Invocazioni primaverili, alcuni spunti…

Scrivere preghiere ed invocazioni è spesso frutto dell’ispirazione del momento ma, non di rado, possiamo trovare molti spunti in ciò che è rimasto dell’antichità. Proponiamo  alcune fonti antiche che pensiamo possano essere di stimolo in questo passaggio di stagione.

Alle Stagioni – Inno Orfico

“Stagioni, figlie di Temi e di Zeus sovra-no, Legalità, Giustizia e Pace molto felice, primaverili, siete nei prati, ricche di fiori, sante, di ogni colore, molto profumate nelle brezze fiorite, Stagioni sempre verdi, che vi muovete in cerchio, d’aspetto soave, vestite di pepli rugiadosi di tanti fiori che crescono, compagne dei giochi di Persefone, quando le Moire e le Grazie la fanno risalire alla luce con danze circolari compiacendo Zeus e la madre datrice di frutti: venite alle pie sacre cerimonie tra i nuovi iniziati portando generosamente nascite feconde di frutti di stagione”

Alla Dea Terra – Inno Orfico

“Dea Terra, madre dei beati e degli uomini mortali, che tutto nutri, tutto doni,
che porti a maturazione, tutto distruggi, che favorisci la vegetazione, porti frutti, ricca di belle stagioni, sostegno del cosmo immortale, fanciulla variopinta,
che con le doglie del parto partorisci il frutto di molte specie,
demone che ti allieti delle erbe profumate ricche di fiori,
che ti rallegri della pioggia; intorno a te il cosmo elaborato degli astri si volge per natura eterna e terribili correnti.
Ma, dea beata, fa crescere frutti che danno molta gioia con cuore
benevolo nelle stagioni felici”

Alle Ninfe – Inno Orfico

“Ninfe, figlie di Oceano dal grande cuore,
che avete le case sotto i recessi della terra posati sull’acqua,
correte nascoste, nutrici di Bacco, ctonie, date grande gioia, nutrite frutti, siete nei prati, correte sinuosamente, sante, vi rallegrate degli antri, gioite delle grotte,
vaganti nell’aria, siete nelle sorgenti, veloci, vestite di rugiada,
dall’orma leggera, visibili, invisibili, ricche di fiori, siete nelle valli, con Pan saltate sui monti, gridate evoé, scorrete dalle rocce, melodiose, ronzanti,
errate sulle montagne, fanciulle agresti,
delle sorgenti e che vivete nei boschi, vergini odorose, vestite di bianco, profumate alle brezze, porteggete i capri e i pastori, care alle selve,
dagli splendidi frutti, che vi rallegrate delle sorgenti, delicate,
che molto nutrite e favorite la crescita, fanciulle Amadriadi, amanti del gioco,
dagli umidi sentieri, di Nisa, invasate, guaritrici,vi allietate della primavera,
con Bacco e Deo portate grazia ai mortali: venite con animo lieto ai santi sacrifici versando corrente salubre nelle stagioni che accrescono il nutrimento”

A Diana  – (Apuleio, Metamorfosi)

“Tu (Diana) sorella di Febo, che, alleviando con le tue cure il parto alle donne incinte, hai fatto nascere tanti popoli, tu (Luna) che con la tua femminile luce rischiari ovunque le mura delle città e col tuo rugiadoso splendore alimenti la rigogliosa semente e con le tue solitarie peregrinazioni spandi il tuo incerto chiarore con qualsiasi nome, con qualsiasi rito, sotto qualunque aspetto è lecito invocarti concedimi il tuo aiuto, rinsalda la mia fortuna”

Pervigilium Veneris (attribuzione incerta, Florio -?-)

“Ami domani chi non amò mai: domani ami chi amò.
Ami domani chi non amò mai: domani ami chi amò. Ecco la nuova primavera, la primavera dei canti; di primavera è nato il mondo, di primavera concordano gli amori, di primavera sposano gli uccelli e la foresta spiega la sua chioma dalle piogge fecondatrici. Domani la congiungitrice degli amori tra le ombre degli alberi
intreccia verdi capanne con ramoscelli di mirto. Domani detta Dione le sue leggi dall’altissimo trono. Ami do-mani chi non amò mai. Domani ami chi amò.
Essa di floride gemme dipinge la purpurea stagione, essa i boccioli che gonfiano al soffio di Zefiro sospinge nelle loro corolle: essa della lucente rugiada che l’aura notturna depone, diffonde le umili stille. Ecco splendono le lacrime tremanti tratte giù dal loro peso: la goccia che sta per cadere pende inerte nel suo piccolo globo. Ecco le fiorenti porpore hanno già svelato il pudore. Quell’umore che gli astri stillano nelle notti serene doma-ni tutte si sposino le vergini rose. Fatta del sangue di Venere Ciprigna e di baci d’Amore e di gemme e di fiamme e della porpora del sole, domani il rossore, che si nascondeva sotto l’ignea veste, la rosa non si vergognerà di sciogliere dall’unico boccio. Ami domani chi non amò mai: domani ami chi amò.
La voluttà feconda i campi; i campi sentono Venere. Lo stesso Amore, figlio di Dione, si dice nato in campagna. Mentre la terra rifioriva, essa lo accolse al suo seno, essa lo educò coi delicati baci dei fiori. Ami domani chi non amò mai: domani ami chi amò.
La stessa dea ordinò alle Ninfe di recarsi nel bosco di mirti; Cupido, suo figlio, accompagna le fanciulle; tuttavia non si può dire che Amore stia in riposo visto che porta con sé le frecce. Andate, o Ninfe. Ecco che Amore ha deposto le frecce, è in riposo; gli è sta-to ingiunto di venire con voi disarmato, gli è stato ingiunto di venire nudo affinché non posa nuocere a nessuno con l’arco e con le frecce o con la fiaccola. Tuttavia, o Ninfe, state attente perché Cupido è bello: egli è tutto in armi anche quando di esse è spoglio.
Ami domani chi non amò mai: domani ami chi amò.
Ecco già sotto le finestre i tori stendono i loro fianchi, sicuro ognuno del nodo coniugale ond’è avvinto. Sotto l’ombra coi mariti ecco i greggi belanti delle pecore: e pure gli uccelli
canori non volle la dea che tacessero. Già i garruli cigni riempiono gli stagni del loro rauco strido, all’ombra del pioppo echeggia il canto della fanciulla di Tereo, sì che tu credi che sensi d’amore ella esprime con la gola armoniosa anziché lamentare la sorella per il barbaro marito. Lei canta e io taccio.
Quando viene la mia primavera? Quando sarò come la rondine finirò di tacere? Ho perduto tacendo il mio canto, e Febo non mi considera più. Il silenzio perdette così la tacita Amicle. Ami domani chi non amò mai: domani ami chi amò.
CRAS AMET QUI NUMQUAM AMAVIT: QUIQUE AMAVIT CRAS AMET”