Il Signore del Rovo

(di Luca Ariesignis Siliprandi)

Quando si lavora con le divinità tentando contatti con loro, capita alle volte di ricevere messaggi che ci confondono rispetto ai nostri cliché e aspettative (magari un poco stereotipate). Io, che lavoro con l’assieme complessissimo di “Fauno”, ne ho avuto prova quando mi ha sbattuto in faccia una cosa che ancora non ho ancora capito del tutto fino in fondo. In questo contatto, sono piuttosto visibili i miei contributi inconsci di sacerdote Wicca o di conoscitore dell’argomento, potrei sottolinearveli (e, nel dubbio che sia contributo personale, lo faccio mettendoli in grigio), ma resto comunque stupito. Dopo il riportare fedele dell’incontro, seguono un minimo di considerazioni che credo utili a comprendere meglio la faccenda e anche, in un certo qual modo, le cose ‘nuove’ rispetto a ciò che credevo di conoscere. Vabbé, con grande imbarazzo, ma andiamo:

“Mio è il rovo spinoso che cinge il bosco, che frena il piede degli uomini al suo ingresso; Mio è il rovo spinoso che riconquista il campo, che sconfigge la mano degli uomini addomesticatori di terra; Mio è il rovo e la serpe che vi si nasconde protetta dalle sue spine, così come dal palmo della mia mano; Mia la serpe che saetta, mia la tana del topo, mia l’edera sempre verde e la liana che stringe, mio il becco del picchio che proclama i confini del Regno.

Mio è il rovo spinoso che cinge il bosco, che con frutti neri invita la mano degli uomini presso la serpe; Mio è il rovo spinoso che frena il cacciatore, che ferisce la mano degli uomini portatori di lama, profanatrice delle mie fronde; Mio è il rovo e il sangue preso a tributo del passaggio, così come calice offerto alle mie labbra; Mia la cupola verde che nasconde, mia la radice, mio il fusto e la chioma, mio il fruscio imprevisto che induce alla fuga e al grido strozzato.

Mio è il rovo spinoso che cinge il bosco, che protegge gli oppressi ed il piede degli uomini in fuga; Mio il rovo spinoso che frena l’inseguitore, che confonde le tracce al cacciatore obbligandolo al sentiero; Mio è il rovo e la corsa a perdifiato, così come il mio respiro è libertà e gemma di fuoco invisibile;  Mio il cervo, mio il cinghiale, mio il lupo, mia la volpe, mie la donnola e la faina, che banchettano delle coltivazioni ed eludono l’arroganza degli uomini costruttori di gabbie.

Di tutto ciò io sono il Signore, compagno di ogni Dèa dal piede veloce e dal bacino sciolto da lacci; Amico delle fonti e sorgenti, protettore dei reietti, dei briganti, della fuga, di chi si nasconde, di chi si difende; Di tutto ciò io sono il Signore, del confine opposto, del giudizio sospeso, e il mio bastone infrange le regole degli uomini portatori di vesti; Mia è la libertà conquistata, mio il gioco di caccia fra gli amanti che si uniscono tergo, mio lo sputo e la sfida agli uomini addomesticatori.

Perché io sono la salvezza del ballo sfrenato, della risata sguaiata, del dileggio, del sesso esposto e gridato; Perché mie sono le corna del capro che non si piega, del cervo che lotta, mia è la collana di denti bianchi e aguzzi e nella mia mano reggo il bracciale aperto che ai suoi cancelli accoglie il polso delle donne e degli uomini liberi; Perché nella mia verga è il baculum con cui dispenso benedizioni ed i miei occhi sono il fremito del bosco;

Di tutto ciò io sono il Signore, ed accolgo nel mio regno chi al mio regno appartiene.”

Ecco, sui passaggi in grigio chiaro ho il sospetto ci possano essere miei significativi contributi più o meno consci. Chissà di quanti altri non ho coscienza, ma solitamente sono piuttosto “pulito”, quindi, date le precauzioni di cui sopra,  chi è questo Signore del Rovo? Non lo so, lo ammetto, ma credo abbia a che fare con un aspetto di Fauno.

Chi è questo Signore del Rovo? (spoiler: temo non lo sapremo mai con certezza, sono ipotesi)

Ad alcune divinità davvero non piace stare ferme e, men che meno, essere bloccate in una qualche posizione o definizione: non appena provate a metterle su un trono o sotto una corona sperando di averle un poco quietate, queste se ne scappano con uno sberleffo (nel migliore dei casi). Pur restando fedeli a se stesse, rivelano aspetti sempre nuovi o differenti a seconda del tempo, dello spazio e dei popoli che a loro si sono avvicinati.

Allo stesso modo, ogni nome datogli dalle diverse culture attraverso i secoli e i millenni, se lo scrollano di dosso senza troppi complimenti chiedendo, ogni volta, un nuovo sforzo nel comprenderne la natura e il significato profondo.

Poco importa a Loro che li chiamiate con un nome piuttosto che un altro, risponderanno, magari con tono e aspetto diverso, ma sempre portandosi appresso tutto quel bagaglio e quella ricchezza di sfumature che sfugge ad una qualsivoglia limitazione. Capita, allora, che l’occhio accorto scorga la medesima forza celata dietro nomi differenti e, al contempo, come ogni nome sia un indizio per meglio comprenderne la complessità; anche per questo, pensare di incontrarle e ri-conoscerle con il nome X dato dal popolo Y nell’epoca Z, è limite di cui alle volte si fanno bellamente beffa nei modi più disparati… come ad esempio, per fare una similitudine con episodi attualissimi, essere in giacca e cravatta restando in mutande durante una video-call.

Così è Fauno e vedremo come, questo, sia solo uno dei suoi tanti nomi possibili.

Studio e “lavoro” con questa divinità da ormai oltre un ventennio, eppure, posso confessarvi candidamente che tante cose mi restano ancora oscure. Questo, se pure questo può avere a che fare con limiti miei, credo si debba anche in parte ad uno dei suoi tratti salienti: ama celarsi nel bosco.

Il bosco, qui, è anche quello delle nostre profondità, quelle nascoste: a volte inconfessabili, a volte semplicemente così vicine agli istinti primari da essere confuse con semplici moti del corpo e dei suoi umori. D’altra parte, non potrebbe essere diversamente: la notte e il buio gli sono particolarmente congeniali.

Detto questo, anche se trattasi di Divinità sfuggente per sua stessa natura nonché assolutamente refrattaria all’essere definita, tenteremo di disegnarne un quadro consapevoli che, per intuirne almeno qualche tratto, le sequenze lineari del pensiero razionale valgono come masticare una matita mentre si tenta di risolvere un’equazione.

Fauno prima della Storia

Vi chiedo un esercizio d’immaginazione: pensatevi proiettati in un tempo remoto, oltre diecimila anni fa. Attorno a voi il paesaggio è quello di una laurisilva, un tipo di vegetazione che potete vedere ancora in alcuni luoghi -veri fossili viventi- come la foresta di Anaga a Tenerife. In un piccolo spazio libero da alberi, arde qualche fuoco e voi attorno. Tutto ciò che di buono avete arriva dal bosco, così come tutto ciò che temete: dall’oscurità agli animali di cui siete cacciatori ma anche, alle volte, prede.

Declina il sole all’orizzonte e, nella sera, le ombre si flettono fino a disegnare strane forme. Sentite rumori, ma il vostro occhio non può coglierne l’origine. Ecco, lì, si muove quello che fa da radice a questa divinità. Uno spavento improvviso. Una presenza che sentivate con voi anche durante il giorno vagando fra i tronchi ricurvi della foresta. Il fruscio delle fronde può portare profezie e visioni a chi sa tendere l’orecchio e, nel frusciare delle foglie, le voci degli antenati potevano portare consiglio. D’altronde, tutto era in quella medesima foresta che può nascondervi e proteggervi nella fuga o nella caccia, oppure esservi avversa tendendovi trappole. La vostra vita dipende da spiriti e presenze del bosco, lo sentite come innegabile e, se ciò è, così come nel vostro gruppo vi è chi più o meno esplicitamente decide e comanda, così deve esistere uno “spirito” che ha il medesimo ruolo.

La comunità si ingrandisce, il bosco è sempre importantissimo ma, con l’avvento della pastorizia prima e dell’agricoltura poi, avete sempre maggiore necessità di terreni aperti, liberi, a prato. Sono fondamentali, ma ancora sentite il bosco, solo che ora è di là, è oltre un confine che si è tracciato nel momento in cui gli uomini e le donne hanno definito uno spazio, il “loro”. Il Dio diviene quindi conosciuto quale presenza del confine che, da un lato, minaccia con le irruzioni degli animali selvatici, predatori dei greggi come il lupo, o distruttori dei campi come il cinghiale e, dall’altro, ciò essendo sottoposto al suo imperio e giudizio, diviene garante e custode degli spazi umani per così dire ‘addomesticati’. Al riguardo, sospetto -credo a ragion veduta-, che a lui si debba la creazione e la definizione di spazi rituali; su questo però, né io ho le sufficienti competenze archeologico-antropologiche, né posso aggiungere argomenti che non si riducano a sensazioni. Tuttavia, a chi si approcci allo studio di questa divinità, suggerisco di tenerlo presente anche solo a titolo cautelativo, che: la ‘definizione’ è nostra necessità, non Sua. Anzi, non la ama proprio.

Noi lo abbiamo messo in quella situazione e, peraltro, faccio notare l’utilizzo che sto facendo dei termini a questo attribuiti in senso maschile: all’origine, molto probabilmente non vi era questa distinzione di genere (sessuale), codesti movimenti iniziali del nostro rapporto con tale ente sono -infatti- comuni anche a forze che, oggi, riconosciamo come eminentemente femminili (divinità italiche quali Feronia o Diana… pensate possano esserne estranee?). Tanto ci sarebbe da dire e discutere sull’antropomorfizzazione e seguente connotazione in termini di maschio/femmina, esula però dal nostro argomento; tuttavia, anche in questo caso, tenetelo a mente se vi interessasse approfondire l’argomento “Fauno”.

Questa forza, che richiama e rimanda alle esigenze primeve umane, spogliate dal dato culturale del “noi qui e la natura di là”, si carica anche di tutto quell’armamentario di istinti naturali repressi in molte società fra cui, per primo, l’istinto sessuale e, come istinto, è tale in quanto privato da quelle connotazioni funzionali -appunto ad una società- legate alla riproduzione.

Perché a Lui/Lei, poco importa che poi possa seguire un concepimento.

A Lui/Lei, non hanno spiegato che l’unione sessuale ha qualcosa a che fare con la figliazione.

A Lui/Lei, anche lo spiegaste, non importa veramente nulla di questo: non è un dato immediatamente conosciuto nell’esperienza ‘animale’ e fisica se non come un ‘a posteriori’, cosa di cui non si occupano minimamente. Lui/Lei, agiscono sull’istante, fuori dal prima e dal dopo, fuori dalla storia: fuori da ogni necessità di narrazione umana, eppure ne prendono parte animando larga parte degli abissi inconsci che ci appartengono. Se socchiuderete gli occhi all’ombra di un bosco, ascoltando il vento fra i rami così come il fluire profondo delle vostre emozioni, ecco, ancora potrete sentire loro, Lui/Lei, muoversi fra le radici di ciò che siete.

Silvano, Fauno e i suoi tanti volti

Figlio di Picus e padre di Latinus secondo Virgilio, figlio di Mars secondo Dionigi, Faunesco è nella genealogia dei re latini e tra le entità più enigmatiche della religione romana, sfuggente anche per gli stessi antichi che intuiscono come possa celarsi sotto più nomi. In effetti, fra i nomi di Signori delle foreste italiche antiche abbiamo, appunto, Fauno ma anche l’etrusco Selvans, che si trasformerà in un epiteto di Fauno medesimo, ossia Fauno Silvano (della Selva), per poi tornare ad essere considerato una divinità autonoma, Silvano, quasi speculare a Fauno: il primo legato al bosco, il secondo alla campagna. Questa simmetria, lo rende anche Signore del confine, in particolare di quello che separa gli spazi umani dagli altri, più propriamente naturali. Molti studi (K.Latte, G.Wissowa, G.Dumézil) hanno dimostrato che Fauno e Silvano, sono in realtà il risultato di un’unica divinità originaria, probabilmente emergente da un più vasto complesso di divinità di cui, oggi, sono rimaste solo flebili tracce (e questo è il poco salvabile di Wissowa e Dumézil, al riguardo; perlomeno, così pare).

Ad esempio, nel fitto del bosco, dove a mal pena filtra il sole, si muove anche un’altra figura, più inquietante: il dio etrusco Śuri o Śur, ovvero sia, tradotto letteralmente, il nero/del luogo nero o anche “l’Oscuro in Volto”, così si preferiva riferirsi a lui, senza fare uso di nomi che ne avrebbero potuto richiamare gli aspetti inferi legati all’oltretomba e agli antenati (ne parlo, per certi versi, anche QUI). Eppure, da questa temuta presenza prenderanno origine, da un lato Soranus (poi identificato con Apollo Soranus) portatore di profezia e, dall’altro, Luperco (detto anche Fauno Luperco) signore dei Lupi, protettore delle greggi e dispensatore di fertilità. Questi tratti restano, assorbiti ma mai del tutto neutralizzati in Fauno, che rimane dunque divinità familiare al mondo infero; per questo, Servio lo definisce infernus deus, Porfirio lo chiama inferus e pestilens, Marziale horridus, Giovanni Lido lo assimila perfino a Plutone.

Non avendo questo articolo alcuna velleità accademica, non mi addentrerò oltre nelle fonti storiche, ma teniamo comunque in mente che, nella figura di Fauno, vanno quindi condensandosi -in momenti e luoghi differenti- almeno cinque qualità che più di altre tendono a caratterizzarlo:

  • un nucleo primario e profondo di tipo ctonio e infero, di contatto con l’aldilà (forse ereditato da Śuri e da altre divinità consimili, oggi sconosciute);
  • l’aspetto boschivo, da intendersi anche nel suo essere garante della separazione fra spazi umani e spazi selvaggi (quest’ultima parte, eredità di Selvans) con predilezione, comunque, per la parte selvaggia e non “sociale” (bro&sis, è proprio cattivuccio, ama gli omicidi rituali, squartare e scuoiare);
  • il dono della profezia attraverso la possessione e l’incubazione (anche questo, forse ereditato per certi aspetti da Śuri ma, più probabilmente, cosa originaria a Fauno stesso);
  • una sorta di predisposizione a ciò che è “nuovo” con una connotazione marcatamente marziale (al riguardo si veda il breve approfondimento sulle Primavere Sacre);
  • infine, ma non per ultimo, un forte connotato sessuale che, gradualmente, venne a condensarsi attorno al concetto di fertilità. Questo pare un tratto originario di Fauno che, però, allo stesso tempo, è enormemente arricchito da Luperco (il quale, come già accennato, trae probabilmente origine a sua volta da Śuri). La fertilità è cosa aggiunta a posteriori. Lui, proprio, gode e punto;

Tutti questi aspetti, diversamente combinati ed esperiti dalle diverse popolazioni della penisola, contribuiscono a formare ciò che si cela dietro al nome di Fauno.

Senz’altro, una delle forme divine che maggiormente ha contribuito alla ‘formazione’ di Fauno è il già citato Selvans. Questi, era usualmente raffigurato come un giovane nudo con un copricapo ricavato dalla testa di un animale, una collana rigida, due stivaletti di pelle ai piedi, la mano destra poggiata all’anca e la mano sinistra sollevata tenendo quello che forse era un bastone. Le prime attestazioni del culto del dio Selvans risalgono a circa il 500a.C.; è un secolo straordinario per la storia dell’umanità. Nascono il buddhismo, il giainismo e il confucianesimo, Lao Tzu scrive il Tao Te Ching, gli Ebrei ricostruiscono il Tempio di Salomone distrutto dai Babilonesi, ad Atene abbiamo Pericle ed è costruita l’Acropoli con il suo Partenone. In Italia, invece, la prima Repubblica di Roma avanza nel proprio sviluppo e sconfigge proprio gli etruschi attestandosi sull’intero territorio laziale. Forse anche in ragione di questo, Selvans si “insinua” nel già costituito Fauno. In questo primo ‘modello’ di Fauno in cui vengono ad innestarsi i motivi più propri di Selvans, erano presenti anche alcuni tratti ereditati da Śur, che veniva già venerato da varie popolazioni dell’Italia centrale fra cui Sabini, Latini e Falisci (oltre che appunto dagli Etruschi). Insomma, da sempre Fauno si è caratterizzato per una complessità e fluidità che lo hanno reso in un qualche modo ‘onnivoro’ facendogli assumere, in alcuni casi, anche caratteristiche in un qualche modo estranee alla sua base originaria, come aspetti legati all’ebrezza (dall’etrusco Fufluns, al romano Bacco, poi Libero) o quelli eminentemente inferi.

La primavera sacra

Come spiegato, secondo alcune fonti antiche Fauno sarebbe stato figlio di Picus e, questo, può suggerire al cercatore curioso un collegamento di una certa rilevanza con le cosiddette “Primavere Sacre”. Secondo ipotesi archeologiche ormai piuttosto consolidate, pare fossero celebrate in occasione di carestie e in momenti difficili o, più semplicemente, quando le condizioni demografiche rispetto al territorio ospitante lo rendevano necessario e opportuno. In buona sostanza, un gruppo scelto di giovani era allontanato dalla tribù/accampamento/città affinché fondasse una nuova colonia. Dove? Quanto distante dall’insediamento originario? Usualmente era dato come segnale da interpretare quale segno divino, propizio al fondare la nuova colonia, l’apparizione di un determinato animale per un numero scelto di volte. L’animale utilizzato era usualmente un “totem” della popolazione e, spessissimo, coincideva con un animale particolarmente territoriale (cosa che garantiva una sorta di stima della distanza a cui sarebbe giunto il gruppo di giovani). Fra questi, spiccano il Lupo e il Picchio (Picus, appunto, animale tradizionalmente caro a Marte). Ma andiamo per ordine. Il rituale del Ver Sacrum era diffuso presso i Sabini e praticato anche dai Romani -solo raramente- e, come si diceva, la migrazione era guidata secondo una procedura totemica: si interpretavano i movimenti ed il comportamento di un animale-guida, per trarne auspici e indicazioni sulla direzione del viaggio. Ogni tribù aveva un animale sacro agli dei; per i Sanniti era il toro, per gli Irpini il lupo (i famosi Hirpi Sorani, sacerdoti di Śuri, poi Luperco), per i Piceni il picchio e così via.

Con queste primavere sacre, nacquero nell’Età del Ferro varie popolazioni italiche e, pare, madre di tutte le popolazioni preromane fu l’Umbria. Tra le più importanti ci sono i Sabini, originati direttamente dagli Umbri, che migrarono verso sud, restando sulla dorsale appenninica; i Piceni, che ebbero come totem il picchio verde, sacro al dio poi identificato dai Romani con Marte. È assai probabile che la paternità di Picus rispetto a Fauno, traesse origine dalla memoria di questi esodi durante i quali, i gruppi scelti di giovani, dovettero confrontarsi con quello che era all’epoca l’ambiente ecologico più largamente presente: la foresta. Un detto antico sosteneva che uno scoiattolo avrebbe potuto attraversare l’intera penisola senza mai scendere dagli alberi; oltre a ciò, l’insediamento di un nuovo villaggio non poteva che fare i conti con l’esigenza di “strappare” terreno boschivo in favore della creazione di un area ad uso umano attività, questa, che per lungo tempo previde sacrifici a Fauno medesimo quali espiazione e definizione di un patto fra gli uomini e il Dio a cui, di fatto, veniva tolto uno spazio di sua proprietà.

Dal demonizzare al semplificare il passo è breve

Tornando a questi ultimi aspetti, larga parte della connotazione infera portata da Śuri fu assorbita e metabolizzata da Dis Pater, meglio noto come Dite,  signore degli inferi della religione romana e compagno di Proserpina ma, come si diceva, alcuni di questi tratti rimasero a costituire gli aspetti maggiormente ctoni del contenuto faunesco. Con la successiva grecizzazione, Fauno si trovò poi a dover riassorbire in sé esseri semidivini o divinità che, invero, gli sono piuttosto estranee come i satiri e Pan. Con il Dio Pan, noto signore cornuto dell’età classica, Fauno condivide -in effetti- l’origine archetipale (al riguardo, rimando volentieri a “Saggio su Pan” di J.Hillman, una autorità nella psicologia di matrice Junghiana), ma se ne discosta sia per la sobrietà d’azione che, come si diceva, non ama la “storia” e i mitologemi, sia per una serie di caratteristiche peculiari alluno e non all’altro fra cui, ad esempio, quella compiacenza all’autoerotismo e quella tendenza mercuriale (quasi da trickster) che è di Pan: non di Fauno! (che pure ingannatore è).

Piuttosto, Fauno, ha qualità marziali, di iniziativa anche violenta ma non mai “opportunista”.

Fauno, specie nella sua versione grecizzata e, comunque, quale portatore di simboli e azioni fuori dall’usuale controllo della società è divenuto -suo malgrado- il manichino ideale su cui il cristianesimo ha potuto cucire l’abito dell’avversario, di Satana e derivati. Come per molte altre divinità indomabili o poco definibili, gli è toccato in sorte questo ingrato compito e, come per loro, a lui sono state appiccicate caratteristiche assolutamente estranee.

Fu un processo inesorabile, violento e, al riguardo, abbiamo ormai fior fiore di letteratura accademica. Tant’è, ma poco importerebbe se, in un tentativo di recupero che se ne fece in epoca romantica, dal “Signore delle tenebre” si passò invece a Peter Pan o al Fauno di stampo fantasy (che, va detto, affonda comunque le proprie radici in epoca rinascimentale). Forse, in una comprensibile smania di ‘riabilitazione’ di quelle che erano riconosciute come forze assolutamente salubri rispetto l’equilibrio degli individui, si agì agendo per eccesso neutralizzando un aspetto profondo di questa figura: Fauno fa paura, Fauno è inquietante, uccide, violenta, squarcia e scortica. Insomma, non è propriamente un amicone. Chi ne ha esperienza, lo sa. Non è il satiro sorridente e carino, con le orecchiette da elfo, che saltella suonando un flauto di canne in “Fantasia” della Disney; in questo, contribuì senz’altro lo sfondo folklorico del mondo anglosassone, dove Fauno deve essere sembrato assai più simile ad un “Puck”, ad una sorta di folletto, che non ad un Cernunnos (a cui, per certi versi, sarebbe invece assai più simile).

Ad ogni modo, nonostante i tentativi di demonizzare la figura di Fauno (e Pan, trattati in un unico complesso immaginario e immaginifico) durati per secoli e secoli, l’istanza di una simbiosi perfetta tra uomo e natura non è mai stata completamente soppressa e, anzi, è sempre riemersa con insistenza. Come spiega anche R.Hutton nella sua opera “The Triumph of the moon”, limitatamente all’ambiente inglese (ma il concetto può essere esteso a tutto il mondo occidentale), in un mondo sconvolto dall’industrializzazione, dove si assiste ad una distruzione progressiva dell’ambiente naturale, la figura di Fauno/Pan non poteva che venire rivalutata tornando sulla scena in modo prepotente, divenendo per mimesi quasi il Dio della natura per antonomasia ed oggi, vero o meno (e personalmente credo sia un grande e grosso fraintendimento), Faunus è divenuto anche questo.

Come già fece nei tempi antichi, raccogliendo in sé aspetti e simboli di varia origine, ha assunto queste nuove articolazioni di senso riuscendo ancora una volta a sfuggire ai nostri tentativi di definizione e “fissazione” in una forma predeterminata. In un certo qual modo, Fauno ci ‘frega’ con la sua capacità d’ipostasi, dove ognuna delle diverse dimensioni della realtà che viene a rappresentare, si presenta a noi come differente e nuova pur appartenendo ad una stessa sostanza divina. Anche per questo Fauno è inafferrabile, si nasconde nel bosco, che sempre cambia, di stagione in stagione, di anno in anno, pur restando la medesima, imprendibile ed inestricabile foresta.