Vertumno, il Dio della trasformazione

NOTA DI F.d.R. – Ospitiamo volentieri il contributo del Dott. Andrea Solari, in primis per la sua competenza di studi ma, soprattutto, perché rientra in quel lavoro di riscoperta delle antiche divinità italiche a cui tanto teniamo.

(di Andrea Solari – autore de “Il Linguaggio degli Immuni”)

Il mondo etrusco ha sempre esercitato un fascino particolare sugli studiosi. L’enigmatica origine unita a una complessa visione religiosa hanno indotto da sempre i ricercatori a formulare le più svariate teorie per cercare di saperne di più. Le testimonianze degli storici latini e quelle archeologiche ci consegnano alcune informazioni che sono prevalentemente filtrate dalla cultura romana e non è semplice fare luce su quel passato sepolto(1). Con questo breve scritto, vorrei riuscire a trasmettere qualche suggestione in merito, augurandomi riesca a suscitare interesse nei lettori di F.d.R. Vorrei approfittarne per dar voce a una divinità etrusca meno conosciuta e poco esposta ai riflettori della critica ma che invece ritengo essere meritevole d’interesse. Il suo nome è Vertumno o Voltumno (2)

I frutti della vegetazione e degli orti 

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Tutti avranno in mente il celebre dipinto di Giuseppe Arcimboldo che ritrae Rodolfo II d’Asburgo nelle sembianze di Vertumno (3). Il dio compare nel mescolamento di frutta e verdura che, combinandosi come un mosaico, forma l’immagine dell’imperatore austriaco. L’artista era sicuramente a conoscenza della IV Elegia di Properzio (4), dove è lo stesso dio che si racconta attraverso le parole del poeta, infatti troviamo scritto:

“E perché dovrei aggiungere ciò per cui ho fama maggiore, i doni degli orti che ben figurano nelle mie mani? Mi contrassegna il verde cetriolo la zucca dal ventre rigonfio, e il cavolo legato con giunco sottile”.

Ad un primo sguardo siamo di fronte a un dio che pare avere un legame con la vegetazione e con gli orti in generale. Sappiamo che nel Nel 216 a.C., dopo che la città di Volsnii venne conquistata, divenne una divinità romana attraverso il rito della evocatio (rito attraverso il quale si chiedeva alla divinità tutelare di una città nemica e ormai assediata di entrare a far parte del panteon romano promettendole venerazione e sacrifici). Ma è probabile che originariamente fosse collegato a qualche culto territoriale di tipo sciamanico (5) e il grande archeologo M. Pallottino  conferma questa possibilità:

“Ed è vero invece che l’influenza greca può avere aiutato e favorito il processo di individualizzazione , di personalizzazione e di umanizzazione delle divinità etrusche, moltiplicando e caratterizzando gli aspetti degli dei maggiori, portando al rango di divinità nazionali spiriti ed eroi locali, riducendo ad unità gruppi di essi con caratteristiche analoghe. Un caso tipico è quello di Veltha o Veltune o Voltumna ( nella forma latina Vertumno). Esso ci offre in atto il processo di individualizzazione e di trasformazione di uno spirito ctonio, terrestre venerato in qualche località dell’Etruria meridionale”(6)

In questa sede mi limiterò brevemente a condividere uno degli aspetti più significativi del dio. Ed è proprio lui a parlarne sempre tramite Properzio:

“Perché ti meravigli che in un sol corpo io abbia tante forme? Apprendi i segni paterni del dio Vertumno”.

Ma in modo ancora più deciso, poco oltre egli ci rivela la sua funzione e non ci resta che ascoltarla:

“Altro è ciò che il mio nome indica. Devi credere solo al dio che parla di se stesso: la mia natura si adatta a tutti i sembianti, volgimi in quello che vuoi, sarò elegante”

La divinità si presenta come espressione di tutto ciò che muta in altre forme ed è un aspetto che sicuramente aveva ben in mente Arcimboldo che dipinse frutta e ortaggi per renderlo visibile, senza però dimenticare che Vertumno è: “divinità dei frutti e dell’orto, ma soprattutto un dio capace di essere se stesso e, insieme, di “volgersi” in qualcun altro” (7)

 Il dio del “vertere”

Il verbo latino che sottende al nome chiarisce il suo ufficio (ufficium) (8). Vertumno, o Vortumno come lo troviamo scritto spesso nei Fasti (9) è il dio del “vertere”, del volgere, mutare o trasformare (10). la sua energia non si palesa soltanto tra i cavoli o i cetrioli come potrebbe far pensare il quadro dell’Arcimboldo ma si manifesta nel volgersi delle stagioni o nel maturare dei frutti come infatti sappiamo grazie a Properzio:

“Per me muta colore la prima uva quando si tinge di viola, per me la chioma della spiga si gonfia di chicchi lattiginosi. Qui vedi dolci ciliegie, qui prugne autunnali, e, nei giorni estivi, qui rosseggia la mora”.

La natura legata al mutamento viene confermata anche da Servio che racconta un episodio durante la guerra con Tito Tazio:

“Da qui infatti un tempo passava il Tevere, prima che il suo corso fosse deviato a seguito dei sacrifici fatti a Vertumno” (11).

E ancora in Orazio troviamo scritto:

“A volte lo si vedeva contrassegnato al dito da tre anelli, altre con la sinistra nuda. Visse da incostante. Da un ora all’altra mutava la banda della tunica, lasciava un grande palazzo per andarsi a nascondere in tuguri da cui un liberto appena decente sarebbe uscito disonorato. Oggi donnaiolo a Roma, domani filosofo ad Atene. Era nato con i Vertumni maldisposti”(12).

Quest’ultimo passo chiarisce come anche i mutamenti emotivi fossero sentiti quasi sottoposti alla forza o influenza del dio.

Vertumno e Pomona

Melzi_-_Vertumnus_and_PomonaVorrei affrontare brevemente l’episodio narrato da Ovidio nelle Metamorfosi (13) che riguarda proprio Vertumno e la ninfa Pomona. Leggendo il poeta scopriamo che:

“Tra le Amadrìadi latine, nessuna con più cura di Pomona coltivava gli orti o più di lei era appassionata delle piante da frutto”(14)

Pomona è talmente rapita dalla sua funzione che nessuno deve disturbarla all’interno del suo orto. E infatti, il poeta, ci dona un’informazione preziosa:

“Questa è la sua funzione e la sua attività. E neppure prova il minimo desiderio di amore carnale” (15)

Tutti i satiri e i maschi bramavano possederla ma nessuno riusciva a sedurla. Fino a quando Vertumno, sfruttando le sue qualità, riuscì a ingannarla. Per conquistare la ninfa cambia ancora una volta le sue sembianze. Infatti, tramutandosi in una vecchia riesce a convincerla a farsi ospitare nell’orto e lodandola per la bravura: “Le diede un sacco di baci come nessuna vecchia vera avrebbe mai dato!” (16)

Ci sono diverse letture possibili  e che vedono il dio come partner ideale di Pomona. La ninfa sarebbe preposta alla cura dei frutti, mentre Vertumno si occupa della maturazione (17) ma è interessante notare come Pomona possa rappresentare la quiete dell’orto concluso. Questa immobilità pare essere suggerita dallo stesso Ovidio nell’indicare in lei un’assenza di desiderio sessuale. E chi poteva essere se non la divinità multiforme a scuotere o agitare con la sua energia quell’unità statica? Attraverso questo racconto e con tutte le cautele del caso, forse è possibile calarsi in quel mondo arcaico in cui la divinità ha avuto origine. Allacciandoci al già citato passo del Pallottino, sembra di trovarci di fronte a una forza ctonia la cui energia sale nelle piante e in tutti gli esseri viventi per permettere loro di vivere, crescere e mutare. Non è un caso che nel periodo etrusco fosse la divinità più importante e ce lo confermano sia Varrone quando scrive di lui: “Deus Etruria Princeps”, (il dio più importante dell’Etruria) (18), sia l’esistenza del Fanum Voltumnae, il tempio nel quale si riuniva la lega delle città etrusche quando c’era da prendere una decisione importante. Per una civiltà abituata a vivere a stretto contatto con la natura vogliamo credere che fosse normale avvertire quell’energia che sottende ogni cambiamento. Al contrario, per l’uomo moderno, eccitato dal pensiero logico-formale, risulta difficile poter sentire quelle forze come fondamentali nel ciclo della vita.

Come scrive Bettini (19), una delle varie etimologie che riguardano il “vertere” del dio è Vert-annus, ossia colui che tutela il mutarsi dell’anno da una stagione a un’altra. Gli antichi sacerdoti sciamani non potevano che interagire o muovere tale energia per augurarsi la maturazione delle messi, oppure per chiamare le piogge nei periodi di siccità. E più in generale, non potevano che coglierla nel suo fluire necessario, avvertendola come fondamentale per la vita della comunità. Sottile e invisibile, sapevano che gli istanti in cui essa palesava la sua forza erano proprio quelli durante i mutamenti stagionali. Ed era solo negli attimi in cui la natura si volgeva da un momento all’altro che Vertumno si rendeva visibile e che i sacerdoti consideravano sacri, accogliendo il dio con feste e cerimonie.

Egli era colui che governava i cicli cosmici, che volgeva la ruota dell’anno e come fa notare Bettini corrisponde all’hindu Chakra-Vart-in, il ministro e sovrano immoto, cardine della ruota (20). Purtroppo però, della remota origine di Vertumno ci è dato sapere molto poco e quello che emerge lo apprendiamo dalle fonti che ci mostrano un dio già romanizzato. Tuttavia, un colpo di Fortuna ci ha consentito ancora oggi di poter ascoltare la voce del dio grazie al poeta Properzio. E non è un caso forse, che sia proprio lei, la Dea della buona o cattiva sorte, anch’ella di origine etrusca, ad aver permesso che ciò accadesse. Implicata anche lei nello scorrere degli eventi, la immaginiamo in un dialogo perpetuo con il dio dalle forme cangianti. Per cui, nonostante della sua memoria non rimangono che poche testimonianze archeologiche e poche citazioni nei testi latini, tuttavia piace rimanere fedeli alle sue stesse parole che attraverso Properzio sembrano chiamarci da quel mondo. Ed è proprio lui che raccontandosi pare svelare qualcosa del suo passato:

 “Prima di Numa ero un tronco d’acero, sgrossato in fretta con la falce, dio povero in una grande città”

In questo passo Vertumno sembra ricordarsi come Veltha o Vel, quando ancora non era istituzionalizzato nel panteon romano. Appare come un dio rappresentato da un tronco d’albero, un grande totem che aveva il compito di garantire protezione e sussistenza alla comunità. Forse così, probabilmente, era venerato nei boschi dell’Etruria prima che diventasse il dio per eccellenza, come  una forza che guidasse il ciclo delle stagioni, un energia in grado di presiedere a tutti i mutamenti nella vita dell’individuo, un dio guaritore e severo, il custode del tempo, il guardiano della ruota dell’anno.


(1) Per approfondimenti sulla civiltà Etrusca sono numerosi i libri da poter consultare. Dovendo sintetizzare tra i più significativi suggerisco, Massimo Pallottino; Etruscologia; Settima Edizione. Gilda Bartoloni; Introduzione all’etruscologia; Hoepli editore. Mario Torelli, Storia degli Etruschi; Laterza, ma anche l’Arte degli Etruschi sempre Laterza Editore. Friedhelm Payron, Gli Etruschi; Mulino. Di quest’ultimo esiste una versione aggiornata recente. Da non farsi scappare inoltre, Giovanni Feo, Nuovi misteri Etruschi, Magia, sacralità e mito nella più antica civiltà d’Italia; C&P Adver Effigi. E in ultimo citerei sicuramente, Leonardo Magini Astronomia etrusco romana; edito da L’Erma di Bretschneider.

(2) Livio, Ab Urbe condita V, 17; dove si legge: Mentre a Roma succedevano questi fatti, le genti di ceppo etrusco si riunirono presso il tempio di Voltumna (Fanum Voltumnae). E per la corrispondenza tra Voltumno e Vertumno, Festo, De verborum significatu, 252, 18-23. “Voltumna – Vortumnus”, in C. Braidotti – E. Dettori – E. Lanzilotta. “Studi in memoria di Roberto Pretagostini, Roma 2009, p. 993-1009. Ma soprattutto Properzio Elegie IV, 2,  dove troviamo ad esempio: “Ne mi pento di aver abbandonato i focolari di Volsnii durante la battaglia”. Sulla possibile origine Sabina del dio proposta dal Devoto (vedere nota 10 per riferimenti) rifacendosi a una testimonianza di Varrone, è il dio stesso a chiarire l’equivoco tramite Properzio: “Io sono Etrusco ed Etrusca è la mia origine”.  Alla quale testimonianza diretta vogliamo credere dato che poco dopo rincarando la dose afferma: “Devi credere solo al dio che parli di se stesso!”

(3) Giuseppe Arcimboldo; L’imperatore Rodolfo II in veste di Vertumno, pittura a olio; Castello di Skokloster, Habo.

(4) Properzio, Elegie. Utilizzo la traduzione di Maurizio Bettini in “Il dio elegante, Vertumno e la religione romana”, p.192.

(5) Sulle corrispondenze tra la religione etrusco-romana e lo sciamanesimo vedere, Leonardo Magini; La dea bendata, Lo sciamanesimo nell’antica Roma; Diabasis. Ma in generale tutti i testi dello stesso autore che suggerisco caldamente. Inoltre segnalo un importante libro in procinto di uscire del grande grecista Angelo Tonelli dal titolo, Sciamanesimo, trance e estasi nella Grecia antica, edito da Feltrinelli con possibile data di pubblicazione fine 2020 inizio 2021. In questo lavoro emergeranno importanti novità e scoperte archeologiche riguardo l’argomento. Aggiungo anche Janet Farrar e Gavin Bone, Sollevando il velo; Una guida alla trance profetica, alla discesa della luna e al rituale estatico. Wicca & Stregoneria.

(6) Pallottino, Etruscologia, p. 328.

(7) Bettini, Il dio elegante; p.66

(8) Servio, Commentarius in Vergili Georgica, 1, 21 “I nomi di questi numina si trovano negli Indigitamenta, cioè nei libri dei pontefici, che contengono sia i nomi degli dei sia la spiegazione (rationes, le origini) di questi nomi, così come dice anche Varrone. Infatti, come abbiamo detto sopra, risulta che i nomi dei numina derivano dai loro officia. Così per esempio dalla Occatio (erpicatura) il dio è detto Occator, dalla Sarritio (sarchiatura) Sarritor, dalla Stercoratio (concimazione) Sterculinus, dalla Satio (semina) Sator.

(9) I fasti erano degli annuari che tra le diverse funzioni  avevano anche  lo scopo di indicare le date delle cerimonie religiose.

(10) Per chi volesse ulteriori notizie di tipo filologico, Giacomo Devoto, Nomi di divinità etrusche III; Vertumno, in “Studi Etruschi” n°14, 1940, p. 275-280.  Maurizio Bettini, Vertumno e le sue etimologie in “Il dio elegante, Vertumno e la religione romana”. Oltre che il già citato “Voltumna – Vortumnus” Più in generale non può mancare, Emile Benveniste, “Il vocabolario delle istituzioni indoeuropee, Economia, parentela e società”; Piccola Biblioteca Einaudi.

(11) Servio Ibidem, 8, 90.

(12) Orazio, Saturae, 2, 7, 83-89.

(13) Per la lettura completa del mito: Ovidio, Metamorfosi, ET Classici.

(14) Ibidem, p. 589.

(15) Ibidem, p. 589.

(16) Ibidem, p. 591.

(17) Ho citato ad esempio Bettini, p. 67.

(18) Varrone, De lingua latina, 5, 46; dove si legge: “Da loro ha preso il nome Vicus Tuscus, e per questo motivo lì è collocato Vertumno, dio prinicipe dell’Etruria (deus etruriae princeps).

(19) Bettini, p. 54.

(20) Devoto, per esempio, scrive  “Il nome Vertumno ha origine dalla radice verbale indoeuropea Wert che dà in latino vertere e vorterevolgere”  (quindi nessuna differenza tra Vertumno e Vortumno).