Il Signore del Rovo

(di Luca Ariesignis Siliprandi)

Mio è il rovo spinoso che cinge il bosco, che frena il piede degli uomini al suo ingresso; Mio è il rovo spinoso che riconquista il campo, che sconfigge la mano degli uomini addomesticatori di terra; Mio è il rovo e la serpe che vi si nasconde protetta dalle sue spine, così come dal palmo della mia mano; Mia la serpe che saetta, mia la tana del topo, mia l’edera sempre verde e la liana che stringe, mio il becco del picchio che proclama i confini del Regno.

Mio è il rovo spinoso che cinge il bosco, che con frutti neri invita la mano degli uomini presso la serpe; Mio è il rovo spinoso che frena il cacciatore, che ferisce la mano degli uomini portatori di lama, profanatrice delle mie fronde; Mio è il rovo e il sangue preso a tributo del passaggio, così come calice offerto alle mie labbra; Mia la cupola verde che nasconde, mia la radice, mio il fusto e la chioma, mio il fruscio imprevisto che induce alla fuga e al grido strozzato.

Mio è il rovo spinoso che cinge il bosco, che protegge gli oppressi ed il piede degli uomini in fuga; Mio il rovo spinoso che frena l’inseguitore, che confonde le tracce al cacciatore obbligandolo al sentiero; Mio è il rovo e la corsa a perdifiato, così come il mio respiro è libertà e gemma di fuoco invisibile;  Mio il cervo, mio il cinghiale, mio il lupo, mia la volpe, mie la donnola e la faina, che banchettano delle coltivazioni ed eludono l’arroganza degli uomini costruttori di gabbie.

Di tutto ciò io sono il Signore, compagno di ogni Dèa dal piede veloce e dal bacino sciolto da lacci; Amico delle fonti e sorgenti, protettore dei reietti, dei briganti, della fuga, di chi si nasconde, di chi si difende; Di tutto ciò io sono il Signore, del confine opposto, del giudizio sospeso, e il mio bastone infrange le regole degli uomini portatori di vesti; Mia è la libertà conquistata, mio il gioco di caccia fra gli amanti che si uniscono tergo, mio lo sputo e la sfida agli uomini addomesticatori.

Perché io sono la salvezza del ballo sfrenato, della risata sguaiata, del dileggio, del sesso esposto e gridato; Perché mie sono le corna del capro che non si piega, del cervo che lotta, mia è la collana di denti bianchi e aguzzi e nella mia mano reggo il bracciale aperto che ai suoi cancelli accoglie il polso delle donne e degli uomini liberi; Perché nella mia verga è il baculum con cui dispenso benedizioni ed i miei occhi sono il fremito del bosco;

Di tutto ciò io sono il Signore, ed accolgo nel mio regno chi al mio regno appartiene.