“Mio è il rovo spinoso che cinge il bosco, che frena il piede degli uomini al suo ingresso; Mio è il rovo spinoso che riconquista il campo, che sconfigge la mano degli uomini addomesticatori di terra; Mio è il rovo e la serpe che vi si nasconde protetta dalle sue spine, così come dal palmo della mia mano; Mia la serpe che saetta, mia la tana del topo, mia l’edera sempre verde e la liana che stringe, mio il becco del picchio che proclama i confini del Regno.
Mio è il rovo spinoso che cinge il bosco, che con frutti neri invita la mano degli uomini presso la serpe; Mio è il rovo spinoso che frena il cacciatore, che ferisce la mano degli uomini portatori di lama, profanatrice delle mie fronde; Mio è il rovo e il sangue preso a tributo del passaggio, così come calice offerto alle mie labbra; Mia la cupola verde che nasconde, mia la radice, mio il fusto e la chioma, mio il fruscio imprevisto che induce alla fuga e al grido strozzato.
Mio è il rovo spinoso che cinge il bosco, che protegge gli oppressi ed il piede degli uomini in fuga; Mio il rovo spinoso che frena l’inseguitore, che confonde le tracce al cacciatore obbligandolo al sentiero; Mio è il rovo e la corsa a perdifiato, così come il mio respiro è libertà e gemma di fuoco invisibile; Mio il cervo, mio il cinghiale, mio il lupo, mia la volpe, mie la donnola e la faina, che banchettano delle coltivazioni ed eludono l’arroganza degli uomini costruttori di gabbie.
Di tutto ciò io sono il Signore, compagno di ogni Dèa dal piede veloce e dal bacino sciolto da lacci; Amico delle fonti e sorgenti, protettore dei reietti, dei briganti, della fuga, di chi si nasconde, di chi si difende; Di tutto ciò io sono il Signore, del confine opposto, del giudizio sospeso, e il mio bastone infrange le regole degli uomini portatori di vesti; Mia è la libertà conquistata, mio il gioco di caccia fra gli amanti che si uniscono tergo, mio lo sputo e la sfida agli uomini addomesticatori.
Perché io sono la salvezza del ballo sfrenato, della risata sguaiata, del dileggio, del sesso esposto e gridato; Perché mie sono le corna del capro che non si piega, del cervo che lotta, mia è la collana di denti bianchi e aguzzi e nella mia mano reggo il bracciale aperto che ai suoi cancelli accoglie il polso delle donne e degli uomini liberi; Perché nella mia verga è il baculum con cui dispenso benedizioni ed i miei occhi sono il fremito del bosco;
Di tutto ciò io sono il Signore, ed accolgo nel mio regno chi al mio regno appartiene.”
Ecco, sui passaggi in grigio chiaro ho il sospetto ci possano essere miei significativi contributi più o meno consci. Chissà di quanti altri non ho coscienza, ma solitamente sono piuttosto “pulito”, quindi, date le precauzioni di cui sopra, chi è questo Signore del Rovo? Non lo so, lo ammetto, ma credo abbia a che fare con un aspetto di Fauno.Chi è questo Signore del Rovo? (spoiler: temo non lo sapremo mai con certezza, sono ipotesi)
Ad alcune divinità davvero non piace stare ferme e, men che meno, essere bloccate in una qualche posizione o definizione: non appena provate a metterle su un trono o sotto una corona sperando di averle un poco quietate, queste se ne scappano con uno sberleffo (nel migliore dei casi). Pur restando fedeli a se stesse, rivelano aspetti sempre nuovi o differenti a seconda del tempo, dello spazio e dei popoli che a loro si sono avvicinati. Allo stesso modo, ogni nome datogli dalle diverse culture attraverso i secoli e i millenni, se lo scrollano di dosso senza troppi complimenti chiedendo, ogni volta, un nuovo sforzo nel comprenderne la natura e il significato profondo. Poco importa a Loro che li chiamiate con un nome piuttosto che un altro, risponderanno, magari con tono e aspetto diverso, ma sempre portandosi appresso tutto quel bagaglio e quella ricchezza di sfumature che sfugge ad una qualsivoglia limitazione. Capita, allora, che l’occhio accorto scorga la medesima forza celata dietro nomi differenti e, al contempo, come ogni nome sia un indizio per meglio comprenderne la complessità; anche per questo, pensare di incontrarle e ri-conoscerle con il nome X dato dal popolo Y nell’epoca Z, è limite di cui alle volte si fanno bellamente beffa nei modi più disparati… come ad esempio, per fare una similitudine con episodi attualissimi, essere in giacca e cravatta restando in mutande durante una video-call. Così è Fauno e vedremo come, questo, sia solo uno dei suoi tanti nomi possibili. Studio e “lavoro” con questa divinità da ormai oltre un ventennio, eppure, posso confessarvi candidamente che tante cose mi restano ancora oscure. Questo, se pure questo può avere a che fare con limiti miei, credo si debba anche in parte ad uno dei suoi tratti salienti: ama celarsi nel bosco. Il bosco, qui, è anche quello delle nostre profondità, quelle nascoste: a volte inconfessabili, a volte semplicemente così vicine agli istinti primari da essere confuse con semplici moti del corpo e dei suoi umori. D’altra parte, non potrebbe essere diversamente: la notte e il buio gli sono particolarmente congeniali. Detto questo, anche se trattasi di Divinità sfuggente per sua stessa natura nonché assolutamente refrattaria all’essere definita, tenteremo di disegnarne un quadro consapevoli che, per intuirne almeno qualche tratto, le sequenze lineari del pensiero razionale valgono come masticare una matita mentre si tenta di risolvere un’equazione.Fauno prima della Storia
Vi chiedo un esercizio d’immaginazione: pensatevi proiettati in un tempo remoto, oltre diecimila anni fa. Attorno a voi il paesaggio è quello di una laurisilva, un tipo di vegetazione che potete vedere ancora in alcuni luoghi -veri fossili viventi- come la foresta di Anaga a Tenerife. In un piccolo spazio libero da alberi, arde qualche fuoco e voi attorno. Tutto ciò che di buono avete arriva dal bosco, così come tutto ciò che temete: dall’oscurità agli animali di cui siete cacciatori ma anche, alle volte, prede. Declina il sole all’orizzonte e, nella sera, le ombre si flettono fino a disegnare strane forme. Sentite rumori, ma il vostro occhio non può coglierne l’origine. Ecco, lì, si muove quello che fa da radice a questa divinità. Uno spavento improvviso. Una presenza che sentivate con voi anche durante il giorno vagando fra i tronchi ricurvi della foresta. Il fruscio delle fronde può portare profezie e visioni a chi sa tendere l’orecchio e, nel frusciare delle foglie, le voci degli antenati potevano portare consiglio. D’altronde, tutto era in quella medesima foresta che può nascondervi e proteggervi nella fuga o nella caccia, oppure esservi avversa tendendovi trappole. La vostra vita dipende da spiriti e presenze del bosco, lo sentite come innegabile e, se ciò è, così come nel vostro gruppo vi è chi più o meno esplicitamente decide e comanda, così deve esistere uno “spirito” che ha il medesimo ruolo. La comunità si ingrandisce, il bosco è sempre importantissimo ma, con l’avvento della pastorizia prima e dell’agricoltura poi, avete sempre maggiore necessità di terreni aperti, liberi, a prato. Sono fondamentali, ma ancora sentite il bosco, solo che ora è di là, è oltre un confine che si è tracciato nel momento in cui gli uomini e le donne hanno definito uno spazio, il “loro”. Il Dio diviene quindi conosciuto quale presenza del confine che, da un lato, minaccia con le irruzioni degli animali selvatici, predatori dei greggi come il lupo, o distruttori dei campi come il cinghiale e, dall’altro, ciò essendo sottoposto al suo imperio e giudizio, diviene garante e custode degli spazi umani per così dire ‘addomesticati’. Al riguardo, sospetto -credo a ragion veduta-, che a lui si debba la creazione e la definizione di spazi rituali; su questo però, né io ho le sufficienti competenze archeologico-antropologiche, né posso aggiungere argomenti che non si riducano a sensazioni. Tuttavia, a chi si approcci allo studio di questa divinità, suggerisco di tenerlo presente anche solo a titolo cautelativo, che: la ‘definizione’ è nostra necessità, non Sua. Anzi, non la ama proprio. Noi lo abbiamo messo in quella situazione e, peraltro, faccio notare l’utilizzo che sto facendo dei termini a questo attribuiti in senso maschile: all’origine, molto probabilmente non vi era questa distinzione di genere (sessuale), codesti movimenti iniziali del nostro rapporto con tale ente sono -infatti- comuni anche a forze che, oggi, riconosciamo come eminentemente femminili (divinità italiche quali Feronia o Diana… pensate possano esserne estranee?). Tanto ci sarebbe da dire e discutere sull’antropomorfizzazione e seguente connotazione in termini di maschio/femmina, esula però dal nostro argomento; tuttavia, anche in questo caso, tenetelo a mente se vi interessasse approfondire l’argomento “Fauno”. Questa forza, che richiama e rimanda alle esigenze primeve umane, spogliate dal dato culturale del “noi qui e la natura di là”, si carica anche di tutto quell’armamentario di istinti naturali repressi in molte società fra cui, per primo, l’istinto sessuale e, come istinto, è tale in quanto privato da quelle connotazioni funzionali -appunto ad una società- legate alla riproduzione. Perché a Lui/Lei, poco importa che poi possa seguire un concepimento. A Lui/Lei, non hanno spiegato che l’unione sessuale ha qualcosa a che fare con la figliazione. A Lui/Lei, anche lo spiegaste, non importa veramente nulla di questo: non è un dato immediatamente conosciuto nell’esperienza ‘animale’ e fisica se non come un ‘a posteriori’, cosa di cui non si occupano minimamente. Lui/Lei, agiscono sull’istante, fuori dal prima e dal dopo, fuori dalla storia: fuori da ogni necessità di narrazione umana, eppure ne prendono parte animando larga parte degli abissi inconsci che ci appartengono. Se socchiuderete gli occhi all’ombra di un bosco, ascoltando il vento fra i rami così come il fluire profondo delle vostre emozioni, ecco, ancora potrete sentire loro, Lui/Lei, muoversi fra le radici di ciò che siete.Silvano, Fauno e i suoi tanti volti
Figlio di Picus e padre di Latinus secondo Virgilio, figlio di Mars secondo Dionigi, Faunesco è nella genealogia dei re latini e tra le entità più enigmatiche della religione romana, sfuggente anche per gli stessi antichi che intuiscono come possa celarsi sotto più nomi. In effetti, fra i nomi di Signori delle foreste italiche antiche abbiamo, appunto, Fauno ma anche l’etrusco Selvans, che si trasformerà in un epiteto di Fauno medesimo, ossia Fauno Silvano (della Selva), per poi tornare ad essere considerato una divinità autonoma, Silvano, quasi speculare a Fauno: il primo legato al bosco, il secondo alla campagna. Questa simmetria, lo rende anche Signore del confine, in particolare di quello che separa gli spazi umani dagli altri, più propriamente naturali. Molti studi (K.Latte, G.Wissowa, G.Dumézil) hanno dimostrato che Fauno e Silvano, sono in realtà il risultato di un’unica divinità originaria, probabilmente emergente da un più vasto complesso di divinità di cui, oggi, sono rimaste solo flebili tracce (e questo è il poco salvabile di Wissowa e Dumézil, al riguardo; perlomeno, così pare). Ad esempio, nel fitto del bosco, dove a mal pena filtra il sole, si muove anche un’altra figura, più inquietante: il dio etrusco Śuri o Śur, ovvero sia, tradotto letteralmente, il nero/del luogo nero o anche “l’Oscuro in Volto”, così si preferiva riferirsi a lui, senza fare uso di nomi che ne avrebbero potuto richiamare gli aspetti inferi legati all’oltretomba e agli antenati (ne parlo, per certi versi, anche QUI). Eppure, da questa temuta presenza prenderanno origine, da un lato Soranus (poi identificato con Apollo Soranus) portatore di profezia e, dall’altro, Luperco (detto anche Fauno Luperco) signore dei Lupi, protettore delle greggi e dispensatore di fertilità. Questi tratti restano, assorbiti ma mai del tutto neutralizzati in Fauno, che rimane dunque divinità familiare al mondo infero; per questo, Servio lo definisce infernus deus, Porfirio lo chiama inferus e pestilens, Marziale horridus, Giovanni Lido lo assimila perfino a Plutone. Non avendo questo articolo alcuna velleità accademica, non mi addentrerò oltre nelle fonti storiche, ma teniamo comunque in mente che, nella figura di Fauno, vanno quindi condensandosi -in momenti e luoghi differenti- almeno cinque qualità che più di altre tendono a caratterizzarlo:- un nucleo primario e profondo di tipo ctonio e infero, di contatto con l’aldilà (forse ereditato da Śuri e da altre divinità consimili, oggi sconosciute);
- l’aspetto boschivo, da intendersi anche nel suo essere garante della separazione fra spazi umani e spazi selvaggi (quest’ultima parte, eredità di Selvans) con predilezione, comunque, per la parte selvaggia e non “sociale” (bro&sis, è proprio cattivuccio, ama gli omicidi rituali, squartare e scuoiare);
- il dono della profezia attraverso la possessione e l’incubazione (anche questo, forse ereditato per certi aspetti da Śuri ma, più probabilmente, cosa originaria a Fauno stesso);
- una sorta di predisposizione a ciò che è “nuovo” con una connotazione marcatamente marziale (al riguardo si veda il breve approfondimento sulle Primavere Sacre);
- infine, ma non per ultimo, un forte connotato sessuale che, gradualmente, venne a condensarsi attorno al concetto di fertilità. Questo pare un tratto originario di Fauno che, però, allo stesso tempo, è enormemente arricchito da Luperco (il quale, come già accennato, trae probabilmente origine a sua volta da Śuri). La fertilità è cosa aggiunta a posteriori. Lui, proprio, gode e punto;