L’offerta sul nostro Altare

In questi primi giorni del nuovo anno, alcune esperienze e pratiche mi hanno portato a riflettere sul senso dell’offrire, sul simbolismo dell’altare e della libagione in onore degli Dèi. In verità, è un argomento che in questi decenni mi si è imposto all’attenzione più volte e desidero condividere con voi alcuni appunti e riflessioni. Credo scriverò diversi articoli sull’argomento e, qui, desidero partire con quello che credo sia la base, ovvero l’Altare.

In particolare, più che proporre una più o meno erudita analisi di simbolismi e corrispondenze (che pure vale la pena affrontare), vorrei suggerire un sentiero che, pur partendo da una struttura ‘oggettiva’, ci aiuti a vivere tale costellazione di significati in modo intimistico. Non nascondo che le mie considerazioni partano da esperienze molto soggettive. Nella mia personale esperienza, infatti, non c’è spazio per un esoterismo privo di religione e di ‘sentire’: la parola ‘religione’ deriva da relegere, osservare, stare attenti ed anche religio, che è appunto l’atto del religare, collegare, ed è proprio questo collegamento con il divino quel che qui mi preme. Può darsi sia un limite del sottoscritto, ma ogni mia considerazione parte quasi sempre dal ritualizzare.

Anche riguardo alle offerte, spesso si sono spese troppe poche parole, quasi che offrire una cosa piuttosto che un’altra sia indifferente o, addirittura, che l’atto dell’offerta possa essere qualcosa di facoltativo. Sembreranno concetti banali, visti e rivisti ma, spesso, a forza di vedere non si constata più. Invece, se vogliamo rapportarci con il divino, l’offerta è uno dei nodi centrali.

Così come non desidero indispettire chi crede che il solo percorso religioso possa mai contribuire al proprio cammino iniziatico, lascio altrettanto volentieri alle loro fantasie gli esoteristi che pensano agli aspetti cultuali come a qualcosa di estraneo a un cammino di crescita spirituale; perché, un rito senza offerta è simile a uno sportivo di atletica leggera chi si alleni in palestra ogni giorno senza per altro essersi mai misurato sul campo.

Tutto si ridurrebbe ad un esercizio ginnico: forse vi farete buoni muscoli ma raramente sarete in grado di vincere una gara. Nelle vostre mani è stata messa una spada, anche un solo baluginio di luce sulla lama potrà indicarvi la Via. La via degli dei si conduce nel ‘sacrificio’, nell’unità, nella luce. Oppure non siete nulla.

Ognuno decide secondo le proprie sensibilità, ma chi vuole unire percorso religioso e percorso iniziatico-spirituale, credo sia giusto e opportuno che cerchi di addentrarsi in questo argomento con tutta l’attenzione e le doti a sua disposizione.

In antichità, infatti, l’altare è la mensa del sacrificio per eccellenza. Non vi è altare senza consacrazione rituale e sacrificio.

La parola italiana sacrificio deriva dal latino sacrificium, ovvero sacer-facere, cioè compiere atti sacri. Allo stesso modo, raramente vi era Altare senza Ara, dove era alimentato il fuoco che consumava le offerte. Nella sua etimologia troviamo anche il significato di rifugio, protezione, monumento, costellazione.

L’Ara vera e propria era un altare devozionale in cui veniva acceso il fuoco rituale. Nell’antica Roma, ad esempio, quest’uso era diffusissimo, tanto che ogni casa aveva la propria Ara e, oltre alle divinità classiche, si onoravano anche Lares e Penates secondo il culto degli antichi e degli antenati.

Queste parti di arredo sacro per la casa, le ritroviamo -anche con differenti nomi- in tutte le tradizioni mediterranee e non, dove ogni abitazione umana è un’imago mundi[1]: immagine del mondo inteso come macrocosmo.

Rispetto all’uso antico, quel che oggi è normalmente considerato ‘altare’, è in realtà molto più simile alle mensae romane, sorte di tavoli su cui erano poste le immagini degli Dèi, offerte ed oggetti di culto. Nella pratica moderna di molte tradizioni, Altare, Ara e mensae si sono fusi in un unico oggetto (a proposito delle mensae mi permetto di suggerire un buon contributo di altri autori e un sito che, pur percorrendo una Via differente dalla nostra, propone sempre contenuti molto interessanti in ambito pagano).

Dal punto di vista della cerimonia, se non è stato consacrato il luogo e l’oggetto non vi è né Altare né Ara. In questo senso, il braciere su cui è posto l’incenso d’offerta o bruciata una libagione va ad essere il paramento sacro più vicino a quel che, etimologicamente ed archeologicamente, gli antichi avrebbero individuato come Ara.

In greco antico, la parola Ara significava preghiera, voto, ma come tutto quel che riguarda il sacro, si carica anche di ansia, timore, e significa pure imprecazione e maledizione. Anche questo è un indizio notevole.

Ancora, è la stessa parola “Altare” e la sua storia a fornirci indizi importantissimi sul suo significato: nutrire, allevare, mantenere, alto, profondo, altro[2]. Anche il termine ‘sacro’ aggiunge la propria spiegazione; la parola latina sacrum che, come già detto in altri articoli, è originata dal latino arcaico sakros e si è poi sviluppata nel termine sacer che si riferisce a tutto ciò che appartiene ad un mondo fuori dall’umano. Questa è la sacralità di cui parliamo.

Giacché l’Altare rappresenta il punto più profondamente sanctus (termine con cui originariamente si indicava tutto ciò che deve essere protetto dalle offese degli uomini), l’Altare non può e non deve essere profanato. Non è dunque un caso che l’altare sia da considerarsi propriamente “sacro” solo ed esclusivamente all’interno di uno spazio reso tale, di un tempio o, più semplicemente, durante l’officiarsi del rito.

Si pensi, ad esempio, al fatto che in nessuna tradizione ci si preoccupa di lavorare accanto all’Altare, magari lavandolo e spazzolandolo quando non è stato creato il cerchio (o in un qualche modo non si è momentaneamente “reso mondano” il tempio). Al contrario, in pochi che abbiano senno, si metterebbero a fare pulizie nel tempio mentre si sta officiando! (fatti salvi rarissimi eventi dove la pulizia ha, per l’appunto, un senso rituale)

L’incontro con il divino merita la giusta solennità, certo, però, se posso un suggerimento, ricordatevi di sorridere: non state preparando un’aula di tribunale ma uno spazio in cui celebrerete qualcuno che vi è caro.

Ora, bando alle ciance, ritorniamo all’atto, al rito… è presso l’Altare (o l’Ara) che si compie il sacrificio ossia, per dirla con parole più attuali, è solo e solamente sopra l’altare che avviene l’atto dell’offerta. Se lo spazio consacrato rivive l’atto di creazione macro-cosmico, l’altare, invece è microcosmico, ed è l’effige ed il simbolo dell’officiante. Infatti, il sacrificio è essenzialmente e prima di tutto in-noi/su-noi/sopra-noi; il respiro dell’uomo è l’incenso e la libazione, la nostra stessa vita[3] organica, è la consumazione di un sacrificio che avrà un termine così come ha avuto inizio. Come la presenza degli Dèi sacralizza il Cosmo, così i riti sacralizzano la nostra vita: sacrifichiamo la nostra materialità “donando” qualcosa a noi caro, ce ne priviamo non perché la nostra offerta sia utile o interessante per gli Dei. Giacché tutto è già loro[4], invero, non possiamo donare niente e nulla. I nostri Dèi non concedono alcuna ricompensa, perlomeno non nel senso comune della parola. L’offerta ha un valore, quasi contrario a quel che oggi, dopo millenni di mense eucaristiche, è entrato nel senso comune. Per capire questo punto può essere utile riferirsi al mito Olimpico di Prometeo.

Com’è noto, Zeus, irato col genere umano, aveva deciso di distruggerlo e sostituirlo con delle creature migliori e cominciò a togliere loro il fuoco e ad affamarli chiedendo le parti migliori di cibo nei sacrifici.

Nella disputa sorta per stabilire quali parti di toro sacrificare agli Dèi e quali tenere per sé, Prometeo fu chiamato a fare da arbitro, per cui smembrò un toro e ricucì la pelle formando due sacche che riempì con le varie parti dell’animale. Una sacca conteneva la carne ben nascosta sotto lo stomaco e l’altra conteneva invece le ossa nascoste sotto un grosso strato di grasso e, presentate le sacche a Zeus, chiesa aLui di scegliere quale volesse… il Dio, tratto in inganno, scelse la sacca col grasso e le ossa che da quel giorno divennero le parti da sacrificare agli Dèi.

Furioso per tale l’inganno, Zeus privò gli uomini del fuoco ma Prometeo andò di nascosto sull’Olimpo e rubò una brace che nascose nel cavo di un fusto di finocchio[5] e che donò agli uomini.

Con il mito prometeico sembrerebbe essere sancita la caduta dell’uomo: l’uomo sacrifica animali agli Dèi, si ciba delle loro carni e brucia i loro resti. Cibandosi e bruciando le offerte rievoca il triste avvenimento.

Il mito è invece da intendere sotto una più mite prospettiva, e non lo si confonda con il concetto di peccato originale che appartiene alle religioni abramitiche. Qui, questo ci racconta invece di una situazione relativa alla nostra finitezza rispetto al cosmo eterno e immortale. Offriamo per avvicinarci al divino e alla sua pienezza e non per replicare negli atti la scena di una nostra condizione di decadimento o con l’intento di espiare colpe: è per ricostruire e mantenere un sodalizio.

E’ vero, la via iniziatica sulle orme delle divinità può sembrare un assoluto sovvertimento della religiosità comunemente intesa nel “culto pubblico”.

Infatti, l’uso più noto dell’altare, come luogo in cui avveniva (spiace dirlo) lo sgozzamento rituale di animali, si forgiò in ambito profano: i riti di sangue e i sacrifici cruenti erano pubblici e, per loro stessa natura, estranei ai misteri delle divinità. Non è un caso che gli altari riservati ai sacrifici fossero aperti al pubblico mentre, la parte centrale del tempio con gli strumenti di culto ecc., fosse riservata ai soli sacerdoti.

Con questo, si badi, non voglio negare alcune verità archeologiche incontrovertibili rispetto ad usi antichi riguardanti offerte di animali che pure erano presenti sia nei culti privati (assolutamente) e sia in ambito “interno al tempio”, piuttosto, mi interessa rilevare come in ambito “interno” l’uccisione di animali fosse più legata ad una necessità di ordine Tradizionale che simbolica nel suo senso modernamente inteso.

Se posso permettermi, mai un sacrificio cruento sporchi le vostre mani né una goccia di sangue tocchi il vostro Altare! Se sangue dovesse servirvi per particolari ritualità[6], assicuratevi che sia il vostro e che non offenda anche gli Dèi, oltre alla vostra intelligenza.

Esiste anche un tipo di offerta, particolarmente potente –e di cui qui si deve in parte tacere- al quale è opportuno accennare con garbo ricordando che ogni ‘festa’ comporta, nella sua struttura, una vocazione orgiastica: gli eccessi, a volte, rappresentano un atto salutare nel sacro, specie se favoriscono la circolazione di ‘germi’ ed energie.

Quando noi parliamo di altare e di offerte, però, lo facciamo anche in senso esoterico. L’altare è l’ultimo limite della terra, la pietra cubica[7]; questo sacrificio è il centro del tempio di cui abbiamo già parlato (si vedano questi articoli 123), non è pubblico, non è mondano e, quindi: non è profano.

In molti templi e in tanti riti, poi, fuori dal cerchio trova spazio un altro altare che si riferisce al macrocosmo, a forze assai più grandi e vaste del nostro essere.

Generalmente questo tipo di altare regge le immagini “segrete” degli Dei e, molto più spesso, è nascosto da un velo. Esso è celato perché, giustamente, nessuno o comunque pochissimi conoscono la sua forma, il suo disegno e la sua reale natura.

Eppure, quest’altare misterioso, non ha bisogno di essere materialmente presente nei nostri riti. L’altare macrocosmico è già lì, fuori dal cerchio, senza nessun nostro intervento: è nella natura che ci circonda, in tutte le cose visibili ed invisibili che delimitano per opposizione il dentro e il fuori dello spazio magico, ed è ovunque e in nessun luogo.

Così come per gli spazi sacri e in particolar modo il loro centro esiste un forte simbolismo assiale (unione fra l’alto, il cielo, e il basso, la terra, il mondo ctonio e infero), anche l’Altare, come luogo di sacrificio e offerta congiunge le due polarità, uranica e ctonia.

Questa distinzione fra offerte rivolte alle divinità uraniche o ctonie, propria di larga parte del mondo classico greco e romano, si concretizzava nell’offrire sulla fiamma i sacrifici per le divinità del cielo preferendo, invec,e per le divinità ctonie l’offerta in una fossa opportunamente scavata.

In molte tradizioni contemporanee questa distinzione è andata perduta o si è nascosta in favore di una superiore unità di tutte le divinità (al riguardo, abbiamo già scritto). Eppure, anche in questo caso l’esperienza diretta dovrebbe portare a una rivalutazione di tale differenza, che non è solo teorica e trova invece applicazioni assai concrete. La prima considerazione di ordine pratico è che, pur essendo simbolicamente la medesima cosa, l’Altare (come spazio sacro del culto) e l’Ara (come spazio del sacrificio) come già accadeva in antichità raramente possono coincidere con un medesimo spazio fisico… non fosse altro per l’impossibilità di allestire l’altare in uno scavo a terra o accogliere un grosso braciere che consumi tutte le offerte senza che il suo calore rovini, ad esempio, il piano d’appoggio.

Spesso, la necessità di celebrare in uno spazio chiuso non ci rende possibile scavare fosse o bruciare le offerte in un fuoco ma, avendone la possibilità, invito a sperimentare direttamente: sono certo sarà apprezzato da voi e dalle forze cui vi rivolgerete. Ciò è vero a maggior ragione perché, oltre a riavvicinarci a ritualità usate per millenni[8], l’utilizzo di due spazi distinti per l’Altare e per l’Offerta ci fornisce un sillabario di combinazioni di enorme ricchezza dal punto di vista rituale, sia magico che religioso. Non avendo la possibilità di scavare una fossa o di bruciare le offerte per intero in un braciere, resta un ultimo problema di ordine pratico: come consumarle? Che cosa farne al termine del rito? Nel caso in cui le offerte non siano facilmente deperibili e avete modo di mantenere l’altare allestito stabilmente, potete lasciarle fino alla successiva ritualità quando, però, il problema si proporrà nuovamente con ancora maggior insistenza. Il mio suggerimento è di raccoglierle, in una pezzuola o sacchetto di stoffa, e di seppellirle in un pezzo di terra il più possibile isolato da sguardi indiscreti. Qualora anche questo non vi fosse possibile, dovrete aguzzare l’ingegno trovando la soluzione che più fa per voi ma, mai e poi mai, gettatele nella spazzatura domestica o negli scarichi del bagno. Peccare d’ingenuità è un errore che può essere forse tollerato, invece, la mancanza di rispetto verso il Divino e le forze che reggono il nostro mondo, no, non è mai accettata e sempre seguiranno ripercussioni più o meno forti. E’ giusto precisare che di fronte agli Dèi non esiste ‘peccato’, tuttavia esiste l’errore: e non è legato al concetto di colpa.

Comprendere questo per chi, come molti di noi, è nato e cresciuto in un ambiente dove originariamente il paganesimo sembrava qualcosa di remoto, significa aver fin qui ben camminato: il paganesimo è soprattutto una conversione dello sguardo, quello che si rivolge su di un universo del quale noi siamo, insieme alle Dee e agli Dei, una parte integrante”[9] ed è con questo sguardo che ci si dovrebbe avvicinare ad ogni ritualità: un nuovo modo di vedere che si tramuta in un sapere totalizzante.

Gli Dei sono al di là dalle miserie umane, e non sarà senz’altro questa o una nostra azione sconsiderata a indurli a castighi; tuttavia, se giunti fino a qui, credete nel divino e nella magia, spero sentiate con altrettanta certezza che ogni azione legata al rito ha i suoi effetti e ciò vale anche in questo caso: così come, toccando un cavo elettrico scoperto, prenderete la scossa senza che il cavo abbia mai pensato di punirvi in un qualche modo.

Si pensa spesso che il posizionamento dell’Altare o della coppia Altare e Braciere rispetto allo spazio magico consacrato (cerchio o quant’altro) dipenda quasi esclusivamente dalla tradizione di riferimento. Questo è però vero solo in parte, perché la scelta che fa ciascuna tradizione dipende dal modello magico, religioso e cosmologico adottato e/o dallo scopo rituale che ci si è prefissi. In linea di massima, non esiste una “posizione giusta”, piuttosto, esiste una disposizione corretta secondo il senso rituale che si vuole dare alla cerimonia, al tipo di rito e forze coinvolte, al pantheon di riferimento e quindi al sistema simbolico che si sta utilizzando. E’ un grave errore accettare supinamente un uso –specie se simbolico– a meno che non se ne comprendano appieno il senso, l’uso e la storia.

Non voglio discutere delle convinzioni di quella o quest’altra scuola di pensiero, sia l’esperienza a guidare la mano e, per l’appunto, secondo la mia esperienza, se un altare posto a nord dello spazio sacro può essere adeguato nella maggior parte delle ritualità, è altrettanto vero che larga parte delle divinità solari meglio sarebbero accolte con un altare posto ad est. Allo stesso modo, se la ritualità è mirata ad agire su di noi e la nostra evoluzione spirituale, l’altare dovrebbe essere al centro… Insomma, la composizione dello spazio rituale non dovrebbe essere considerata come un dato di fatto, immutabile, ma come parte integrante della ritualità in cui vogliamo inserirci.

Con tutta la prudenza che richiede l’azione rituale, sperimentare è comunemente fonte di grande arricchimento…se non l’unico modo di fare esperienza diretta dei simbolismi e di come questi abbiano una loro efficacia nell’azione rituale.

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[1] Miti, sogni e misteri, Mircea Eliade

[2] ALTARIA – ALTARIUM, è una parola composta dall’aggettivo ALTUS – A – UM e ARA: se concepito come participio passato di ALO – IS ALUI ALTUM/ALITUM ALERE significa nutrire, alimentare, allevare, mantenere, far crescere. Così come una relazione si indebolisce senza nutrimento, così è nel rapporto con il divino. Invece, se consideriamo l’aggettivo verbale, ALTUS – A – UM, troviamo il significato di cresciuto, elevato alto, e ciò ricorda la sua posizione sulle colonne dell’Ara come ripiano, in senso topografico stretto ma anche come alto filosofico, luogo dell’incontro dal basso verso l’alto opposto all’ara che dall’alto crea il canale di discesa. In questo suo essere “Altus” esprime anche il concetto di profondità (vasto in senso orizzontale) e contemporaneamente profondo (vasto in senso verticale). Infine, inteso come avverbio, ALTE vuol dire in alto, profondamente, e, funzione di forma integrata, lontano. A quest’ultima funzione si collega il sostantivo ALTER ALTERA ALTERUM che vuol dire “L’altro” in una relazione a due, vuol dire uno dei due legato ad un rapporto di distanza, il che chiude il cerchio molto bene col concetto di divino.

[3] Che l’officiante stesso sia in un qualche modo parte dell’offerta, è un simbolo che ritroviamo anche nei rituali Vedici. In questi rituali sacrificali  sono utilizzati tre fuochi, il primo e da cui sono tratti gli altri due su cui è eseguita l’offerta, rappresenta ‘il padrone di casa’.

[4] Un antico aneddoto greco racconta che, vedendo un devoto intento ad una colletta per le divinità, uno spartano disse che non aveva nessuna stima per un dio che fosse più povero di lui.

[5] L’uso di un bastone cavo per il trasporto e la conservazione del fuoco è una pratica ancora oggi attestata in diverse popolazioni “primitive”, tuttavia, questo “fusto di finocchio cavo” in cui è conservato il fuoco divino ci racconta molto dei flussi energetici all’interno del nostro corpo…

[6] Non siamo né ciechi né ignoranti e conosciamo i mille usi rituali che si possono fare del sangue; eppure, a parte alcuni lavori apotropaici, si tratta di operazioni per lo più abominevoli, spesso svolte da persone che, purtroppo per loro, nemmeno si rendono conto dei guai in cui si stanno ficcando.

[7] Ivi p.

[8] L’utilità di recuperare usanze ripetute per migliaia di anni è strettamente esoterica e non va confusa con il piacere che certuni hanno per la rievocazione: chi non distingue le due cose deprecandone il senso e scambiando la prima per la seconda, è come il cieco che pensa gli sia inutile il bastone solo perché non è zoppo.

[9] Estratto della Conferenza pronunciata il 15 maggio 1997 in occasione del terzo colloquio del Gruppo d’Orval a Herbeumont dal direttore della rivista Antaios Chistopher Gerard, la rivista di studi politeisti Antaios è stata fondata nel 1959 da Ernst Jünger e Mircea Eliade; Antaios è membro del Centro Mondiale delle Religioni Etniche (CMRE)

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