Perché credo che Sacerdotesse e Sacerdoti pagani non siano e non saranno mai dei ‘parroci’

Abbiamo da poco inaugurato una pagina del sito dedicata ai servizi -rituali- alla comunità… Wiccaning/Seining, Handfasting etc. dove diamo la nostra disponibilità, quali Sacerdoti e Sacerdotesse, a celebrare questi rituali che possono accompagnare momenti così importanti nella vita di ciascuno. Premesso che, come anche già accennato QUI, chi è Wicca -ed è dunque un iniziato-, già a partire dal 1° grado è una Sacerdotessa/Sacerdote, okkkkey, ma quando usiamo questi termini… di cosa stiamo esattamente parlando?

Sotto il largo ombrello di ciò che definiamo paganesimo, molte persone storcono il naso non appena sentono la parola ‘Sacerdozio’… e la mia spiegazione per questo è -banalmente- che hanno ancora in mente l’immagine del loro parroco, della chiesa cattolica (o meno) e del suo clero.

E, siccome “per il martello ogni problema è un chiodo”, ovvero interpretiamo la realtà sulla base degli strumenti e stereotipi che abbiamo, stante il fatto che usualmente i modelli di riferimento sono quelli delle grandi religioni monoteiste, ci si aspetta -o si teme- che una sacerdotessa o un sacerdote pagano sia o debba essere una versione nemmeno troppo alternativa e più o meno fricchettona del classico prete con annessi e connessi: la cosa sarebbe tragica se non fosse, invece, piuttosto comica (almeno per me). Allo stesso modo, siccome è più facile mettere in fila 10 gatti neri che d’accordo 3 pagani, se alcuni temono questo modello, altri, invece, lo considerano addirittura auspicabile.

Eppure, se ci pensate, prendendo ad esempio i sacerdoti del paganesimo antico, questi erano ben differenti rispetto al modello ‘parroco’ (ed anche i fedeli avevano tutt’altre aspettative). Per intenderci, a parte casi molto particolari (oracoli etc.), non  si andava al tempio per chiedere consiglio al Sacerdote/Sacerdotessa. Il loro compito era di prendersi cura dei santuari e svolgere i riti necessari, non di provvedere ‘alla cura pastorale’.

Se i Pagani moderni debbano o meno rifarsi a quel modello è una bella domanda a cui, per ora, sento di non aver risposta definitiva. Tuttavia, credo che il modello ‘parroco’, sia quasi agli antipodi di quel che penso, sento ed avverto sia il sacerdozio pagano.

(Per quel che mi riguarda, se proprio proprio proprio doveste riconoscermi in una figura simile ad un prete, fate almeno che sia Don Zauker) 

 

 

Ironia a parte, desidero dunque condividere con voi la mia personale opinione su cosa ritengo sia il ‘Sacerdozio’ in ambito pagano. Conosco tante Sacerdotesse e Sacerdoti con parecchia più esperienza del sottoscritto, per cui, per prudenza, mi limiterò a raccontare come vivo il mio.

Servire gli Dèi e il loro culto, comunicare con loro

Questo è ciò che sento di più forte -quasi ficcato nella carne- rispetto all’essere sacerdoti e, per dirla in modo più esplicito: tutto il resto è in secondo piano. Sono un Sacerdote di Silvano (Fauno Silvano, nelle sue più varie sfaccettature), certo, onoro ed offro anche ad altre divinità, ci mancherebbe, ma quel che voglio sottolineare è che mentre i monoteisti discutono tra loro su ciò che il Dio unico vuole da loro, in genere i politeisti capiscono che il servizio che un Dio o una Dea vuole per sé può essere molto diverso a seconda dell’uno o dell’altro. Per questo non sono poi così certo che esista un sacerdozio pagano ‘generico’ in senso stretto (d’altra parte, nemmeno in antichità è mai esistito).

Esprimere a loro gratitudine, devozione, raccontare dei miei o dei vostri desideri è solo metà di quel che sento importante fare come Sacerdote rispetto agli Dèi. L’altra metà, che credo essere la più importante, è ascoltarli. Perché è molto più facile parlare e chiedere piuttosto che ascoltare: eppure parlano, eccome se parlano. Ed hanno la propria agenda, i propri obiettivi… difficili da servire se non si presta loro orecchio. Alle volte, prestarvi ascolto è prestare loro anche la nostra parola e la nostra azione e dargli Voce, concretamente.  In un bell’articolo di John Beckett su questo argomento, l’autore (a cui sono largamente debitore per questo pezzo) spiega molto meglio di me quanto sopra con questa riflessione quasi didascalica:

“Se una Dea può parlarti, allora può parlare con chiunque altro. Però, siamo certi sia in grado di sentire la sua voce? La mia esperienza è che è raro che una divinità ti chieda di consegnare ad altri un messaggio, è invece più comune che una divinità abbia bisogno che tu faccia sapere a qualcuno che la vedi e la vivi come reale in modo che a loro volta possa riconoscerne la voce quando la divinità gli parlerà”

Ed ecco, arriviamo al punto successivo di quel che credo faccia una Sacerdotessa e/o un Sacerdote…

Facilitare il percorso altrui

A differenza del cristianesimo, non avverto alcun dovere morale di fare da pastore a greggi e curare anime altrui (a meno che non sia esplicitamente richiesto e, anche quando, è cosa che valuto con molto spirito critico). Non amo guidare ovini, non solletica il mio ego e, a parte ringraziarle per il pecorino, la ricotta e la lana, le pecore non sono nemmeno fra gli animali che amo di più.

Non amo, inoltre, chi delega ad altri il proprio lavoro di avvicinamento al Sacro e al Divino e, se pure per esperienza e percorso fatto posso essere un facilitatore dell’altrui cammino, di certo non posso sostituirmi in nulla di ciò che è ottenibile solo facendo di  proprio pugno. Utilizzo il termine facilitatore non a caso: io, così come ogni Sacerdote e Sacerdotessa, non sono né un ‘interprete’ del divino e né qualcuno che possa o voglia spiegartelo più di tanto. Quel che ne so, è esperienza mia, personale.

Sì, negli stati di trance oracolare che caratterizzano la nostra come altre tradizioni, posso prestare voce e corpo ad una particolare divinità, ma in quel momento io,semplicemente, non ci sono (o quasi).

Insisto sul ‘facilitare’ perché raccoglie sia gli aspetti informativi/formativi che caratterizzano i gruppi di studio e sia gli aspetti più strettamente correlati alla parte religiosa, iniziatica e misterica della nostra religione. Oltre a ciò, non vado né voglio andare, così, ad esempio, chi pretendesse un supporto psicologico da confessionale, di certo ha sbagliato sacerdote. Rhea (la nostra Grande Sacerdotessa) ha fatto un percorso formativo in psicosintesi che certo la aiuta a comprendere aspetti psicologici della persona che le si rivolge, ma non siamo psicologi e non siamo qui per risolvere i problemi di nessuno, anzi. Chi affronta questo percorso, deve essere ben saldo e strutturato, perché è un cammino complesso e, spesso, i problemi aumentano. Così andiamo al terzo e ultimo punto…

Testimoniare una possibilità

Testimoniare il fatto che sia concretamente possibile avere esperienza diretta del Divino. Vederlo. Parlarci…. e che se ci sono riusciti in tanti, fra cui io che sono duro di zucca, insomma, forse non è una cosa così incredibile come può sembrare. Perché sì, si può fare, e lo potete fare VOI, senza alcun parroco o intermediario che se ne occupi al posto vostro.

Ad alcuni risulterà più facile che ad altri (e viceversa) ma è possibile. E’ impegnativo? Sì. E’ faticoso? La risposta è ancora sì.

Ne vale la pena? Sì, e non passa giorno in cui non senta di ringraziare per questo.

 

Unendo tutti questi tre punti, direi che un tratto forte del sacerdozio, perlomeno per come lo vivo, è quello di ‘mediatore’, senz’altro, ma se la parola ‘mediator’ che in inglese calza a pennello e la ritrovo in tanti autori stimati la si utilizza in italiano, ecco che si presta a molti fraintendimenti. Forse meglio usare un termine antichissimo, latino, pontifex: costruttore di ponti. Come dicevo, il tentativo è quello di facilitare, costruire il ponte, certo non di fare da ‘tramite’, come di colui che è passaggio obbligato fra l’umano e il divino e, questo, marca l’enorme differenza fra noi e le religioni abramitiche.