Nel cuore di un inverno che pareva non voler mai sciogliere i suoi nodi, quando il freddo si faceva così affilato da sembrare un coltello che cercava di scuoiare la terra, accadeva qualcosa di invisibile.

Era un tempo sospeso, una soglia che chiamavamo con nomi antichi, quando il mondo sembrava morto e invece ribolliva nel segreto del suo ventre. Era l’istante in cui la Natura, stanca di portare il peso dei secoli sulle spalle come un’anziana ricurva, decideva di gettare via la pelle vecchia per farsi di nuovo bambina.

Tutto cominciava con un silenzio che faceva male alle orecchie. Procedevamo a passo di danza, agitando torce che sembravano piccole unghie di luce nel buio immenso del cosmo.

In quel cerchio, che era insieme protezione e prigione, invocavamo il Dio, quel Signore della Morte che possiede le chiavi della vita. Lo supplicavamo di scuotere la Terra dal suo sopore letargico, perché senza il suo tocco l’orzo restava un seme secco e il popolo smetteva di generare, come se il sangue si fosse mutato in ghiaccio.

Poi appariva lei, Brigid, avvolta in un velo bianco che splendeva di una purezza accecante, quasi violenta. Lei era la Regina del Cigno Bianco, colei che risaliva dalle caverne di cristallo del Signore Oscuro dopo aver partorito il Sole. Non era solo una donna; era la speranza che vince la decomposizione. Portava tre fuochi che erano tre maledizioni benedette:

– la fiamma dell’ispirazione, che brucia il cervello dell’artista come una febbre maligna;

– il fuoco della purificazione, una prova attraverso cui ogni anima deve passare per non restare scoria;

– la guarigione, l’unico unguento capace di suturare le ferite del mondo.

Perché la nuova luce potesse attecchire, dovevamo essere spietati con il nostro passato. Prendevamo piccoli fantocci di paglia, carichi dei nostri rimpianti e delle nostre negatività, e li gettavamo nel calderone. Vedere quella paglia incenerirsi era come assistere alla fine del mondo e, simultaneamente, alla sua creazione. Le ceneri non erano sporcizia, ma il concime sacro per i sogni che sarebbero fioriti a primavera. Era una distruzione necessaria: la vecchia divinità dell’autunno doveva morire per lasciare il trono alla Fanciulla del Grano.

   In quella notte le candele venivano benedette e accese una dall’altra, creando una catena di immortalità che sfidava l’oscurità delle lande desolate. Ogni fiamma era un pezzetto di sole strappato all’abisso.  

Ci prendevamo per mano, sentendo il calore della cera e del sangue fondersi in un’unica visione: la Dea aveva bevuto alla fonte della giovinezza e, nel momento in cui i nostri occhi si riaprivano, l’inverno era diventato un ricordo sbiadito, un mostro sconfitto dal sorriso di una ragazza vestita di bianco.

KÒSMIOS ELAI

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