Qualche ‘trucco’ sugli incensi

In diversi incontri e corsi recentemente organizzati dalla nostra Congrega e nei Gruppi di Studio, ci viene spesso chiesto degli incensi (in resina, non ‘bastoncini’). Servirebbero pagine e pagine per parlarne. Tuttavia, alcuni elementi basilari e una manciata di suggerimenti/trucchi ed accorgimenti basati sulla nostra esperienza diretta è possibile darli anche in così poco spazio. Per iniziare, sotto la denominazione incenso si intende comunemente , una miscela composta da resine e/o erbe e/o legni e/o oli essenziali ma, in realtà, l’incenso propriamente detto (chiamato anche Olibano o Franchincenso) è una resina essudata da una e una pianta sola: la Boswellia Carterii.

Per la verità, esistono numerosissime varietà di Boswellie, con resine che hanno profumi anche diversissimi (personalmente, ad esempio, preferisco enormemente il Beyo –Boswellia Sacra– e il Salai Guggal –Boswellia Serrata-). Medesimo discorso è valevole per la ‘Mirra’, ossia la resina essudata dalle burseracee della specie Commiphora… ne esistono moltissime e diverse in aroma e fragranza. Esistono numerosi libri che trattano di incensi e resine ma, ahimè, nessuno di questi è in grado di mettervi sotto al naso il profumo dell’una o dell’atra varietà, quindi, l’unico sistema è provare.

Suggerimenti per riconoscerne la qualità

Ecco alcuni suggerimenti per gli acquisti, valutarne la qualità ed evitare le contraffazioni più frequenti:

  • In generale: Se non sono né molli, né appiccicose, né lasciano profumo strofinandole fra le dita, si tratta di resine che hanno almeno ½ anni di vita… saranno meno profumate ma ancora un buon prodotto però, se nella busta in cui sono conservate si è creata ‘polvere’ di resina, è possibile abbiano anche molti più anni: evitatele.
  • Boswellie: Vale il discorso fatto in generale… le resine freschissime sono mollicce o appiccicose (una rarità), nel tempo perdono questa caratteristica ma se strofinate fra le dita profumano di conifera (si tratta ancora di resine fresche, non è facilissimo trovare prodotti di questa qualità). Più il grano è grosso e senza inclusioni, maggiore è la qualità (con eccezione della varietà Neglecta che ha caratteristiche opposte, ovvero DEVE avere inclusioni di corteccia e grano ‘disomogeneo, agglutinato e vario in colore);
  • Commiphore: idem come sopra ma la mirra asciuga e invecchia molto più rapidamente (ad eccezione delle varietà Guidotti, Borea e l’Opoponax –che in realtà non è una Mirra vera e propria perché è una apiacea e non una commiphora-, si veda come sopra per la Neglecta ma, in questo caso, senza inclusione di corteccia);
  • Sangue di Drago: Dato il prezzo, davvero vi serve? La varietà più nota è proveniente dalla Dracena Draco o dalla Dracena Canariensis. Ad ogni modo, il primo elemento da valutare è che rompendo la resina, la frattura deve essere vetrosa, traslucida, di un rosso cupo riflettente. Solo la varietà Cinnabari (dell’Isola di Socotra), rarissima, ha frattura opaca ma, comunque, di geometria ‘cristallina’. Per evitare questo semplice test, alcuni venditori disonesti propongono prodotti già polverizzati: evitateli. I venditori più qualificati, vi daranno il prodotto frantumando un pezzo di un blocco più grosso, generalmente a forma di fico e della dimensione di un pompelmo dov’è facile intravedere ancora il segno del sacchetto entro cui è stato raccolto e si è solidificato. Dato il costo, nel caso in cui ne doveste acquistare grosse quantità, può essere conveniente valutarne la qualità sciogliendone un campione in un poco di alcool a 97%: si colorerà quasi immediatamente e la resina si scioglierà in circa una notte in una proporzione variabile fra il 30% e il 70% a seconda della qualità (più si scioglie, meglio è… la usavano anche i liutai per dare colore alla verniciatura dei violini);
  • Dammar: resina ottenuta dalle Dipterocarpaceae in particolare dalle varietà ShoreaBalanocarpus, o Hopea. Come per il Sangue di Drago, se spezzata, la resina deve presentare una frattura vetrosa. In caso contrario si tratta di una sofisticazione. Il Dammar di qualità è generalmente venduto in perle piuttosto regolari (ma mai ovoidali, tipo ad es. pietre burattate, MAI) anche di una certa dimensione (tipo oliva o addirittura uovo) e contrariamente a quasi tutte le altre resine è normale una polvere sottile bianca che li ricopre;
  • Elemi: proveniente da una burseracea (come le mirre), principalmente dal Canarium luzonicum, è una resina/pasta che all’aria si ossida annerendosi: quindi, a meno che non sia in un contenitore ermetico o sottovuoto, nel caso vi fosse venduta di colore bianco o chiarissimo c’è il rischio che sia stata sbiancata o sofisticata con prodotti sbiancanti. Se manipolata fra le dita deve sempre ed in ogni caso profumare ed essere balsamica, in caso contrario è troppo vecchia per essere utilizzata;
  • Storace: la resina della Liquidambar Stirax è in realtà un liquido denso e oleoso di cui, per comodità d’uso, sono impregnati piccoli frammenti di carbone vegetale. E’ essenziale che abbiano profumo anche non bruciati o manipolati fra le dita, insomma, devono profumare così come sono… più forte l’aroma, meglio è.
  • Benzoino: Sono due le varietà principali, usualmente indicate per provenienza: quella del Siam – Styrax Tonkinensis (color ambra, la più pregiata) e quella di Sumatra –Styrax Benzoin (grigia/marrone). La prima, ossia quella del Siam, ha un intenso odore ‘di caramella’ anche al naturale (come per lo storace)… non è un caso sia ingrediente fondamentale dell’orzata. Se non avesse questo profumo in modo chiaro e deciso, vi stanno vendendo un prodotto vecchio o sofisticato in un qualche modo;
  • Carboncini: non acquistateli considerando solo l’economicità. Quelli di produzione orientale, ad esempio, classicamente hanno difficoltà ad accendersi e una durata ridotta perché nell’impasto sono miscelate polveri inerti che fanno volume ma che non contribuiscono alla combustione. Provatene più marche considerando questi tre fattori: rapidità di accensione, durata e odore/quantità di fumo durante e dopo l’accensione. A mio sommesso avviso, i migliori sono di produzione italiana (ahimè, oggi, credo sia esistente una sola ditta) e, comunque, in carbone di legna tradizionale (sì, molte marche contengono carbone di arbusti o altro su cui preferiamo non indagare).

Suggerimenti per le miscele e l’uso

Ecco, invece, alcuni consigli per fare pratica, registrare nel vostro ‘archivio olfattivo’ aromi e creare le prime miscele:

  • Evitate miscele preconfezionate. Provate resine pure a piccolissime quantità ripulendo il carboncino con una pinzetta per sopracciglia ad ogni nuova essenza;
  • Provate più varietà di Boswellia (incenso) e di Commiphora (mirra);
  • Nella realizzazione di miscele, usualmente un minimo del 20% fino ad un massimo del 50% di boswelia e/o commiphora fanno da base per l’aggiunta di altre resine, erbe etc.
  • Posto uno scopo della miscela, se lo sapete usare potete utilizzare un pendolino per selezionare i componenti e la vostra conoscenza per dosarli;
  • Usate il benzoino con parsimonia. Specie quello di Sumatra ha un odore particolarmente pungente che tende a dominare su quasi ogni altra resina;
  • Quando macinate i grani di resina evitate di arrivare a polverizzarli: sul carboncino la polvere tende ad agglutinarsi bruciando male. Al contrario, per le erbe, solitamente un tritato fine garantisce una migliore combustione ;
  • Nei carboncini, affinché si accendano facilmente, è presente una piccola quantità di salnitro (nitrato di potassio) che, com’è noto, è igroscopico (ovvero assorbe umidità). Conservateli quindi in luogo asciutto o in un barattolo a chiusura ermetica in cui potrete mettere bustine di silca gel;

Avvertenze e attenzioni

Com’è ovvio, ripetiamo che non ci è qui possibile descrivere le mille resine, erbe e corrispondenze, però cogliamo l’occasione per segnalare alcune precauzioni importanti, molte delle quali provate sulla propria pelle e, per fortuna, senza conseguenze irrimediabili:

    • Erbe delle Streghe: come quasi tutti i fumi di alcune erbe velenose sono tossici o allucinogeni essi stessi, quindi, anche senza citare varietà esotiche e rare, segnaliamo che le cosiddette Erbe delle Streghe (Belladonna, Giusquiamo, Stramonio, Mandragora) sono da utilizzare con grande attenzione (in particolare attenzione ai fumi del giusquiamo, specie dei suoi semi!);
    • Solanacee in genere: Se avete allergie per le solanacee (pomodori etc.) ricordate che sono solanacee anche le summenzionate erbe delle streghe e che, la solanina, agisce benissimo anche come fumo (il calore di un carboncino non la deteriora).
    • Altre piante velenose: Stessa cosa vale per la cicuta, l’aconito e l’apparentemente innocuo elleboro (specie la radice di Elleboro Nero);
    • Canfora&Mentolo: possono essere particolarmente irritanti per gli occhi, fate attenzione;
    • Zolfo: forse a causa dell’odore sgradevolissimo, lo zolfo era anticamente usato come ‘incenso’ di purificazione drastica -MOLTO DRASTICA!- (per le situazioni usuali è un po’ come usare una bomba atomica per uccidere un formicaio). Non ponetelo direttamente sul carboncino, usate un pezzo di carta stagnola… perché a circa 115°C fonde, ma a 120°C s’incendia spontaneamente. Se lo utilizzate, assicuratevi che la stanza sia molto ben areata ed evitate di bruciarlo in luoghi con aria particolarmente umida (es. cantine). I vapori di zolfo si legano all’acqua presente nell’aria creando acido solforico e, più pericoloso ancora, acido solfidrico che ad una concentrazione di 320–530 ppm causa edema polmonarecon elevato rischio di morte (1 molecola di H2S tra 999.999 altre molecole = 1 ppm);
    • Mercurio & derivati (vedi cinabro): Davvero dobbiamo spiegarlo? (P.S. non tentate di miscelare mercurio e zolfo fuso come scritto in alcuni grimori, sappiate che non otterrete né il cinabro né l’etiope a meno di non considerare le proporzioni molari e conoscere l’esatto procedimento… dunque, più semplicemente: vi avvelenerete);

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