Donne, uomini, ricette e alchimie

(di Luca Ariesignis Siliprandi)

Leggendo una conversazione -piuttosto animata- su Facebook riguardante la predominanza della donna nella Wicca”, ho avvertito la necessità di dire la mia, come uomo e come uno fra i pochi sacerdoti Wicca in Italia… perlomeno, in rapporto al numero di sacerdotesse. Questa significativa differenza statistica merita forse una qualche parola su cui riflettere assieme; però, per poterlo fare con senso, credo sia innanzitutto necessario lavorare sulle parole perché, davvero credetemi, è con le parole che si fa la cosiddetta Alta Magia.

Iniziamo con il termine utilizzato nella conversazione di cui sopra, ‘pre-dominanza’, ecco, non avvertite quell’odore di sbagliato? Quell’aroma di sopraffazione, che in un modo o nell’altro grava sui rapporti fra i sessi, fra gli orientamenti etc.? Qualsiasi sia la direzione di una “dominanza”, uomo sulla donna o viceversa, è cosa iniqua che non da merito né valore alle differenze e alla ricchezza che queste apportano. Quindi, facciamo alta magia assieme e, per iniziare, cambiamolo, con la parola ‘preponderanza’. Ne parleremo più estesamente per tutto il resto dell’articolo ora, però, portate pazienza se sembrerà io la prenda larga.

Ritengo che questa introduzione sia necessaria perché, prima di ragionare su l’argomento (predominanza)=preponderanza della donna nella Wicca”, visto che in ambito tradizionale si parla spesso di equilibrio fra le polarità (femminile e maschile), credo vada fatta un’altra magia ragionando sulla parola ‘equilibrio’.

L’equilibrio è movimento, è tensione

Contrariamente a quanto di solito ci si figura mentalmente, l’equilibrio non è un mare in bonaccia. L’equilibrio è una attività, non una meta, è un tiro alla fune fra forze opposte che, di pari intensità, fanno muovere da una parte all’altra il fiocchetto nel mezzo della corda.

Ora, invece, immaginatevi la musica di un circo, una fune sospesa, su cui sta e cammina l’equilibrista… muovendo costantemente l’asta bilanciere, piccoli e costanti aggiustamenti, ora di qua, ora di là e, sopratutto, non si ferma… cammina: se si arrestasse, molto probabilmente cadrebbe. L’equilibrio è pure tensione, appunto come di un tiro alla fune, ma anche in quel modo tutto particolare che fa da mood ad un corteggiamento, ad un cercarsi: quell’alternarsi di fuga e caccia, scappare e rincorrere.

Questo è ‘l’equilibrio’ che anima, che spinge e porta avanti i rapporti di coppia -quelli belli- così come alimenta (in modi ovviamente differenti) la magia nel cerchio nel lavoro di polarità portato dall’Alta Sacerdotessa e Sacerdote.

Le metafore del tiro alla fune e dell’equilibrista aiutano ma hanno un limite: parlano di forze opposte, sì, ma comunque dello stesso genere, della stessa natura. Invece, fuori dalle semplificazioni, nei rapporti fra maschile e femminile, non sono coinvolte solo forze complementari e speculari, ma anche e soprattutto elementi di natura intrinsecamente differenti… un po’ come paragonare il calore all’elettricità o il movimento alla luce. Certo, l’una può trasformarsi nell’altra, ma non si tratta sempre e solo di coppie ‘di opposti’. Le differenze non sono sempre così naif, così didascaliche.

Anche se è molto comodo per tutti ragionare per contrapposti valori e qualità (forma-sostanza, razionale-emotivo, maschile-femminile etc.) così non è nella pratica, né potrebbe esserlo, insomma: la realtà stupisce sempre per la complessità debordante con cui eccede ogni semplificazione.

Un’alchimia di dosi e proporzioni

La questione è quindi assai più simile ad un’alchimia, ad una ricetta dove un pizzico di peperoncino non ha un qualche ingrediente opposto che ne annulli la piccantezza ‘per opposto’, non v’è un ingrediente complementare alla verdura o all’uovo. L’equilibrio è nelle dosi che andranno a costruire l’armonia del piatto e, a seconda della pietanza, tale proporzionata sinfonia, non necessariamente si traduce in pari quantità di ciascun ingrediente. Così è nella Wicca. Se si capisce questo, non ci si stupirà allora che sia ‘preponderante’ la presenza del femminile così come ci pare assolutamente naturale che in un risotto ci sia quantitativamente più riso che l’insieme di condimenti, aromi e spezie.

In una Religione che insiste sull’immanenza e sulla presenza del divino nella materia, come potrebbe non essere centrale e preponderante l’aspetto del femminile? Allo stesso tempo, restando all’esempio culinario, come prescindere dal maschile e dalla sua incessante attività di ‘connotazione’ di ‘dare forma caratterizzando”, di ‘definizione’ esattamente come farebbe un condimento? Lo so, l’esempio è quello che è, peraltro, rischia di essere fuorviante, prendetelo come un tentativo di rendere più agevoli argomenti che io stesso fatico ad esprimere in modo articolato.

E allora, perché nella Wicca italiana sono presenti così pochi uomini (e ancor meno sacerdoti di alto grado)?

Qualche ipotesi di ordine sociologico e culturale la ho, me la sono costruita nel tempo guardando il modo di approcciarsi che mediamente ha l’uomo quando ha a che fare con un ambiente caratterizzato da una forte presenza femminile. Vi descrivo lo stereotipo, esagerando un poco delle dinamiche che ho visto tante volte: in primis sopravviene un senso di spaesamento, l’uomo italico non è abituato a non essere al centro dell’attenzione se non in un consesso esclusivamente maschile (dove vigono più o meno taciti rapporti gerarchici), superato lo shock , sopravviene quindi l’azione più classicamente egoica e narcisitica del “mi pavoneggio”… esattamente come in natura, si mostrano le piume colorate, o un palco di corna più possente; segue dunque il tentativo di primeggiare e prendere il potere. Quando questo accade, in quasi ogni congrega l’uomo è messo alla porta, nemmeno troppo educatamente o gli viene spiegato ben benino come gira il mondo. In pochi sono disposti ad imparare ‘da una donna’ (ma che, scherziamo?) o da un gruppo femminile… e quindi diventano ‘Maestri di se stessi’, grandi sacerdoti di ‘sta fuffa, tutti presi ed indaffarati nel crearsi una corte più o meno adorante di accoliti (possibilmente di sesso femminile) che compensino la sua “italica virilità”. Questo, purtroppo, è quello che ho visto decine di volte.

Eppure, se si lasciassero da parte i tanti stereotipi, non sarebbe così difficile capire quanto ho raccontato sopra in ordine all’equilibrio e all’alchimia delle dosi. Si badi: questo è vero anche per le donne che, in alcuni casi, per lecitissima reazione ad una cultura patriarcale, passano il segno ignorando o negando l’importanza dell’altra metà della ricetta.

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(Northern Spirits Coven, Toledo – Credit Toledo’s Blade)

La Wicca è una ricetta speziata

Probabilmente, senza Gerald Gardner o Alex Sanders, molti di noi nemmeno penserebbero alla stregoneria o al neo-paganesimo. Allo stesso tempo, senza una Doreen Valiente a cui dobbiamo uno dei rituali centrali della Wicca come l’Incarico della Dea o senza una Janet Farrar che per prima ha dato una narrazione rituale di respiro annuale ai Sabba minori e maggiori, oggi saremmo a zonzo a tracciare sigilli di magia salomonica. Nella sua storia, la Wicca si è costruita per quel che è oggi grazie a uomini e donne che hanno collaborato alla sua crescita ed evoluzione in parti uguali e, questo, è stato possibile proprio per quella forte vena femminista che ha impedito ai capetti di turno di ridurla ad una serie di harem o di combriccole dove, come al solito, una leadership maschile avrebbe prima o poi marginalizzato il potente contributo delle donne, relegandolo ad un ruolo di secondo piano come già accaduto per il resto della società occidentale negli ultimi millenni.

Ed è questa, la parità che rende così speziata e ‘hot’ la Wicca: una religione che non solo vuole uguaglianza fra i sessi (liberando anzitutto il femminile tenuto nel silenzio per così tanto tempo), ma tende inoltre all’idea che ciascuna parte possa essere strumento per esaltare e portare al massimo la bellezza delle differenze e caratteristiche uniche che l’una e l’altra hanno. Essere uomini nella Wicca significa aver superato la ricerca stereotipata della donna che ti fa da mamma, o il cucciolotto indifeso o la proprietà sessuale. Significa correre assieme da pari, fra pari, ed ululare alla luna con sorelle e fratelli sapendo che ciascuno è portatore delle sue unicissime doti, talenti e sensibilità. Ognuno è un ingrediente fondamentale per la riuscita del piatto e questa, con poche eccezioni, è la visione più comune all’interno della Wicca tradizionale e, senz’altro, della nostra Congrega.