Una sottile differenza

(di Luca Ariesignis Siliprandi)

Amo l’ironia e, ancora di più, l’auto-ironia, doti che trovo assolutamente salutari nel nostro ambiente dove si vede girare veramente di tutto e di più, arrivando a toccare a volte vette sublimi di scemenza. Dal Reiki dei delfini di Atlantide fino al rito sciamanico delle rune celtiche vibrazionali, passando per il campo quantico della Dèa voodoo norrena, farsi una risata è spesso il metodo migliore per non inacidirsi o sbroccare completamente (e definitivamente).

Ben venga quindi l’ironia, perché si deve sapere e potere ridere un po’ di tutto, ed è questa un’azione magica potentissima: dico sul serio. Si tratta di una capacità psichica innata nell’uomo, in grado di relativizzare e demistificare, di rimettere in discussione dogmi e consuetudini. L’irriverenza, per di più, va braccetto con quel tanto di anarchismo che può spronare ed accompagna la nostra curiosità spingendoci a trovare nuove strade e percorsi. Insomma, l’ironia è una gran bella cosa.

L’ironia è in grado di relativizzare e demistificare, mettendo in discussione dogmi e consuetudini

O, almeno, così è fintanto che non si trasformi in strumento di scherno fine a se stesso che ha, all’opposto, il solo scopo di salvaguardare le nostre credenze e idee preconcette evitandoci di rimettere in discussione i paletti che costituiscono le nostre certezze ed i confini della nostra comfort-zone. L’ironia, a quel punto, è sempre eterodiretta e rivolta all’esterno, mai a se (auto-ironia? giammai!) divenendo così derisione di tutto ciò con cui non vogliamo confrontarci e strumento per tracciare definizioni -spesso di comodo- fra ciò che si ritiene di essere o di aver raggiunto ed un mondo esterno, fatto di “povere creaturine del signore” (cit.), tutto sommato un po’ idiote o comunque senz’altro assai indietro rispetto al proprio percorso spirituale che, invece, è ovviamente anni luce avanti. E’ una cosa che, piaccia o meno, in realtà facciamo un poco tutti nemmeno troppo consapevolmente, ma che è più frequente in alcuni fasi iniziali del proprio percorso quando credi di essere oltre le “stupidate” (perché magari hai letto qualche libro e fai cose da un paio di annetti) e non hai ancora compreso che, nella semplicità di alcune di queste, stanno significati complessissimi ed esperienze personali che ancora nemmeno sogni. Diamo tempo al tempo, questa è cosa fisiologica e non c’è nulla di male, almeno agli inizi.

Inizia invece ad essere qualcosa di male quando, questo sottile (a volte non troppo) senso di superiorità, diviene forma mentis e finisce con il marcare l’altrettanto sottile differenza fra l’essere ironici e l’essere stronzi.

Perché sì, alle volte, quando salta fuori il nuovo arrivo che ci metti 20 secondi massimo per capire che non sa nulla di nulla eppure se la canta e se la suona propinando consigli (spesso assolutamente sbagliati) a destra e manca, proprio ti cava fuori dall’anima quella parte assassina che vorrebbe bere il suo sangue e la battuta ti sfugge inevitabile: anche questo è fisiologico e in molti casi è necessario al mantenimento di una buona e corretta informazione all’interno della propria comunità di riferimento, ma si dovrebbe sempre tenere a mente, nei limiti del sensato e del possibile, che se davvero sei così tanto avanti, forse sarebbe meglio dare un aiuto in altro modo piuttosto che deridere. Sì, alle volte c’è chi proprio il tuo aiuto non lo vuole e, anzi, è talmente pieno/a di se da sentire ogni offerta in tal senso una offesa di lesa maestà; eppure, in alcuni casi, sarebbe bastato avere un atteggiamento differente per ottenere risultati positivi. Sono il primo della lista fra quelli che, al riguardo, spesso sbaglia. Mea culpa. Quello che però trovo inaccettabile è quando, come dicevo poco fa, questo errore non lo si commette per umana debolezza quanto, piuttosto, per strutturale incapacità di empatia e, sopratutto, per una naturale avversione all’inclusività, quando ci si erge a giudici assoluti senza alcun tentennamento o dubbio di fallibilità. Quando ci si auto-investe del ruolo elitario di difensore del sacro fuoco della verità spirituale, sappiate che avete un problema e, per di più, questo problema lo create anche fuori da voi.

Le Verità Spirituali non hanno bisogno di alcun difensore, si difendono da sé

I Regni dello Spirito fanno benissimo a meno di voi (e di me), mettetevi il cuore in pace. Ogni verità che sia tale, si tutela da sé medesima per sua stessa Natura e, anzi, è in grado di proporsi all’uomo nel suo squisito splendore proprio perché non mediata e non mediabile: in modo autonomo e sempre nuovo, sempre rivolta in modo intimo ed unico all’individuo che la sta sperimentando.

Le uniche realtà spirituali che hanno in parte necessità di una tutela sono le istituzioni umane che di quelle trattano perché, ogni cosa umana, non può che essere almeno in parte limitata e quindi sottoposta alla dura legge della necessità di una definizione. Così, quando parliamo di una religione o di una tradizione, il solo parlarne ci rende necessario stabilire una definizione che ci consenta di creare uno spazio comunicativo efficiente ed efficace. E’ una nostra necessità cognitiva prima ancora che linguistica, non si scappa. Un induista è tale perché A-B-C-D…X, così per ogni religione o istituzione: una definizione è necessaria ed è naturale che la comunità che vi appartenga lavori per salvaguardarne i confini (che, com’è ormai dimostrato ampiamente, sono pure mutevoli e inevitabilmente sottoposti a tutti i limiti dei processi di secolarizzazione). Ognuno lo fa a suo modo, alle volte non si è completamente d’accordo nemmeno in seno alla medesima comunità, ma si fa sempre e comunque del proprio meglio. Magari parlerò di questo in un altro articolo, perché credo sia materia molto interessante… che è tuttavia estranea e ci porta troppo oltre a quanto volevo fare qui. Non voglio allontanarmi troppo dal seminato e dall’argomento principe di questo articolo, e tornerò quindi al suo tema centrale: l’ironia e la sottile differenza fra questa e l’essere stronzi che, qui, fa anche rima con ottusi.

Dico “ottusi” perché, tornando a quanto dicevo all’inizio, si finisce per piegare proprio lo strumento che meglio ci consentirebbe di aprirci verso nuove strade al divenire invece sgherro al servizio delle nostre credenze consolidate.

L’ironia trasformata in serva del mantenimento dello status quo, è il sorriso che abbonda sulla faccia degli sciocchi

Così come la comicità serva del potere, quella che da sempre ha lusingato corti, regni e governi, così la satira, quella vera, è sempre strumento sovversivo, dirompente, di rottura degli schemi. Una rottura che, se accompagnata da una sana dose di onestà intellettuale, è sempre salutare, liberatoria.

Similmente, noi che vogliamo essere liberati qui ed ora godendo della luce del vero, come potremmo non amarne il suo uso più bello, quasi rivoluzionario? Allora dobbiamo ricordarci che le rivoluzioni, per funzionare, devono iniziare a casa propria… che farle a casa d’altri è facile. Devono partire da se stessi, altrimenti moriranno nella piazza, represse, vinte dal potente di turno, dall’idea cristallizzata nell’abitudine. Essere streghe è anche questo.

Un strega sa essere rivoluzionaria anche attraverso l’ironia, conoscendo la sottile differenza che la separa dall’essere stronzi e, in ultima analisi, dall’essere inconsapevoli servi. Prendersi troppo sul serio, credetemi, non ha mai fatto bene a nessuno e noi, noi che siamo in cammino, dovremmo portare questa consapevolezza tenendocela cara ma non lesinando di spargerla copiosamente, anche solo sorridendo. Che il cosmo, sappiatelo, è una grande, grandissima risata.