Il buon raccolto e un monito per noi

Nelle mie campagne stanno mietendo l’orzo. E’ tutto un enorme via e vai di trattori e, su stradine larghe appena a sufficienza per il passaggio di un auto, i contadini riescono a far passare mietitrebbie mostruose, che al lavoro alzano polvere di paglia, pula e semi raccolti.

E’ un’estate caldissima, ma il cielo ha voluto che quest’anno, dopo tanti, non vi sia stata siccità. Perlomeno, non in Emilia. L’iperico, che sembrava scomparso, anche se titubante è tornato a brillare nei fossi, al bordo dei campi. Le piante di quelle strisce alberate che in pianura chiamiamo boschi, sono lussureggianti, rigogliose: gioiscono. Perfino le lucciole di giugno erano più numerose e quasi più lucenti come quando, da ragazzino, mi ritrovavo meravigliato a guardarle nella campagna. Avremo un buon raccolto. Eppure, tutto questo mi ricorda con ancora maggiore urgenza quanto siano cambiate e quanto stiano cambiando le cose.

Quando iniziai il cammino, il mio primo grande amore furono le erbe e, università permettendo, passavo mattine e pomeriggi a cercarle e raccoglierle. Ricordo che, per ogni areale, trovavo almeno una decina di specie e varietà differenti. Oggi, passati oltre due decenni, devo fare chilometri per trovarle… una qui, una là. Certo, mi si dirà che sono tornati i caprioli, i cinghiali, le istrici, i lupi… quand’ero bambino sarebbe sembrata quasi fantascienza, ma le rondini sono poche, i pipistrelli quasi scomparsi, si sono dimezzate le farfalle ed i campi di prato stabile sono sempre più poveri. Per dirla più chiaramente, nella base ambientale la biodiversità si è ridotta drasticamente.

Questo è quanto posso toccare con mano, personalmente. Poi ci sono gli studi scientifici, ormai talmente allarmanti e spaventosi che si preferisce far finta di nulla, io stesso, alle volte, quasi li rimuovo, ‘che se uno ci si mette a pensare seriamente finisce al manicomio o deve prendere dei tranquillanti. E allora via, come nulla fosse. A Litha festeggeremo un altro raccolto. Che noi, si sà, celebriamo i ritmi della natura che amiamo tanto. No?

Sì, è giusto festeggiare e celebrare, ma urge una presa di coscienza che si tramuti in azione concreta: anzitutto personale ma, anche, collettiva.

In un bellissimo articolo -che vi prego di leggere- sul blog de Il Bosco di Artemisia, Giulia Turolla tratta di queste stesse cose in modo così ispirato che quasi si sente una mano, un logos invisibile e imperscrutabile dietro alle sue parole; così chiude il suo scritto:

Facciamo sì che il mondo si innamori della nostra illusione, e creiamo nuovi sogni. Sogni per cui lottare, che ci regalino la speranza di una realtà diversa, e risveglino le sorgenti dell’ispirazione collettiva. Questa è la più grande magia che possiamo compiere.

Ma non deve essere solo una illusione, deve essere testimonianza di un mondo possibile e, per farlo, citandola nuovamente:

[…] Non lasciamo che il narcisismo imperante e il lato oscuro del movimento New Age, ci portino a chiuderci nei nostri piccoli recinti autoreferenziali, in cui ottenere un qualsivoglia titolo accattivante, un’iniziazione o potersi auto-proclamare la reincarnazione di qualcuno, rappresentano, assieme, lo scopo ultimo dei nostri sforzi e la fonte di infinite frustrazioni e di desolanti lotte intestine. Troviamo assieme il modo di aprire i cancelli dei nostri recinti e di lasciare che i nostri messaggi si intreccino e si diffondano, perché, se è vero che esisteranno sempre i venditori di fumo, e coloro che sono pronti ad acquistarne i pacchetti studiati appositamente per appagare i bisogni più sciocchi e superficiali, è anche vero che non si può amare ciò che non si conosce. […] Il modo per negoziare questo paradosso, per uscire dalle riserve che ci siamo creati (e che finiranno per soffocarci) e per portare ciò che siamo e quello che abbiamo da dire, nel mondo, senza, però, tradire le nostre radici, dobbiamo trovarlo assieme. Ed è un grande lavoro, che è già in corso nelle comunità pagane in diverse parti del mondo, ma che, nella nostra Italia, si sta facendo attendere […]

Dicevo: urge una presa di coscienza che si tramuti in azione concreta anzitutto personale ma, anche, collettiva. E, questo, non possiamo farlo stando nei nostri angolini di magiche illusioni. Chi ha a cuore il raccolto, deve avere a cuore anche la semina, e tutta la fatica che serve nel preparare il terreno.

Chi ha a cuore il raccolto, sente che il momento degli indugi è terminato. Se presta l’orecchio, lo sente, chiarissimamente. Loro ce lo dicono, in mille modi, sempre più insistentemente.

Chi ha a cuore il raccolto, sa che la tempesta sta arrivando e sente odore di grandine e del rischio della carestia, di giovenche dalle anche scheletriche, di bambini piangenti, di morte.

Chi ha a cuore il raccolto, deve agire, per quel poco o tanto che può: ORA. Non domani, non fra un mese, non fra un anno, non quando sarà più sistemato, non quando sarà più comodo: ORA.

Chi ha a cuore il raccolto, deve trovare immediatamente il suo modo per salvare i raccolti futuri: a partire dai piccoli comportamenti quotidiani.

Tutto questo non vuole essere un predicozzo. I sermoni mi erano odiosi al catechismo, figuriamoci ora. Mi metto nel novero degli ignavi pure io. Perché cambiare è difficile, difficilissimo. Cerco di farlo, ma se mi osservo criticamente, faccio poco, troppo poco, pochissimo. Ma farò di più. Già ORA.

Perché non so voi, ma davvero, nel profondo, ho la percezione netta del fatto che l’ “Io speriamo me la cavo” è una beata illusione. Stiamo parlando di qualcosa di epocale, tipo che a questo punto, nei film americani, prelevano gli scienziati in elicottero e li mettono a trovare soluzioni per salvare la terra. Il punto, è che non è un film, e gli scienziati gridano da anni senza che ci sia un fucking elicottero a portarli nella stanza dei bottoni. Perché questa sorta di apocalisse non arriverà con eventi eclatanti che uniranno i grandi della terra nel tentativo di trovare soluzioni. Arriverà poco a poco, come ora, anno dopo anno. Come l’acqua che bolle la rana, senza che se ne renda conto:

“Immaginate un pentolone pieno d’acqua fredda nel quale nuota tranquillamente una rana. Il fuoco è acceso sotto la pentola, l’acqua si riscalda pian piano. Presto diventa tiepida. La rana la trova piuttosto gradevole e continua a nuotare. La temperatura sale. Adesso l’acqua è calda. Un po’ più di quanto la rana non apprezzi. Si stanca un po’, tuttavia non si spaventa. L’acqua adesso è davvero troppo calda. La rana la trova molto sgradevole, ma si è indebolita, non ha la forza di reagire. Allora sopporta e non fa nulla. Intanto la temperatura sale ancora, fino al momento in cui la rana finisce – semplicemente – morta bollita. Se la stessa rana fosse stata immersa direttamente nell’acqua a 50° avrebbe dato un forte colpo di zampa e sarebbe balzata subito fuori dal pentolone.”

(Tratto da “Media e Potere” di Noam Chomsky)

Per cui, sì, festeggiamo il raccolto, ma chi lo ha a cuore veda anche cosa può fare per preservare quelli futuri.

Buon raccolto. Ma soprattutto, buon lavoro.