ogni evento cade in aborto se privo della matrice in grado di svilupparne il senso.

Con il moto del sole e la misura delle ombre durante il giorno, la croce dei punti cardinali si disvela ed il centro è rivelato.

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Figura 8 – Lo gnomone e la meridiana solare

Crediamo che a nessuno sia sfuggito come questo ‘paletto’, parente arcaico dell’obelisco egizio, sia l’immagine concreta di quell’asse centrale di cui tanto abbiamo parlato, scettro, fiaccola, maschile e femminile al contempo. Accogliendo l’amante, Lei forma l’Androgino: lo scettro, e colei che lo regge, si uniscono in un amplesso che è sempre -ed ancora- possibile percepire nel pulsare continuo ed eterno della Natura.

Con il medesimo “orologio”, si individuarono equinozi e solstizi, il loro legarsi al moto dei pianeti, allo zodiaco; così, con evidenza inevitabile, fu nota la corrispondenza di tutto il movimento celeste con le stagioni, le loro corrispondenze con i cicli di accoppiamento degli animali ed i momenti cruciali dell’agricoltura.

Da questo, le festività e celebrazioni rituali delle stagioni che solo il superficiale considera meri momenti del calendario, infatti, le nozze divine avvengono attraverso il perno della ruota annuale e non lungo ruota stessa perché l’eterno è presente a tutto il tempo.

La parola ‘eterno’, deriva dal latino aevum, tempo di vita, che trova origine nella radice indoeuropea *aiu, forza vitale, da cui deriva anche greco aèi, ovvero ‘sempre’.

Dalle nostre ultime righe, credo sia chiaro che questo non è né vuole essere il luogo per ragionare di dettagli astronomici ed astrologici, esistono ottimi libri al riguardo per chiunque voglia approfondire.

Quel che desideriamo indicare, invece, è la mollezza appiccicosa del seme e della terra, che fremono secondo il corso degli astri.

Sotto il crepitio di luce della volta celeste, v’è il bulbo carnoso che esplode palpitante di primavera, il sangue del grano abbattuto alla mietitura, l’odore dolciastro e greve delle foglie autunnali. Unione, silenzio; generazione, silenzio; disfacimento, silenzio: continuamente, su una terra di pieghe e tagli solcati dalle acque, scaldati dal sole, leccati dal vento. Se di queste parole avete percepito il fremito sessuale, avete forse intuito, ma quanto terribilmente angusto sarebbe il vostro cuore se non vi scorgeste null’altro.

In questa unione dove le differenze sembrano placarsi, vi è anche la tensione tutta della generazione senza requie. ‘Tendere’, dalla radice sanscrita *ten, espandere, stirare, trarre: un parto continuo, è il terreno dove si muove il circolo del nostro piano d’esistenza. Dove le forze elementali precipitano, si ficcano nella materia con la pertinacia dello sperma e la fluidità del mestruo.

Un gorgo, un maelstrom, imbuti rovesciati l’uno rispetto all’altro dove le correnti s’incontrano. Tornando nuovamente alla radice *ten, sempre in sanscrito, abbiamo tanū, corpo, persona, il sé medesimo. Dalla medesima radice, l’irlandese antico ha tan, il tempo, e il latino tenēre, l’essere concentrati su un oggetto ed anche ‘durare’[16].

Ancora una volta, come in alto così in basso. Vi è corrispondenza, adesione.

E’ quel che gli egizi indicavano con l’immagine della cutrettola, poi sostituita dall’airone, che chiamavano Bennu. Questo simbolo è descrivibile con una sequenza geroglifica[17] composta da una gamba, la forza attiva, dalle acque, la forza passiva, dal vaso, in cui si mescolano e una spirale, a mescolare le forze: movimento generatore, ma anche distruttore, come una macina celeste (vedi figura sottostante) sotto il cui incessante lavorio tutto ciò che è stato generato viene poi ridotto e sottilizzato per rientrare, nuovamente nel ciclo.

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Figura 9 – Da sinistra a destra, il geroglifico del Bennu e quello che indica la macina dei cereali

Il Bennu era un uccello mitologico consacrato a Ra, Dio che creatosi da sé, percorreva ogni notte il mondo degli inferi su una nave reale, dove navigava lungo il Nilo celeste attraversando la Duat, superando Caos per emergere ancora una volta all’alba. Disintegrazione, reintegrazione. Il filosofo presocratico Anassimandro[18], oltre due millenni fa scriveva « […] da dove infatti gli esseri hanno l’origine, lì hanno anche la distruzione […] ».

Il viaggio cosmico di Ra era protetto dal benefico Dio-serpente Mehen, guardiano della barca solare, il cui nome significa colui che è arrotolato e che forma una spirale con valore di contenitore, confine e protezione oltre che di moto. Ancora il serpente, il medesimo.

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Figura 10- La spirale del serpente Mehen nel  gioco rituale che ne esprimeva parte del significato[19].

Abbiamo già incontrato questa spirale riguardo al Bennu, ed è la medesima tracciata dalle correnti fra i piani astrali.

Sempre in ambito egizio, troviamo questo simbolo nel mito del litigio fra Ra ed Hathor, madre universale, Dèa dell’amore e della gioia. A causa di questo non ben precisato litigio, Ella lasciò l’Egitto. Fu Thot, il corrispettivo egizio di Ermes, di cui abbiamo ricordato il caudeceo come simbolo delle opposte correnti lungo l’asse cosmico, a mediare facendo da ambasciatore e convincendola alla pace e a far ritorno.

Con parole e nomi differenti, insomma, al riguardo tutte le tradizioni conoscono la medesima costellazione di simboli, cifre di una movimento cosmico inequivocabile… [SEGUE]

[1] Croce, René Guénon.
[2] Ivi p.
[3] Croce, René Guénon.
[4] The Inverted Tree,  A.K. Coomaraswamy
[5] Yggdrasil
[6] In realtà, l’orsa maggiore non indica il polo nord celeste ma è il punto di partenza per individuare la stella polare a cui corrisponde. Per fare questo, individuate nel Grande Carro le stelle Dube e Merak, si prolunga sulla medesima linea passante per entrambe le stelle la loro distanza per quattro volte.
[7] Da cui anche Artus, dativo, e il più noto Artù, nominativo, con cui era appellato il mitologico Re Artù.
[8] Da cui anche il nome della celtica Dea Art-ia, divinità orso che condivide con Artemide e Diana la caccia e la ‘selvaticità’
[9] Da aer-temno (aria-fendere) e artemes (intatto)
[10] Ägyptische Hymnen und Gebete
[11] Ci riferiamo al geroglifico N5 della lista Gardiner
[12] Tutto è quindi un ricominciamento, mai una fine.
[13] E’ un simbolo che riemerge trasversalmente alle epoche e alle culture. Parlando del “tondo” ermafroditico, Platone racconta che “L’artefice lo formò mediante tutto il fuoco, tutta l’acqua, e tutta l’aria e tutta la terra, senza lasciare fuori nessuna parte o proprietà di nessun elemento, e innanzitutto lo concepì perché l’essere vivente fosse, nella sua totalità il più possibile perfetto e composto di parti perfette  egli ha formato quest’unico tutto, costituito da tutti gli elementi, perfetto e immune da vecchiaia e malattia. Quindi gli assegnò una forma adatta e affine. All’essere vivente che doveva contenere in sé tutti i viventi conveniva una forma che contenesse in sé tutte quante le forme. Perciò lo arrotondò a forma di sfera, ugualmente distante in ogni punto dal centro alle sue estremità, in un’orbita circolare, che è fra tutte le forme la più perfetta e la più simile a se stessa, avendo pensato che il simile fosse di gran lunga più bello del dissimile”.
[14] Vale la pena tenere a mente che, com’è noto, il serpente è spesso elencato fra i simboli propri di Ecate.
[15] Allegorie tratte da Le Imagini de gli Dei, Vincenzo Cartari (1604)
[16] Da cui derivano inoltre attentio, del fissare l’attenzione su una cosa, e intentio, l’atto della conoscenza sull’oggetto.
[17] Questo sequenza, detta Bennu, era anche identificata con il geroglifico bnw, fenice, che pare derivasse da wbn, brillare, sorgere ma è anche molto simile al geroglifico utilizzato per indicare la macina utilizzata per i cereali.
[18] Visse fra il 610a.C. ed il 546a.C. circa.
[19] Pare si trattasse di un gioco magico fra il Dio Mehen e il defunto che, se avesse vinto la partita, si sarebbe salvato dal suo morso velenoso. Per scegliere chi dovesse iniziare si lanciavano i dadi e chi faceva il numero maggiore iniziava. Si procede dalla coda alla testa del serpente lanciando i dadi. Arrivati alla testa ci si trasforma in leone o in leonessa a questo punto si ritorna alla coda (trasformandosi il lancio dei dadi vale doppio), il primo ad arrivare alla coda vince.

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