Fine autunno… in questo rimasuglio di stagione in cui la luce è sempre più breve  e il buio avvolge tutto in un abbraccio stretto, sento il richiamo dei simboli che parlano senza voce, che hanno attraversato i secoli e la storia dell’uomo e ci trovano ancora qui, prontə ad ascoltare. Simboli che non si limitano a farsi vedere… ma ci parlano e ci attraversano come un fiume, riportando a galla memorie che la mente ha dimenticato, ma l’anima no. I Simboli hanno questa capacità: parlare un linguaggio universale, comprensibile a tutti… E in questo stesso periodo ritorna Natale, il Solstizio d’inverno, I Fuochi, Yule, Hanukkah, Alban Arthuan e chissà quanti altri ancora che, in questo momento, non mi sovvengono…  un nome diverso per una festa antichissima e comune al tutto il genere umano. Una festa per celebrare il ritorno della Luce. Ogni volta che le luci si accendono nelle strade e il mondo si veste d’oro e rosso, mi domando: quanto dell’antico simbolismo vive ancora sotto l’abito moderno?

Più di quanto sembri. La verità è che, anche se non ce ne accorgiamo, rimane quasi tutto. Soltanto nascosto, camuffato, a volte dimenticato. Ma vivo.

Il rosso: il fuoco che non muore. Il rosso che trabocca ovunque — nastri, decorazioni, tessuti, luci — non nasce soltanto dalla modernità o dalla Coca Cola. È il colore del sangue e della vita, ma anche del fuoco rituale. È la scintilla nel cuore dell’inverno, l’ardore che protegge dal gelo. Nell’antichità era il colore della vitalità che resiste, del Sole che, pur debole, non si spegne. È la memoria della forza, del calore, dell’amore che tiene acceso il mondo quando la notte sembra eterna.

Il verde: la vita che attraversa il buio. Il verde dei rami di abete, dell’agrifoglio, del vischio… è un sussurro antico. Sono piante che non perdono mai il loro colore, neppure nel cuore più cupo dell’inverno. Per i nostri antenati erano un talismano vivente: la prova che la vita non si arrende, che la Terra continua a danzare anche nel silenzio. Appendere rami sempreverdi significava dire: la vita scorre ancora. E noi scorriamo con lei.

L’oro: la promessa della luce. L’oro è il colore del Sole rinascente. Non dell’astro che brucia alto nel cielo, ma del primo raggio che torna dopo la notte più lunga. È il simbolo del sacro splendore: della divinità che illumina, della saggezza, dell’abbondanza spirituale. Le luci dorate che brillano sul nostro albero non sono solo decorazioni: sono piccole epifanie di quel Sole bambino che ogni anno, silenzioso e tenace, rinasce dentro l’oscurità.

Il Sole invictus: il Sole che non viene mai vinto. Nel cuore del Natale pulsa ancora il simbolo del Sol Invictus, il Sole Invitto dei Romani. Il 25 dicembre celebravano la vittoria della luce sul buio, la rinascita dell’astro che ricominciava lentamente a salire nel cielo. È un archetipo potentissimo: quello della luce che ritorna, della vita che ricomincia, del ciclo che non si interrompe mai. Oggi lo abbiamo vestito di altri nomi e altri racconti, ma l’essenza è la stessa: il miracolo della rinascita nel momento della massima oscurità.

L’albero: un axis mundi travestito da festa. L’albero in casa, luccicante come una costellazione domestica, è un’antica colonna del mondo. È l’albero cosmico, l’asse che univa il cielo, la terra e gli inferi. Portarlo dentro le nostre case è un richiamo alla verticalità dell’anima, a quel legame sottile tra il terreno e il sacro. Il dono: Lo scambio dei doni, oggi così carico di ansie e carta colorata, ha radici molto più profonde. Era un modo per nutrire la vita: offrire qualcosa al mondo, agli antenati, agli spiriti della natura, al fuoco, al Sole nascente. Era un gesto rituale che diceva: io partecipo al miracolo del ritorno della luce. Il mondo moderno ha smesso di raccontare queste storie ad alta voce. Si è rivestito di tradizioni nuove, di consuetudini familiari, di consumi e abitudini. Eppure… se ci fermiamo anche un solo momento — nel silenzio di una notte d’inverno, nel tremolio di una candela — tutto torna udibile. Sotto il rumore del mondo e dei jingle natalizi (a proposito, come ve la state cavando con il Whamageddon?) c’è ancora il canto originario: la vita che non muore, la luce che ritorna, l’amore che scalda anche il gelo.

Il Solstizio d’inverno è proprio questo: un antico rito mascherato da festa moderna, il natale, un respiro di luce nel punto più profondo del buio, un invito gentile a ricordare che ogni inverno custodisce una promessa.

E che quella promessa, come il Sole Invictus, non viene mai vinta. 

Ad Majora!

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *