Costruire un rituale per la prima volta

(di Luca Ariesignis Siliprandi)

Siamo pieni zeppi di siti o pagine facebook che danno informazioni più o meno valide su come ‘confezionare’ rituali di varia natura, ma quando si è agli inizi, più che una serie di istruzioncine pratiche, servirebbe forse capire di cosa si sta parlando. Cosa è un rito? Soprattutto: cosa è un rito per noi neopagani e nella stregoneria?

Dato lo scopo introduttivo all’argomento che ci siamo dati in questo articolo, sarò costretto a fare molte, moltissime semplificazioni; però, prima di pensare ad un manuale d’uso, credo sia importante fare un passo indietro e tentare di avere una visione più vasta della cosa.

In primis, è necessario distinguere fra conoscenza e credenza, fra conoscenza tramite esperienza e la mera speculazione intellettuale. Questo, a maggior ragione, è importante se consideriamo ciò che ‘conosciamo’ o crediamo di conoscere del divino. Noi pagani, infatti, non crediamo (almeno nel modo usualmente inteso), aderiamo: questa è una delle differenze fondamentali fra le fedi abramitiche e il paganesimo. Non vi può essere paganesimo legato ad un essere ‘fedeli’ se con questa parola intendiamo ‘il ritenere possibile quel che ancora non si è sperimentato o non si conosce personalmente’, come accade invece per le religioni rivelate dove è necessario credere, per così dire, in fiducia. Se questo vi accade con gli Dèi, c’è il rischio che abbiate iniziato con il piede sbagliato. Il divino deve essere un’esperienza diretta e solo sulla base di questo incontro non mediato vi può essere fides nell’accezione antica del termine, ovvero lealtà, fiducia. Tutto ciò è raggiungibile attraverso il Rito, che non dovrebbe dunque essere preso alla leggera come si vede alle volte. Anche non rivolgendovi a divinità particolari, anche il rituale più semplice, è in realtà un modo per entrare in contatto con il mondo magico e, più in generale, con il sacro.

Scoprirete che simili scene (questa è tratta da ‘The Craft’, 1996), sono molto, molto poco credibili…

Cos’è un rito

Il termine ‘Rito’ proviene dal latino Ritus che deriva, a sua volta, dalla radice indoeuropea ar, la quale raccoglie una complessa costellazione di significati di cui fanno parte le parole latine ar-tis, arte, abilità e ar-tus, articolazione. Sfogliando qualche dizionario etimologico e i tanti lavori sull’argomento ampiamente disponibili, vediamo che con significati simili ritroviamo la medesima radice anche nei termini greci ar-thron, giuntura, articolazione, membro; arthmos, legame, unione, arithmos, numero, ed anche ar-ar-isko e artuno, adatto, armonizzo.

L’origine della parola rimanda quindi all’idea di unione armonica fra cose distinte, significato che ancora resta nelle parole sanscrite ri-ta-e, ordine cosmico, e ri-tu, l’ordine stagionale. Ritualizzare è compiere l’azione ‘conforme all’ordine’.

Per ogni gesto, ogni segno, ogni parola pronunciata, l’Universo si muove e parla assieme all’officiante. Così, se volete comprendere un rito, è buona cosa considerare quanto si avvicini a gesti archetipici, compiuti in Illo tempore, ai primordi della storia, ed è per questo che la forma può e deve essere espressione della sostanza.

Infatti, solo quando forma e sostanza coincidono nel rito, questo ci permette di fare esperienza di noi come parte di un mondo sacro e sacralizzato dove non c’è ‘fede’, ma un fare ed un essere in solidarietà con la Natura nei modi e negli atti della vita.

Lo stesso aggettivo ‘sacro’ deriva dal latino arcaico sakros, a sua volta proveniente dal radicale indoeuropeo *sak che indica qualcosa a cui è stata conferita validità ovvero che acquisisce il dato di fatto reale, suo fondamento e conforme al cosmo[1].

La struttura dei riti è ampiamente variabile sulla base degli scopi, della tradizione e del pantheon di riferimento, del resto, giacché il rito è il complesso di norme che regolano le cerimonie di un culto, non potrebbe essere diversamente. È quindi profondamente rischioso tentare di concettualizzare una teoria generale dell’idea di rito, tuttavia, preferendo questo pericolo al nulla dire, vi sono tre elementi che costituiscono la norma di qualsiasi azione rituale: il corpo, il simbolo e la ripetizione. Il primo elemento, il corpo, è la nostra fisicità nello spazio intesa come insieme di posizioni, gesti e suoni, voce inclusa. Questa fisicità, accompagnata da un senso che va oltre alla sua concretezza, introduce l’elemento del simbolo (interiore ed esteriore) che ci consente, attraverso alla sua ripetizione, di ricollegarci a spazi e tempi di dimensioni altre rispetto all’ordinario.

Ognuno dei tre elementi è indispensabile all’altro, così ad esempio, ripetizione e simbolo, a nulla valgono senza l’azione: «Non è a partire da un aldilà che la divinità opera nel foro interiore dell’uomo, o nella sua anima, misteriosamente unita ad essa. Essa è tutt’uno col mondo. Essa si para dinanzi all’uomo a partire dalle cose del mondo, quando egli è in cammino e partecipa al fermento vitale del mondo. L’uomo fa l’esperienza del divino non attraverso un ripiegamento su di sé, bensì attraverso un movimento verso l’esterno»[2].

Oltre al corpo, al simbolo e alla ripetizione, che sono gli elementi essenziali e per così dire costitutivi dell’azione rituale, quest’ultima si sviluppa nel tempo in una sequenza fondamentale[3] di ‘disintegrazione e reintegrazione’ articolabile in tre fasi:

  1. una separazione, in cui si prendono le distanze dallo stato di cose usuale presente o da una precedente condizione;
  2. un momento liminale o di transizione, in cui si vive per l’appunto il senso del limite o il rapporto con qualcosa di altro o di ‘mutato’
  3. e, infine, un momento di fissazione della nuova condizione o di rinnovo di un’antica unione perduta.

In buona sostanza, si tratta di una sorta di atto comunicativo dove, la sequenza delle azioni, costituisce una narrazione che l’officiante ripercorre esteriormente nell’azione del gesto e, interiormente, nel simbolo che deve essere vissuto e compreso anche quale ripetizione di un senso che lo precede. In questo dialogo narrativo che si articola fra esterno e interno dell’officiante, unendo questi poli in modo armonico, il Rito diviene vero e proprio linguaggio con una grammatica e una sintassi. Attraverso questa grammatica, l’azione rituale marca una differenza nel normale fluire del tempo e dischiude nella quotidianità la possibilità di un cambiamento; è un’azione che tende a trascendere le circostanze e le contingenze trasfigurando l’esperienza ordinaria per renderla partecipe di una narrazione preesistente, sovra ordinata, più antica e profonda. Serve dunque perseveranza, fatica e una certa dose di coraggio nell’affrontare la selva di variabili che compongono un rito. Non si tratta di regole scolpite sulla pietra e non s’insisterà mai abbastanza su quanto conti avere un proprio modo di ritualizzare, allo stesso tempo però, non si deve cadere nella tentazione di preferire il ‘fai da te’ per indolenza o superbia. Spesso è molto più facile dire «faccio questo e quello perché io lo sento così» piuttosto dell’ammettere che, più semplicemente, si è stati troppo orgogliosi o pigri per studiare, approfondire, riflettere, confrontarsi con altre esperienze. Senza un minimo di basi anche teoriche si rischia di intendere simboli e riti complessi in modo puerile. Sono argomenti complessi che difficilmente possono essere dominati senza un minimo di studio e applicazione. Non credo modifichereste il motore della vostra auto o i componenti del vostro computer se non foste assolutamente certi di tutti i fattori coinvolti: se questo vale per ogni attività umana, non dovrebbe valer a maggior ragione per ciò di cui ci occupiamo qui? Tutti abbiamo sbagliato, né mai saremo immuni da errore, quindi come cominciare?

Fra poco vi proporrò alcuni semplici passi, ma tenete conto che non esiste pratica rituale che possa portare a qualcosa se non accompagnata da un lavoro energetico che agisca sui movimenti interiori che esulano dal mondo fisico. Per fare questo, le tecniche di visualizzazione (al proposito abbiamo scritto di recente anche QUI) possono aiutare moltissimo. Pratiche come il ‘radicamento’ (potete trovare un video in qui ne parlo poco più sotto) o il ‘centrarsi’, per dirne alcune fra le più note ed elementari, sono ormai universalmente considerate l’ABC per chiunque si interessi di magia non solo in termini di studio, bensì di pratica reale e fattiva.

I gruppi di studio organizzati ormai da quasi tutte le tradizioni neopagane d’Italia (wiccan e non, dal druidismo allo sciamanismo) forniscono tutti gli strumenti necessari del caso nonché -ovvio- un bagaglio di saperi che in questo articolo sarebbe stato impossibile riassumere. Chi non avesse modo o non sentisse ancora congeniale a sé partecipare a questi percorsi, potrebbe comunque ottenere ottimi risultati lungo tante altre strade (fra cui mi sento di segnalare lo yoga). Molto libri sono stati scritti al riguardo e materiale è disponibile su internet, sia sotto forma descrittiva che di video: possono aiutare tanto, ma considerate sempre che la cosa funziona al pari dell’imparare il Kung Fu guardando un video di Bruce Lee. Per quanto si possa essere dotati, confrontarsi con chi ha approfondito e praticato queste pratiche da anni senz’altro aiuta (direi, anzi, è indispensabile). Chi non potesse affrontare il percorso con persone qualificate, non si deve demoralizzare. Provi intanto come può e con quel che può, che è sempre cosa buona.

Progettare un rituale

Che si tratti di una celebrazione rivolta agli Dèi o di un semplice lavoro magico, ogni giovane strega e stregone, mago (o aspiranti tali) si trova ad affrontare questo primissimo problema: anche se sembra di avere le idee chiare, quando si inizia ad entrare nel dettaglio si scopre che, in realtà, si deve pensare ad un discreto numero di cose! Esistono differenze anche significative fra tradizioni, scuole etc. ma, molto semplificando, possiamo darci questa sequenza di cose su cui riflettere:

  1. I materiali – È indispensabile pensare a tutte le esigenze pratiche del rituale che andrete a costruire e fare una checklist. Cosa vi serve? Quali candele, erbe, incensi etc. Un consiglio per cominciare: non esagerate, meglio poche cose azzeccate che apparecchiate a festa come vedo in tante foto su Instagram.
  2. La definizione dello spazio in cui si eseguirà il rito – Dove ritualizzerete? Se prevedete l’apertura di un cerchio considerate che, anche celebrando soli, per comodità è meglio non sia più piccolo di 2 metri di diametro. È previsto un altare? Dove lo posizionerete? Presso un punto cardinale (quale?), oppure al centro? Per iniziare, se il rituale prevede che vi rivolgiate a divinità, vi suggerisco di porre l’altare a nord mentre, nel caso si tratti di un lavoro magico che non lo richiede, potrete porlo al centro del cerchio (che, in questo caso, valutate quanto sia effettivamente necessario). Se pensate di celebrare all’aperto, QUI troverete alcuni consigli utili.
  3. L’organizzazione dell’altare – Come si diceva poco fa, la forma può e deve essere espressione della sostanza. Nella Wicca, ad esempio, l’altare segue una predisposizione precisa (anche se con differenze a volte non trascurabili fra le diverse tradizioni) ed è basata su una logica di corrispondenze che le è propria. Allo stesso modo, qualsiasi sia il vostro riferimento, considerate che l’ordine e la posizione con cui disponete candele e vari oggetti dovrebbe riflettere l’immagine -la concezione- che avete del macrocosmo/microcosmo magico. Al riguardo, se non si hanno le idee molto chiare, è forse meglio riferirsi a disposizioni già usate e consolidate. Ripeto: è meglio un altare che segue un preciso ordine di corrispondenze che una gradevole scenografia da vetrina!
  4. Stabilire una traccia per il rito – cosa viene prima e cosa viene dopo? Ecco, questa è forse la parte più difficile… vediamo assieme alcuni passaggi da considerare.
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Una struttura base per i rituali

Alle volte, specie nella pratica solitaria (che peraltro accompagna costantemente anche chi appartiene a tradizioni, congreghe etc.), nascono rituali spontanei di incredibile bellezza e ‘potenza’, tuttavia, credo che muovendo i primi passi in questo mondo così affascinante, possa essere molto utile stabilire almeno una scaletta di cosa si farà durante il rituale (scrivetela, vi aiuterà!). Riducendo a livelli elementari una ipotetica sequenza rituale, questi sono gli elementi -e l’ordine- che mi permetto di proporvi come traccia di massima:

  1. Preparazione – Si tratta di predisporre il tutto per il rituale. L’esperienza vi insegnerà che alcuni dettagli di poco conto possono fare la differenza. Ad esempio, vi siete ricordati un carboncino di scorta per l’incenso? Avete un fiammifero o un accendino pronti all’uso nel caso vi spegnesse una candela? Avete controllato di esservi ricordati tutto il necessario? Inoltre, al di là degli aspetti pratici, considerate che questo è un buon momento per entrare mentalmente e spiritualmente nella giusta predisposizione. Così come state preparando lo spazio fuori da voi, così dovreste farlo ‘in voi’ e, questo, è vero anche per una prima attenzione alla purificazione (fuori e dentro).
  2. Purificazione – Ora che tutto è pronto per il rituale, dopo esservi presi qualche minuto per centrarvi, considerate che nell’approcciarvi al mondo magico, molte tradizioni insistono sulla purificazione dello spazio e di chi vi opererà; ci sono molti motivi per farlo e non è questo lo spazio per parlarne, ma fino a che non vi siate fatti una idea vostra al riguardo, mi sento di caldeggiare questa operazione. Potete purificarvi ritualmente anche con sistemi molto semplici, dallo sciacquarvi le mani al passarvi attorno i fumi dell’incenso. Questo è vero anche per lo spazio attorno a voi, dal passare la scopa in modo rituale al camminare nell’area con uno smudge/incenso, poco importa: restate concentrati su quell’intenzione, ossia purificare. Considerate inoltre che, in molti rituali di apertura del cerchio, una fase di purificazione dello spazio è già -per così dire- “inclusa nel pacchetto” e quindi, fatte salve situazioni particolari, non ha molto senso prevedere una purificazione preliminare.
  3. Creazione dello spazio sacro – È argomento che meriterebbe un intero tomo a questo dedicato; ciò detto, com’è noto molte tradizioni pagani e/o neopagane prevedono questa fase rituale per diversi motivi che non staremo qui ad elencare compitamente. Mi permetto però di segnalare un punto: per piccoli lavori magici, non è pratica strettamente necessaria. Vero è però che, personalmente, specie iniziando questo percorso, la suggerisco perché aiuta anche in termini psicologici ed energetici intervenendo su almeno tre fattori: vi farà sentire in un qualche modo più sicuri (sì, all’inizio, anche se i pericoli sono invero pochissimi quanto rari, un poco di ‘fifa’ è del tutto normale ma controproducente), vi aiuterà a mettervi nella corretta disposizione per intraprendere l’azione rituale centrale, vi impratichirete con uno degli strumenti più noti della magia.
  4. Invocazioni alle divinità – Non sempre e non tutti i lavori magici richiedono che le divinità siano direttamente coinvolte con invocazioni. Dipende dal lavoro che farete e dalla vostra sensibilità nel capire se sia o meno il caso. In generale, considerate che se non avete le idee molto chiare e non avete almeno un poco approfondito i significati e le sfere di azione delle divinità coinvolte, forse sarebbe meglio evitare. Allo stesso modo e per il medesimo motivo, nel caso decidiate di rivolgervi Loro, evitate ‘minestroni’ composti da più divinità provenienti da pantheon differenti. Il sincretismo ha accompagnato tutta la storia del paganesimo antico, ma si sviluppò con cognizione di causa, fatevi allora una domanda: siete certissimi di averla? Se dare risposta vi fa esitare, lasciate perdere e preferite divinità di medesima provenienza culturale. Decise quali siano le divinità, cercate di approfondirne lo studio della storia. Conoscere, ad esempio, con quali aggettivi erano chiamate (e perché) e, se sono note preghiere antiche a loro rivolte nei secoli, usatele, o prendetele perlomeno a spunto per comporre le vostre invocazioni. Un’ultima cosa, ricordate che nel caso chiamiate Divinità, sarebbe opportuno prevedere una offerta consona a ciascuna.
  5. Lavoro magico –Se si tratta di un rituale di celebrazione, che ha il solo scopo di offrire alle divinità, non è fase cha va necessariamente contemplata (così come, viceversa, trattandosi di solo lavoro magico non necessariamente sono coinvolte le divinità). Qui le possibilità sono pressoché infinite e variano in altrettanti milioni di combinazioni a seconda di ciò che vi siete prefissati. Anche in questo caso, però, come già detto circa la scelta dei materiali, mi sento di proporvi una ‘regola’: meno è meglio. Se già tenere conto di tutti questi fattori può risultare impegnativo per chi ha poca pratica alle spalle, figurarsi rituali più complessi! Non solo, per esperienza posso dirvi che i lavori magici più efficaci e riusciti ch’io abbia mai fatto o visto erano -nelle azioni svolte- di una semplicità quasi imbarazzante.
  6. Chiusura del rituale – In linea di massima, la chiusura del rituale segue l’ordine opposto e speculare con cui è iniziato. Quindi, ad esempio, una volta terminato il lavoro magico, ipotizzando abbiate chiamato le divinità e creato un cerchio, si prende congedo dalle divinità, poi dai quarti, poi si chiude il cerchio… ed infine si riassetta! Su quest’ultimo punto, specie se farete il tutto all’aperto, accertatevi di lasciare il posto esattamente come l’avete trovato. Questo sia per rispetto all’ambiente e sia perché non è mai buona cosa lasciare “avanzi” rituali specie se relativi a lavoro magico (guardatela così: lascereste incustodito in mezzo al bosco il vostro smartphone?).

Regole sì, ma non troppe! La Magia è un’Arte!

Se la magia è chiamata anche “l’Arte” (e ne parliamo anche QUI), non è un caso -e lo abbiamo anche visto analizzando l’etimo della parola ‘rito’-. Davvero la è e, come tale, ama la fluidità e pur tuttavia l’equilibrio, l’una che richiede movimento, l’altro la fissità. Che contraddizione, eh? Ad ogni modo, così com’é nelle arti liberali dove ogni pennello, oppure ogni musicista è differente, altrettanto è vero per il ritualizzare. Ciascuno ha i suoi tratti caratteristici nel costruire rituali. Ogni artista, però, prima di divenire tale si è dovuto confrontare con l’apprendimento di tecniche e, per dirla con altre parole, piccoli trucchi di bottega. Ne esistono tanti, ed ogni pittore vi potrebbe eventualmente svelare i suoi, alcuni, invece, sono noti a tutti i “mestieranti” dell’Arte. Qui, un breve elenco di quelli che ritengo -nel mio piccolo- più utili per chi inizia:

  1. La visualizzazione guida l’azione e non viceversa – Esempio: se la tal candela rappresenta la/il Dea/Dio e la fiamma esprime la sua presenza, a fronte di una invocazione, la fiamma sarà accesa a seguito di questa, quando “la vedrò” perché chiamata. Di certo, poco ‘armonico’ sarebbe accenderla prima, a meno che sia il vostro vedere a porvela innanzi nel momento in cui la invocate. Questo suggerisce un altro punto, ossia che la visualizzazione non può né deve ridursi ad un “immaginare”. Si tratta, invece, di dare forma visiva ad una sensitività che ognuno di noi ha, può avere o comunque sviluppare. Insomma “farsi film”, non significa visualizzare.
  2. The show must go no – Lo “spettacolo deve continuare”. Un rito non si ferma, mai! (al massimo si ricomincia da capo, che può avere un suo senso, es. per alcune tradizioni -penso a quella romana-, è così). Se sbagliate, a meno che non siano errori sui fondamentali, andate oltre e fatelo con la stessa nonchalance di un musicista navigato ad un concerto davanti ad uno stadio.
  3. Non trattenete l’Arte – Certi che abbiate capito il punto sopra anche in virtù delle vostre pregresse esperienze scolastiche, se non ricordate le parole esatte di una invocazione o di un passaggio, usate una parafrasi: è molto meglio che fermarsi. Restate “sul pezzo”. Già che ci siamo, se sentite uscire da dentro di voi parole che non avevate previsto, non mettetele a tacere. Ascoltate ciò che arriva; capirete magari poi quanto erano vostre esigenze inconsce o dati pervenuti dall’esterno. Sia che provenga dall’esterno, sia dall’interno, si tratta comunque di una canalizzazione. Sarà materiale interessante.
  4. Non sei il centro dell’universo – O meglio, per ritualizzare, devi portartici sopra ma non sei tu (perlomeno non il tuo “ego”). Questo è vero a maggior ragione se stai ritualizzando con altri: ascolta. Chi è sul centro sente gli altri e viceversa. Guarda, senti, osserva chi è con te e, se è il caso e ne hai le possibilità, aiuta. Aiutare, essere “a servizio”, è l’ultimo e il più importante di tutti i trucchi. Ha un solo difetto, se così possiamo definirlo: per funzionare deve essere sincero e autentico.

Sì, è vero, sono davvero tante le cose a cui pensare, ma nel tempo vi diverranno così abituali da sembrare quasi automatiche. Quando sbaglierete, quando vi si annoderà la lingua o balbetterete, quando inciamperete o vi si spegnerà per la centesima volta una candela (e succederà), non prendetevela. Fate un bel respiro, proseguite e siate felici di aver fatto una esperienza in più, è questo che rende esperti! Così, se posso un ultimo suggerimento -giuro!-, portate pazienza con voi stessi e, soprattutto: sorridete, siate felici. Questo è un Grande Segreto, davvero.


[1] Saggio di definizione del sacro, Julien Ries.

[2] W.F. Otto – per questa citazione si è debitori a Chistopher Gerard

[3] Questa distinzione in fasi è stata già individuata dall’antropologo Arnold Van Gennep in numerosi riti di passaggio.



Categorie:Approfondimenti, Divinità e Religione, Inizi, Ritualità

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