Una tensione morale

(di Luca Ariesignis Siliprandi)

La Wicca, di per sé, non ha precetti morali. Ha solo un suggerimento: “Di otto parole il Rede Wiccan è per noi – Se non danneggia nessuno, fa ciò che vuoi”, semplice, no?

No. Affatto…. E chi la ritiene una massima utilizzabile a comodo applicabile al limitato giardino della propria individualità, si sbaglia alla grande. Prova ne sia che da sempre siamo impegnati a sostenere valori quali la tutela delle differenze, dell’ecologia e della democrazia. Non smetteremo di farlo. Ovvio, stante che il sottoscritto nemmeno si sogna di essere “Voce della Wicca” (anzi, consentitemi, sarebbe un incubo), da qui innanzi tenete conto che parlerò solo ed esclusivamente a titolo personale… ma tant’è. Partiremo da alcuni concetti basilari, giusto per sgombrare la strada da alcuni fraintendimenti. Ecco, partiamo dal termine ‘Etica’.

L’etica (termine derivante dal greco antico ἔθος (o ἦθος), èthos, “carattere”, “comportamento”, “costume”, “consuetudine”) è una branca della filosofia che studia i fondamenti razionali che permettono di assegnare ai comportamenti umani uno status deontologico, ovvero distinguerli in buoni, giusti, leciti, rispetto ai comportamenti ritenuti ingiusti, illeciti, sconvenienti o cattivi secondo un ideale modello comportamentale (ad esempio una data morale).
L’analisi etimologica rivela una parentela stretta tra la parola “Etica” e la parola “Morale” (la prima dal greco ethos, costumi, abitudini; la seconda dal latino mores consuetudini, usanze). Però, da un punto di vista filosofico, l’ etica ha una dimensione più teorica della morale: l’etica indaga e stabilisce i principi sulla base dei quali la morale costruisce l’insieme delle norme che regolano l’agire pratico. L’etica definisce una dottrina che si pone al di sopra e al di là delle singole culture, esprimendo quei valori universali che ispirano le norme particolari. L’etica è la base su cui si costruisce la morale. La morale ha invece una dimensione pratica poiché procede costruendo le norme di comportamento sulla base di principi espressi dall’etica, norme che consentono all’uomo di orientarsi nella vita; questa azione è buona, questo comportamento è giusto… tuttavia, se abbandoniamo la definizioni da ‘vocabolario’, così come hanno dimostrato numerosi studi antropologici e sociologici, la distinzione fra etica e morale è pressoché inesistente e ci viene a confondere piuttosto che, invece, ad aiutarci a fare chiarezza. Qui, dunque, utilizzeremo il termine ‘etica’, nel modo più esteso possibile.

Etica, libertà e volontà

Il problema della libertà è fondamentale nell’etica perché se un’azione non è libera, chi la compie non è responsabile di ciò che fa e, in assenza di responsabilità non si danno azioni morali, ma solo esecuzioni di ordini o adeguamento ad uno stato di necessità (faccio così perché non posso fare altrimenti).
Così, il concetto di responsabilità discende immediatamente dal concetto di volontà. Essere moralmente responsabili significa infatti scegliere volontariamente di fare una certa cosa e, di conseguenza, farla consapevolmente, cioè avendo ben chiare le motivazioni e le conseguenze delle proprie azioni.
Se quindi da una parte la libertà è necessaria perché si verifichino le condizioni che rendono possibile il comportamento morale, dall’altra parte il suo esercizio solleva il problema del limite.
Porre dei limiti alla libertà individuale significa fondamentalmente stabilire che ognuno è libero di fare ciò che crede, purché questo non comprometta la libertà degli altri.
Inoltre, per evitare che si cada nell’anarchia del “pur nel rispetto reciproco, ciascuno faccia ciò che gli pare” ogni società complessa e gerarchizzata ha introdotto i più disparati correttivi per tutelare se stessa e lo status quo.
Un esempio. Se pensiamo all’etica della vita quotidiana, essa è ciò che normalmente deriva dai nostri genitori, dai nostri professori etc. forma di raccomandazioni o comandamenti concreti, di divieti e di diritti, insomma di concrete interpretazioni della virtù, da cui s’imparano sistemi valori ali.
Così, l’etica della vita quotidiana è un’etica sostanziale in quanto è formata da concrete raccomandazioni, da concreti comandamenti, nel senso che in essa l’agire morale non aleggia nel vuoto, ma ricade all’interno dei concreti rapporti con la famiglia, con lo stato, con la società civile, per cui il pensiero, nel momento in cui si propone di riflettere sull’etica, non può non tenerla in considerazione.
Questa sorta di etica sostanziale, rivendica il valore delle istituzioni reali e storiche (famiglia, corporazioni, classi, stato, costumi, tradizioni) come indispensabile sfondo e sostanza dell’agire morale. Contrariamente ad etiche più astratte che, per esempio, possono dirci di essere coraggiosi o virtuosi, ma non dicono cosa si debba fare per esserlo in particolari situazioni, l’etica a cui siamo usualmente abituati riguarda l’applicazione concreta delle norme nelle situazioni nella contingenza della quotidianità dell’individuo: sono le regole. L’individuo non ha la possibilità di interpretare le regole, che sono le norme concrete, le deve solo seguire. All’opposto, l’etica Wicca, che trae dalla stregoneria una buona dose di “anarchia” e “libera espressione dell’individuo”, considerato che si basa su un unico principio ovvero “Finché a nessuno nuoce, fa ciò che vuoi”, può sembrare qualcosa di molto generico, poco articolato e forse addirittura semplicistico.
In realtà quando ci soffermiamo a considerare le fonti dell’etica della Wicca e le loro interazioni, quella che si forma davanti ai nostri occhi è una tela dai disegni complessi ed eleganti e ricca di sfumature e possibilità.
Dietro a questa apparente semplicità stanno invece due punti importantissimi che sono impliciti nel “Fai ciò che vuoi”: il fatto che l’individuo sia in grado di scegliere e che sappia quale sia la sua reale volontà (e, quindi, conosca il suo vero Io).
Forse non è un caso che sull’ingresso del Tempio di Delfi si dice vi fosse la scritta γνῶθι σαυτόν, conosci te stesso o, anche, “Diventa ciò che sei”, ossia lo scegliere di essere in base a quella che è la conoscenza di sé e delle proprie capacità.
In questo senso, il conoscersi implica anche una scelta esistenziale: si sceglie se stessi come una persona in grado di distinguere fra bene e male, ma scegliendo se stessi come una persona che sa distinguere fra bene e male, si sceglie se stessi ANCHE E SOPRATUTTO come una persona che sceglie il bene. Questo è il ritratto della persona eticamente virtuosa. Quando parliamo di ‘scelta’, non intendiamo qualcosa di metafisico, di ‘capitale’. Più spesso, anzi, capita che ci si ricordi di aver preso una decisione, una volta, senza saperla collocare più nello spazio e nel tempo e, contemporaneamente, che si sia o meno in grado di ricordare quella particolare esperienza di deliberazione e decisione, nessuno che abbia mai compiuto una scelta esistenziale dubiterebbe del fatto che sia davvero una scelta, ovvero che una volta nel tempo è esistita la possibilità che non divenissimo ciò che realmente siamo e che solo la nostra risoluzione ha escluso questa possibilità, in direzione –speriamo-del bene.

Etica dell’astensione ed etica dell’azione

Come si diceva, la quasi totalità delle religioni possiede o possedeva un nucleo di principi etici e morali. In particolare, se pensiamo ai monoteismi abramitici, la questione si fa particolarmente forte e stringente. È importante notare che questi principii o comandamenti sono spesso di ordine negativo/astensivo (“Non fare”) piuttosto che di tipo attivo/prescrittivo. Se ripensiamo ai 10 comandamenti, noteremo che solo il 4° non inizia con “Non”.

1. Non avrai altro Dio all’infuori di me:
2. Non nominare il nome di Dio invano
3. Ricordati di santificare le feste
4. Onora il padre e la madre
5. Non uccidere
6. Non commettere atti impuri (violenza e adulterio).
7. Non rubare
8. Non dire falsa testimonianza
9. Non desiderare la donna (o l’uomo) d’altri
10. Non desiderare la roba d’altri

Ci troviamo, cioè, in quella che già avevamo definito “Etica sostanziale”. È assai probabile che questa ‘struttura’ di tipo astensivo, presente nell’ebraismo prima e nel cristianesimo poi, dipenda in larga misura dall’influenza che ebbe la religione egizia sull’ebraismo delle origini. In particolare, vale la pena citare le cosiddette “42 confessioni negative” (dal Papiro di Ani) con cui era pesata l’anima del morto:

1. Non ho commesso peccato.
2. Non ho commesso furti con violenza.
3. Non ho rubato.
4. Non ho ucciso né uomini né donne.
5. Non ho rubato grano.
6. Non ho sottratto offerte.
7. Non ho rubato le proprietà degli dei.
8. Non ho mentito.
9. Non ho sottratto cibo.
10. Non ho proferito maledizioni.
11. Non ho commesso adulterio, non ho giaciuto con uomini.
22
12. Non ho fatto piangere nessuno.
13. Non ho mangiato il cuore [cioè Non ho rattristato inutilmente, Non ho provato rimorsi].
14. Non ho attaccato alcun uomo.
15. Non sono un ingannatore.
16. Non ho rubato terra coltivata.
17. Non ho spiato.
18. Non ho calunniato.
19. Non mi sono adirato senza ragione.
20. Non ho corrotto la moglie di nessuno.
21. Non ho corrotto la moglie di nessuno. (Ripete l’affermazione precedente, ma rivolto a un altro dio.)
22. Non mi sono contaminato.
23. Non ho terrorizzato nessuno.
24. Non ho trasgredito la legge.
25. Non sono stato iroso.
26. Non ho chiuso le mie orecchie alle parole della verità.
27. Non ho bestemmiato.
28. Non sono un uomo violento.
29. Non sono un agitatore di contese (o un disturbatore della pace.)
30. Non ho agito (o giudicato) frettolosamente.
31. Non ho curiosato nelle varie questioni.
32. Non ho moltiplicato le mie parole nel parlare.
33. Non ho fatto torti, né ho fatto il male.
34. Non ho compiuto sortilegi contro il Re, né proferito blasfemie contro il Re.
35. Non ho fermato [il corso del]l’acqua.
36. Non ho alzato il tono della mia voce (parlando con arroganza, o con ira).
37. Non ho bestemmiato il Dio.
38. Non ho agito con ira malefica.
39. Non ho rubato il pane degli dei.
40. Non ho sottratto alle anime dei morti le torte khenfu.
41. Non ho strappato il pane al bambino, né trattato con disprezzo il Dio della mia città.
42. Non ho abbattuto la mandria appartenente al Dio

È solo con il nuovo testamento che, per la prima volta, viene introdotto un comandamento di tipo prescrittivo/pro attivo (“Ama il prossimo tuo come te stesso”). Contrariamente all’ambito Egizio, Ebraico e Cristiano, le religioni politeiste del bacino del Mediterraneo (Greca, Latina etc.), avevano per lo più una morale di tipo pro attivo (ossia del “Devi fare”) e, questa, è una differenza tutt’altro che sottile, perché sposta l’idea di etica dalla ‘logica del divieto’ alla logica dell’azione, ovvero, sei morale quando agisci piuttosto che quando semplicemente ti astieni dal farlo. Tuttavia, come avrete già intuito, paradossalmente, nonostante l’apparente semplicità del principio etico Wicca, il suo richiedere alla persona una conoscenza profonda di sé e il prendersi carico in modo esistenziale della scelta, rende la cosa assai più complessa del semplice rispetto di un decalogo di divieti.

Fin qui, parlando di etica, tutto sembrerebbe vertere sull’individualità e sulla persona ma, se ci pensate e calate questo ‘consiglio’ nella società, vi è una tensione morale all’azione che non può esimersi dall’agire nel mondo. Così, ad esempio, se ami la tua libertà quale fondamento dell’etica, non puoi che difenderla per ogni altro individuo. Se ti senti intimamente parte del cosmo e della Natura in cui vivi e di cui veneri cicli e stagioni, non puoi che tentare di preservarla. La Wicca NON è una religione ‘individualista’ ed anzi, il suo nucleo è profondamente comunitario, nel senso che richiama la persona ad una coerenza fortissima fra ciò che fa e ciò che è e, tale coerenza, non può che essere giocata anche nelle proprie scelte in ordine a come si comporta nel mondo, alla società che vorrebbe e vuole promuovere. Nonostante la Wicca, di primo impatto, possa sembrare elitaria, trova invece il proprio fondamento etico in un afflato egualitario che non confonde uguaglianza con massificazione, né la pari dignità con l’annullamento delle differenze che, anzi, sono considerate fonte di ricchezza.

Solo il cielo sa quante lune ci restano da vedere, quante ne vedremo levare, quante ne vedremo calare… nel tempo che ci è concesso, credo che ognuno debba porsi la questione: quale mondo vorrei? cosa faccio io?

Non solo in termini di contributo personale ma, sopratutto, in termini di scelta, ossia, piuttosto: che persona voglio essere?