Aderire agli Dèi

Noi non crediamo: aderiamo.

“È la luna, dico in silenzio, con passione, è la luna! E il mio cuore batte per lei con nuovi battiti. Dura qualche minuto. Un alito di vento, un vento sconosciuto viene a me, una strana pressione dell’aria. Che cosa è? Mi guardo attorno e non vedo nessuno. Il vento mi chiama e l’anima mia assentendo si piega a quel richiamo ed io mi sento sollevato dalle realtà circostanti, stretto a un invisibile petto, i miei occhi si inumidiscono, io tremo. Dio è in qualche luogo vicino e mi guarda…”

(Knut Hamsun, in Pan).

Noi, non crediamo, aderiamo: questa è una delle differenze fondamentali fra le fedi abramitiche e il paganesimo.
Non vi può essere paganesimo legato ad un essere ‘fedeli’ se con questa parola intendiamo ‘il ritenere possibile quel che ancora non si è sperimentato o non si conosce personalmente’, come accade invece per le religioni rivelate dove è necessario credere, per così dire, in fiducia.
Se questo vi accade con gli Dèi, permetteteci di dire che avete iniziato con il piede sbagliato. Il divino deve essere un’esperienza diretta, solo sulla base di questo incontro non mediato vi può essere fides nell’accezione antica del termine, ovvero lealtà, fiducia; anche e soprattutto per tale motivo, nessuna tradizione pagana degna di questo nome farà mai proselitismo. Tenetelo a mente come indicatore di serietà rispetto alle persone che incontrerete lungo il vostro percorso.
L’incontro con il divino è per sua stessa natura indefinibile e irriducibile a uno schema o ad elementi costanti, varia da persona a persona e di momento in momento, questo dovreste già averlo sentito. All’inizio del cammino, però, può accadere che il proprio retaggio culturale e il bagaglio di dubbi (o certezze) che ci portiamo appresso renda difficile riconoscere i primi timidi approcci d’incontro con la divinità.
Di fronte a questi lampeggiamenti iniziali è comprensibile e normale avere delle titubanze, forse è anche addirittura salutare! E’ giusto cercare di mantenere un certo distacco e non lasciarsi andare alle suggestioni ma, è altrettanto giusto restare obiettivi nella stessa misura, ammettendo l’esistenza di alcune esperienze apparentemente inspiegabili.
Per questo, può essere forse utile dare qualche indicazione rispetto a fatti e avvenimenti che abbiamo ritrovato nella nostra storia così come di tanti altri compagni e compagne di cammino.Per frequenza ed intensità, riconosciuta come esperienza comune da quasi tutti i viandanti, uno dei primi segni dell’essere sulla giusta via è un senso di essere finalmente giunti a casa: se lo avvertite, non avrete bisogno di altre nostre spiegazioni.
A questa prima sensazione di ri-scoperta, segue solitamente l’impellenza di ri-connettersi con qualcosa di antico e di profondo che è in voi e fuori di voi.
Questo sentimento porta la maggior parte di noi ad amare profondamente i luoghi dove la natura è ancora libera e, se si è fortunati, può capitare di trovarne alcuni –di solito boschi o fiumi– in cui s’inizia ad avere la percezione della presenza di qualcosa di sacro che è altro rispetto a questo mondo ma che in esso si manifesta: un senso di presenza di qualcosa in movimento che ne rappresenta la sostanza o ne è la forma… quasi ne intravedete le impronte.
Tanto può bastare per proseguire il sentiero fino a che, finalmente, si arrivi a toccare il divino con mano: è il primo e più importante obiettivo.
In certi casi “fortunati” può capitare che il sentiero inizi proprio in virtù di un incontro inaspettato e diretto con la divinità, è cosa che però solitamente accade in situazioni di rischio per la propria vita, grave malattia o sofferenza… è comunque esperienza rara.
Se così vi è capitato, gioitene, ma sappiate che non per questo avrete una corsia di favore o che il cammino sarà meno faticoso: semplicemente avete raggiunto prima quel che altri raggiungeranno poi.
In anni di esperienza, abbiamo sentito il racconto di tanti come noi, ognuno ha la sua storia, sempre diversa ma, senza aver pretese statistiche, di solito questo è il processo più frequente.
Invece, nel caso in cui non vi riconosceste in questa descrizione, non temete, forse semplicemente avete una storia meno comune, però interrogatevi riguardo al motivo che vi spinge a questo percorso.
Fatelo con sincerità, ve ne preghiamo, non mentirsi è importante unicamente per voi stessi.
Forse siete qui perché assolutamente volete credere e, anche se il vostro desiderio ci riempie il cuore di amore, sappiate che non è l’atteggiamento giusto.
Sforzatevi di passare ad un diverso modo di porvi la questione.
Religio, infatti, non equivale a credo. Sappiate che, quando alla comprensione ed alla pratica si sostituisce una più o meno vaga aspirazione sentimentale, potreste stare imboccando la via del dogmatismo.
La devozione può essere cosa bellissima, ma non deve cadere in quel rapporto di fiducia incondizionata propria del cristianesimo o di altre religioni simili.
Questo genere di devozione non ci appartiene e, nel caso in cui la stiate vivendo in questo modo, sappiate che qualcosa non va.
Anche se la risposta potrebbe non piacervi, sedetevi un istante e cercate di capire, ancora per voi potrebbe esserci una qualche possibilità di successo. In effetti, esistono percorsi diversi per raggiungere la stessa meta, vale a dire l’unione con la Divinità, ed è l’unica cosa che dovrebbe importarvi.
E’ nostra assoluta convinzione che non sia possibile alcuna ‘magia’ senza teurgia, ovvero, dal greco antico Theòs, Dio, ed ergon, opera o, come pare più plausibile, da Theòs e orghìa, stato di eccitamento.
Senza tale esperienza, scordatevi iniziazioni o simili: non valgono a nulla salvo che vi sia stata tale unione o che non siano indirizzate a farvi raggiungere questo incontro. Tutto il resto è compiacimento del proprio ego, null’altro.
Fuggite da chi vi si propone come passaggio obbligato verso questo obiettivo: è un impostore.
Solo voi potrete scoprire quale parte avete fra i sentieri intricati di questo bosco e non v’è consiglio leale che possa liberarvi da questo compito che spetta solamente al vostro spirito. Perfino l’amore per la Via è cosa intrasmissibile e veramente segreta.
Con questo non vogliamo discutere il senso, importantissimo, delle iniziazioni: verrà un momento in cui affronterete anche questi passaggi, eppure, sappiate che nessuno potrà mai darvi ciò che non sia già in vostro potere prendere fra le mani e  l’unica via efficace per questo cammino è la pratica rituale.
Il termine ‘Rito’, proviene dal latino Ritus che deriva a sua volta, dalla radice indoeuropea ar, la quale raccoglie una complessa costellazione di significati di cui fanno parte le parole latine ar-tis, arte, abilità e ar-tus, articolazione.
Sfogliando qualche dizionario etimologico e i tanti lavori sull’argomento ampiamente disponibili, vediamo che con significati simili ritroviamo la medesima radice anche nei termini greci ar-thron, giuntura, articolazione, membro; arthmos, legame, unione, arithmos, numero, ed anche ar-ar-isko e artuno, adatto, armonizzo.
L’origine della parola rimanda quindi all’idea di unione armonica fra cose distinte, significato che ancora resta nelle parole sanscrite ri-ta-e, ordine cosmico, e ri-tu, l’ordine stagionale. Ritualizzare è compiere l’azione ‘conforme all’ordine’.
Questo breve excursus etimologico dovrebbe bastare per comprendere quanto resti nascosto all’occhio profano che vede nella ritualità il solo aspetto della cerimonia, della ripetizione tradizionale o, più banalmente, della consuetudine.
Tale ricchezza, purtroppo, sfugge a chi, per ignoranza o sorte avversa, confonde la ritualità con un complesso formale di anticaglie, tutto sommato ridicole, sempre riformabili e di anno in anno reinventabili secondo i gusti e, duole dirlo, pare quasi addirittura secondo le mode.
Detto ciò, nemmeno lasciatevi spaventare da quanto è in movimento e non si cristallizza in una soluzione unica, sempre pronta all’uso: non esiste. Così non è, né potrebbe essere per noi.
Infatti, per ogni gesto, ogni segno, ogni parola pronunciata, l’Universo si muove e parla assieme all’officiante.
Così, se volete comprendere un rito, è buona cosa considerare quanto si avvicini a gesti archetipici, compiuti in Illo tempore, ai primordi della storia, ed è per questo che la forma può e deve essere espressione della sostanza.
Chi non capisce questo punto è destinato a oscillare fra due estremi altrettanto perniciosi. Da un lato, vi è chi ritiene che conti solo il senso, idea che portata alle estreme conseguenze rende inutile l’azione.
Dall’altro, vi è chi pone tutta l’attenzione all’azione, arrivando al ridicolo di chi compie gesti scimmiottando didascalie pronunciando formule in lingue “morte” senza preoccuparsi di conoscerne il senso.
Purtroppo, lo ribadiamo, quel che rischia di sfuggire è che, semplicemente: non vi è Rito senza coincidenza fra il senso e la forma.
Infatti, solo quando forma e sostanza coincidono nel rito, questo ci permette di fare esperienza di noi come parte di un mondo sacro e sacralizzato dove non c’è ‘fede’, ma un fare ed un essere in solidarietà con la Natura nei modi e negli atti della vita.
Lo stesso aggettivo ‘sacro’, deriva dal latino arcaico sakros, a sua volta proveniente dal radicale indoeuropeo *sak che indica qualcosa a cui è stata conferita validità ovvero che acquisisce il dato di fatto reale, suo fondamento e conforme al cosmo.
Così, il dogma, presso di noi è sostituito dal rito e, le nostre offerte, non portano con sé alcuna speranza di salvezza se non l’essere dissetati dalla realtà dell’Essere.
Per questo, la nostra via manca di una rivelazione contenuta in libri sacri cui ricorrere quando si hanno dubbi. Anche questo scritto non vuole e non può far nulla al riguardo.
Potrebbe sembrarvi un difetto terribile. Se così sentite, gettate queste pagine e dimenticate ogni parola già letta: il nostro cammino non è per voi e, soprattutto, voi non siete per Lui.
Se invece, mossi i primi passi sentite una voce dirvi «Sono sfuggito al male ed ho trovato il meglio», ben avete incominciato salvandovi forse dall’esistenza frammentaria e straniata di larga parte dell’umanità di oggi. Gli innumerevoli gesti di consacrazione e ritualità, null’altro esprimono se non questa sete di armonia con ciò che E’ ed il desiderio di Vedere.
Iniziate contemplandovi nel profondo, fino al vostro proprio scheletro, qui, se il cosmo vi assiste, potrete ritrovare l’esperienza religiosa che il rito si promette di ripetere, riportandola alla luce della vostra coscienza.