Ignes Aeternum, la mai spenta fiamma di Vesta

“Per lungo tempo credetti stoltamente che ci fossero

statue di Vesta,

ma poi appresi che sotto la curva cupola non ci sono

affatto statue.

Un fuoco sempre vivo si cela in quel tempio

e Vesta non ha nessuna effige, come non ne ha neppure il fuoco.”

(Ovidio, Fasti)

Con il cadere del capodanno romano, il 1 Marzo era rinnovato il Sacro fuoco di Vesta, divinità importantissima del pantheon italico, figlia di Saturno e Opi con cui condivideva il simbolismo della terra.

Anticipando alcune considerazioni che vedremo più in dettaglio, se la madre Opi è la terra dispensatrice delle messi e dei frutti, la figlia Vesta ne rappresentava “la fissità”, diremo, la “continuità”.

Mentre tutto il resto del mondo è in movimento, solo la Terra resta ferma. Il nome di Vesta, in latino, ha lo stesso significato d’immobilità o, piuttosto, di stabilità: uno stato dinamico passivo e non l’assenza di movimento, un movimento che è invece richiamato dal fuoco a Lei sacro.

Per questa sua qualità di “garanzia della stabile continuità”, era considerata protettrice della popolazione romana nonché, declinandosi nei culti privati, della famiglia e del suo focolare.

Ogni casa che lo permettesse, onorava Vesta in quel che si definiva Vestibulo, l’ingresso di ogni dimora (ancora oggi, Vestibolo, conserva il medesimo significato) dove ardeva giorno e notte il fuoco, simulacro della Dea: fuoco purificante perché intoccabile e distruttore di tutto ciò che è soggetto alla morte e alla putrefazione.

Fuoco Sacro e primigenio: sia Virgilio sia Ovidio riferiscono che all’epoca si otteneva con lo sfregamento di pietre focaie… dunque non un fuoco “preso da altri fuochi”.

Le sue feste, i Vestalia, che si tenevano fra il 7 e il 15 giugno, erano una delle più importanti festività romane quando, con Vesta, ricevevano culto i Penates, spiriti protettori del popolo romano (per il rito pubblico) e della famiglia (per il rito privato, dove assumevano il senso non più modesto di “tutto quello di cui gli uomini si nutrono”, penus, infatti, è la dispensa della casa).

La devozione a Vesta e il suo collegio sacerdotale composto di vergini è plausibilmente di origine preistorica o protostorica ed ha avuto inizio a Lavinium (Lavinio), la città madre di Alba-Longa dove, il mito dell’Eneide, vuole che i Troiani in fuga giungessero infine in Italia ponendo i propri primi insediamenti. Prima delle Vestali romane, il cui collegio pare fu fondato da Numa Pompilio (forse nel 710a.C.), già esistevano le Vestali albane[1] e ve ne furono anche a Bovillae (città che sorgeva a sud di Roma, oggi frazione di Frattocchie, Comune di Marino) e Tibur (l’attuale Tivoli).

Ancorché larga parte di quanto ci sia noto riguardo a questa divinità porti profonde tracce della grecizzazione, il culto italico di Vesta era attestato sulla nostra penisola ben prima dell’arrivo dell’Hestia greca con cui Ella condivide larga parte dei propri simboli e significati.

Veniamo dunque a due degli aspetti più noti di Vesta e, in un certo qual modo, problematici dal punto di vista simbolico: il suo fuoco perenne e la verginità.

Trovare l’associazione del fuoco a una divinità femminile, in effetti, sembra contro-intuitivo ma a questo proposito giova ricordare la radice indoeuropea delle popolazioni italiche. Riguardo all’etimo indoeuropeo di “fuoco”, Robert S. P. Beekes spiega che “i due principali termini (appunto egni- e pūr(o), n.d.a.) significano entrambi ‘fuoco’, ma si è pensato che abbiano costituito, in origine, un’opposizione. La prima parola, regolarmente di genere maschile, si pensa rappresenti il concetto di ‘fuoco’ come qualcosa di attivo, da cui la sua deificazione nell’antico indiano Agni (‘dio fuoco’), che è una delle divinità più invocate nei Rg-veda. In contrasto, *pūr(o) è di genere neutro e viene tradizionalmente interpretato come la concezione inattiva del fuoco, ossia come sostanza puramente materiale”, ed è proprio questo secondo fuoco, il fuoco che le appartiene e che ribadisce il significato di fissità e stabilità che le è proprio in associazione alla sua natura tellurica. Per dirla con Cicerone, la purezza del fuoco simboleggia la forza vitale che è la radice della vita della comunità.

Rispetto al legame Vesta-Fuoco-Terra, ci viene in aiuto anche Dioniso di Alicarnasso spiegando[2] che il fuoco consacrato a Vesta diviene la Terra “posizione centrale dell’universo” e da tale fuoco celeste animata; Ovidio, concordando, aggiunge[3] che Vesta è la medesima cosa che la Terra intesa come casa, entrambe possiedono un fuoco interno: “Vesta è lo stesso che terra, a entrambe sta sotto il fuoco guardiano: significano la casa entrambi, la terra e il fuoco”.

Con ciò trova conferma una delle più accreditate ipotesi sull’etimo del nome di Vesta, originato dall’indo-europeo *wes, “abitare, di­morare”.

Questo significato era così presente nel sentire romano che, sempre Ovidio, derivava l’origine del nome di Vesta dal latino vi stando, ovvero stando con il potere; con altro procedimento logico ma con risultati simili, Cornutus, lo faceva invece derivare dal greco hestanai dia pantos, ossia che resta per sempre.

Tale accezione legata all’idea di continuità è talmente forte da sostanziare un intenso rapporto dialettico fra Vesta ed un’altra divinità italico-romana fondamentale: Giano, noto dio bifronte, Signore dell’inizio.

Codesto rapporto è ben esplicitato nella sequenza che compone la ritualistica romana.

Com’è noto, infatti, nella sequenza di offerte, il rito romano inizia sempre con Giano per terminare con Vesta, ovvero, se Giano ‘apre’ il tempo, Vesta lo ‘custodisce’. In altre parole ancora, se Giano è il primo, ed è ‘istante’, ossia la manifestazione di un atto svolto nel tempo, Vesta riconduce questo stesso atto nella scala della ‘continuità’ del tempo nel suo essere, appunto, infinito e legame con l’intero mondo divino.

E’ probabile che l’avvertimento rivolto dalle Vestali “Vigilasne rexVigila” [4] al Rex Sacrorum, notoriamente legato a Giano[5], dipenda da tale legame così come, la proiezione del rapporto fra mater familias (uniche ad occuparsi del focolare nel Vestibulo) e pater familias nel rito privato, si ritrovava poi in quel che presumibilmente fu il rapporto fra la prima Vestale ed il Rex Sacrorum inizialmente e fra Vestali Pontefice Massimo successivamente.

Recenti studi e scavi archeologici[6], fanno addirittura derivare tale rapporto simbolico dall’età del bronzo, epoca in cui il Palatino era abitato dai Siculi[7], quando Caca[8], la sorella-figlia-moglie di Caco[9] (indistinzione caotica del ruolo tipica delle età più arcaiche), era la sacerdotessa del Fuoco del Re[10]: i padri, i re, gli uomini passano e solo la parte femminile è garanzia di continuità.

Non andiamo oltre per non complicare troppo questi appunti, ma tant’è che l’atto rituale, pur compiuto qui ed ora, per tramite di Vesta era portato nell’ambito dell’eternità dove trovava collocazione assieme ad ogni devozione e celebrazione passata o futura. E’ anche per questo che, Vesta, diviene per traslazione ‘il corpo magico’ di Roma e che, come pare, fu proprio il collegio delle Vestali il primo in assoluto ad essere fondato.

Questo essere ‘corpo’ di Roma, spiega la verginità sua e delle sue sacerdotesse.

In un mondo dove la sessualità era tutt’altro che un tabù, l’importanza della verginità, infatti, potrebbe sembrare assolutamente inspiegabile… perfino la verginità di Diana era da intendersi come ‘libertà dal matrimonio’ piuttosto che di castità e continenza sessuale.

La verginità di Vesta e delle Vestali, qui intesa nel senso più pragmatico del termine, deve il suo perché a ragioni molto più profonde di una supposta ascetizzazione o al depotenziamento di una primigenia Grande Madre (che ritroviamo assai meglio delineata in altre divinità come Opi o Giunone).

Le Vestali preservavano l’inviolabilità di Roma preservando l’inviolabilità del proprio corpo: così come loro rimanevano integre, così rimaneva integro il ‘corpo magico’ di Roma. Per un principio di magia simpatica dove similia similibus, il corpo delle Vestali diveniva l’espressione microcosmica del ‘corpo magico’ di Roma, della città, e della sua inviolabilità.

E’ interessante che l’analogia fra il corpo delle Vestali, Vesta e il suo tempio, prosegua nella preparazione del muries (condimento formato da sale triturato nel mortaio) e della mola salsa, una focaccia di farro salata in superficie utilizzata come offerta… oppure distribuita in piccoli pezzi ai credenti, quale atto di purificazione. L’impasto della mola salsa era inoltre usato per segnare gli animali destinati al sacrificio (da cui il termine “immolare”, ossia “ricoprire con mola salsa”).

Per la preparazione di questi, tutti gli ingredienti (farro mietuto a maggio –mese sacro a Maia-, sale, acqua di fonte perenne) erano raccolti e curati dalle Vestali che procedevano quindi alla loro cottura con il Sacro Forno del tempio, alimentato con il medesimo fuoco sacro che ardeva nel sancta sanctorum.

Il richiamo all’incubazione uterina non può che essere evidente, ma non vi è ‘fallo’… qui, ogni ingrediente viene dalla terra ed è incubato nella terra: per questo Vesta è anche chiamata Mater nonostante la sua verginità resti intatta.

Da ciò, il divieto agli uomini di accedere allo spazio più santo del tempio (con l’eccezione, stabilita in epoche più tarde, del Pontefice Massimo); oltre alle Vestali, solo le matrone a piedi nudi e durante i Vestalia, potevano accedervi. Vesta, resta velata agli uomini, come dice Ovidio nei Fasti, “Ero assorto nella preghiera, ho sentito il potere divino, e la terra è brillata, lieta, di luce purpurea. Non ti ho visto, dea (lontano da me le menzogne poetiche!), non potevi esser vista da un uomo”.

E’ assai probabile che questo simbolismo Virgo/Mater sia, tra quelli che le appartengono, uno fra i più antichi e rimanda alle più arcaiche divinità femminili autonome e auto-generanti lasciando presupporre origini primordiali.

Da quei primordi, il Culto di Vesta proseguì ininterrottamente fino al 391 d.C., quando Teodosio I, spinto dal Vescovo Ambrogio, li proibì assieme ad ogni altro culto pagano.

Il 24 Febbraio di quel medesimo anno, l’Ignes Aeternum, la fiamma perenne, fu spenta, il tempio profanato.

Nel 394 d.C. le ultime Vestali distrussero il Palladio (simulacro divino a protezione della città posto nel Tempio di Vesta) e i pignora imperii (sacri cimeli) per evitare che fossero toccata da mano di uomo, per giunta miscredente.

Zosimo racconta[11] l’attacco cristiano ai culti pagani citando un episodio che riguarda la sorella dell’imperatore Teodosio I: “Serena, disprezzando i riti pagani, volle visitare il tempio della Gran Madre e, non appena vide che la statua di Rea portava una collana degna del divino rispetto, gliela tolse e se la mise. Una vecchia, una delle ultime vestali, la accusò di empietà, ma lei la insultò e la fece scacciare dal suo seguito. Allora la vecchia lanciò contro Serena, suo marito e i loro figli tutte le maledizioni che il suo gesto meritava. Serena, però, non le fece alcun caso e uscì dal tempio ostentando l’ornamento”.

Se, come pare, Serena morì poi strangolata, non godette a lungo della collana che cingeva il collo di Rea, ma la maledizione della Vestale e nessuna vendetta (divina o meno) poté fermare la fine di un culto ininterrotto per oltre 1000 anni.

Come Ovidio, in quanto uomo, non posso che parlare di sensazioni, ma credo che ancora oggi, nonostante tutto, così come Giano sia presente ad ogni nostro inizio rituale, così il segno di Vesta sia ugualmente presente. Il culto pubblico terminò come, del resto, cadde Roma stessa… ma quale senso avrebbe il primo senza la seconda? Forse nessuno.

I tempi e gli Dèi stessi cambiano, non facciamocene un cruccio. Non mi preoccuperei dello spegnimento dell’Ignes Aeternum così come troverei ridicolo temere, per Vesta, che il progressivo affermarsi del riscaldamento a gas, ci privi della sua presenza nell’intimità della nostra casa. Ogni qual volta vi è un ‘focolare’ che significhi ‘famiglia’, ogni volta che accendiamo un fuoco –reale o metaforico– a richiamo del Divino e del mai spento legame che ci unisce agli Dèi, Lei è con noi… e, credetemi, pare sia ancora in ottima forma.

[1] Floro, Epitoma de Tito Livio bellorum omnium annorum DCC, I, 1.2.;  Dionigi di Alicarnasso, Antichità romane, I 76.3; Tito Livio, Ab Urbe condita libri, I, 20

[2] Antichità Romane II 66, 3

[3] Fasti VI. 269-270

[4] Servio, ad Aen., X, 228

[5] G.Sabbatucci, La Religione dei romani in Storia delle Religioni, UTET

[6] Carandini, Roma – Il primo giorno

[7] Lo stesso Dioniso di Alicarnesso ci fornisce l’elenco delle popolazioni che diedero vita a Roma – “Dionigi di Alicarnasso li elenca dettagliatamente, uno ad uno: “I popoli che fondendosi e avendo comunanza di vita tra loro dettero origine alla stirpe romana, prima ancora che fosse costruita la città che ora abitano, sono i seguenti: primi gli Aborigeni, che cacciarono da quei luoghi i Siculi, ed erano originariamente greci peloponnesiaci, emigrati insieme con Enotro dalla regione attualmente chiamata Arcadia, e questa è la mia convinzione; poi i Pelasgi, che vennero dall’Emonia, come si chiamava allora, l’attuale Tessaglia; terzi, coloro che dalla città di Pallantio vennero in Italia sotto la guida di Evandro; dopo di loro gli Epei e i Feneati, che erano peloponnesiaci militanti sotto Eracle, e ai quali erano mescolati alcuni elementi troiani; infine i Troiani che scamparono con Enea da Ilio, Dardano, e altre città della Troade”.

[8] Carandini, Roma – Il primo giorno

[9] Carandini – Ibidem.

[10]  Andrea Carandini, ritiene che Caco e Caca fossero figli di Vulcano e di una divinità o di una vergine locale così come lo è Ceculo; Caco e Caca rappresenterebbero l’uno il fuoco metallurgico e l’altra il fuoco domestico, proiezioni di Vulcano e Vesta.

[11] Zosimo, Storia nuova, V, 28