Sul “purificare”: senso e significato

(di Luca Ariesignis Siliprandi)

Com’è noto, fra il 1° e 2° giorno di Febbraio, punto mediano tra il solstizio d’inverno e l’equinozio di primavera, cade Imbolc, festività legata -fra le tante altre sue sfaccettature- alla luce, alla fertilità (con un forte riferimento all’ovinicoltura, visto che in questo periodo nascono gli agnelli), ed anche, a guarigione e purificazione. In questo Sabba, molte congreghe Wicca dedicano le proprie celebrazioni a Brigid, certamente una fra le dee più importanti di tutta la mitologia celtica.

Noi, rispettando la nostra consuetudine, resteremo invece nella ambito delle tradizioni italiche e romane che, al di là delle ovvie differenze rispetto all’ambito celtico, non se discosta così marcatamente come si potrebbe pensare per quanto riguarda il dato simbolico della ricorrenza. Infatti, in tutta la nostra penisola, Febbraio era il mese della luce e della purificazione per eccellenza. Il collegamento fra questo mese e la purificazione (e come si sostanziasse in diverse usanze e culti) è ben spiegato da Valentina Minoglio Gianoncelli in un bell’articolo di qualche tempo fa su Giunone Februa e in un nostro pezzo sui Lupercalia.

Oggi è disponibile in rete una grande quantità di informazioni sulle festività pagane e neo-pagane dei prossimi giorni, così, qui, desideriamo invece approfondire un poco il senso del termine “purificare” e come si inserisca nell’agire rituale (ne abbiamo parlato anche in questo articolo).

Usualmente, pensando alla parola oggetto della nostra breve indagine, la nostra mente si figura immediatamente l’idea del “lavare” – “pulire”… una vera e propria abluzione avente quale scopo l’idea di eliminare ciò che è impuro e sporco –in senso lato e spirituale- così da rendere possibile il contatto con il sacro.

Il termine “purificazione” ha spesso implicito il sintagma “purificazione attraverso [un qualcosa]”. Qui abbiamo parlato dell’elemento Acqua ma, volendo, il ripulire è riconducibile ai restanti tre elementi classici con variazioni e significati degni di nota. Se l’Acqua è “purificatrice” in senso esteso e generale, Terra, Aria e Fuoco, si adoperano a questa azione con specificità del tutto peculiari. La Terra, ad esempio, purifica azzerando quanto di “aggiunto” alla fisicità stessa, come memorie, utilizzi e vissuti; il Fuoco, viceversa, consuma la materialità lasciandola alla sua sostanza primordiale (pensate a quanta poca cenere resti di un enorme tronco bruciato). L’Aria, invece, senza toccare la materia, agisce sul pensiero così come un profumo o un incenso. In buona sostanza, rispetto al purificare, ogni elemento agisce in modo differente declinando in modi specifici quanto già in potenza nell’Acqua che resta somma agente di codesta funzione.

Hervé Maneglier nella sua “Storia dell’Acqua”, distinse quattro fasi del rapporto dell’uomo con l’acqua: primaria, ovvero delle acque lustrali (di purificazione) poi, secondaria, del loro addomesticamento per l’irrigazione, la terziaria dove i pozzi ad uso familiare prevalsero sugli acquedotti (si pensi a quelli di epoca romana) e, infine, quaternaria, la nostra. E’ interessante notare che, nella prima fase, nonostante l’ovvietà delle esigenze di ordine pratico che doveva sperimentare la nostra specie, l’acqua venne immediatamente sacralizzata, divenendo per l’appunto oggetto di venerazione a tal punto che, nel suo non avere originariamente divinità specifiche, andò a partecipare -con legami profondi e spesso inspiegabili- al nascere di tutti i culti naturali ed alla quasi totalità delle divinità successive identificate a loro presidio (almeno in ambito mediterraneo). Anche nelle epoche più antiche, assistiamo ad uno sviluppo e graduale mutarsi dei Culti legati all’acqua, dalla primeva venerazione per le acque sotterranee nelle grotte durante l’Eneolitico, a quelle sorgive e correnti nonché dei pozzi dell’Età del Bronzo. Ricordiamo al proposito le “pocce lattaie” o “latti di grotta”, ovvero le fonti galattofore, acque carsiche bianche e lattiginose per il via dei Sali e dei carbonati ivi disciolti di cui si hanno attestazioni di culto mai del tutto scomparse per l’ovvio legame simpatico con il latte materno. L’età del bronzo, che vide gradualmente passare in secondo piano questa declinazione dell’acqua sacra (dalle grotte ai pozzi e sorgenti), è un’epoca che vede grandi migrazioni (in particolare l’arrivo delle popolazioni indoeuropee) che gradualmente modificarono l’approccio dell’uomo a tale sistema di venerazione. È con il declino dei culti idrici in grotta (molto duraturo e attestato fra il 3400 a.C. fino alla prima età del Bronzo) che inizia l’uso storico e protostorico del depositare oggetti (anche di valore) presso fonti, specchi d’acqua e pozzi. Cominciano dunque anche, parallelamente, ad essere costruiti veri e propri siti di culto, templi ante-litteram fra cui è necessario ricordare lo splendido Santuario Nuragico, cosiddetto di Santa Cristina, a Paulilatino (Oristano), le cui forme non possono che richiamare alla mente anche dell’osservatore meno smaliziato sia l’organo genitale femminile e sia quello più propriamente riproduttivo. L’Italia conserva importantissimi siti archeologici che attestano questi culti e, in particolare, la Sardegna è uno strabordante e sconfinato museo a cielo aperto che troppi studiosi, da troppo tempo, hanno ingiustamente sottovalutato o ignorato per motivi non sempre molto nobili… ma su questo non basterebbe un’intera enciclopedia per parlarne.

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Tornando a noi, i significati simbolici dell’acqua sono riducibili a tre tematiche fondamentali: è mezzo di purificazione, sorgente di vita e centro di rigenerazione. Ben note, anche, sono le associazioni fra culti delle acque e culti relativi alla salute e guarigione rinvenibili quasi in ogni regione italiana, ma archeologicamente pare siano successivi alla già menzionata funzione lustrale (vedremo meglio questo termine in seguito), ovvero sia: di purificazione. Data l’enorme complessità che l’acqua ha visto stratificarsi su di sé nei millenni, qui ci concentreremo sul suo “senso primo” o, perlomeno, su quello che originariamente vi videro i nostri antenati: perché laddove ci confrontiamo con la primordialità di un simbolo, squarciato il velo di ciò che ci sembra semplice e quasi scontato, non di rado si scoprono interessanti chiavi di lettura anche per le costellazioni di senso più articolate.

Partiamo così nel nostro viaggio cominciando dalla parola purificare e di come, questa, sia indissolubilmente legata all’acqua. Usualmente, pensando alla parola oggetto della nostra breve indagine, la mente si figura l’idea del “lavare” – “pulire” che, in ambito sacro, rimanda immediatamente all’esigenza di eliminare ciò che è impuro e sporco -in senso fisico e spirituale- così da rendere possibile il contatto con il sacro. Il senso e il simbolismo di questa pratica sono stati assorbiti dal cristianesimo che ne fa uso nel battesimo (alcuni sostengano sia la mimesi psicologicamente inconsapevole del parto) oppure durante la messa, all’offertorio e dopo l’atto della comunione durante il quale si purifica prima il calice con il vino e in seguito le dita con il vino e con acqua.

Anche il mondo islamico e induista danno particolare importanza a quest’atto. In realtà, come si è detto, il legame fra pulizia e sacralità è antichissimo ed attestabile in Asia e in Europa tra il 3000-2000 a.C..

Sono note, ad esempio, le vasche di purificazione pre-ariane della civiltà di Mohenjo-Daro (metà II millennio a.C.) e, sulle sponde del mediterraneo, lo ritroviamo già nell’impero Ittita dove, accanto alla parola šuppi-, che esprime la nozione di sacro, vi era parkui-, ovvero la pulizia materiale necessaria affinché un oggetto o una persona potessero essere, appunto, šuppi-.

Nell’antico Egitto, addirittura, il geroglifico per identificare il sacerdote, era traducibile come ‘colui che purifica’ o ‘prete puro’, ed era composto da simboli chiarificatori perfino per l’occhio moderno:

In realtà, il legame fra pulizia e sacralità è antichissimo ed attestabile in Asia e in Europa tra il 3000-2000 a.C.. Sono note le vasche di purificazione pre-ariane della civiltà di Mohenjo-Daro (2500 a.C. circa) e, sulle sponde del mediterraneo, lo ritroviamo già nell’impero ittita dove, accanto alla parola šuppi-, che esprime la nozione di sacro, vi era parkui-, ovvero la pulizia materiale necessaria affinché un oggetto o una persona potessero essere šuppi-.

Questi simboli passano poi attraverso la civiltà micenea e greca; ad esempio, sono noti i catini lustrali nella città di Cnosso, così come i bagni di purificazione che precedevano i Misteri Eleusini. Anche gli antichi romani, non erano indifferenti alla tematica che sintetizzavano con gli aggettivi castus et puros che valevano per indicare una purezza morale e fisica in senso lato così com’era già per i Greci quando, con il termine hagnos, usavano riferirsi a quel senso di purezza con cui l’uomo deve accostarsi agli Dèi. Prima ancora che qualità proprie della persona, con questi termini si vuole piuttosto indicare un atteggiamento.

Nell’antico Egitto, addirittura, il geroglifico per identificare il sacerdote, era traducibile come ‘colui che purifica’ o ‘prete puro’, ed era composto da simboli chiarificatori perfino per l’occhio moderno:

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Una brocca da cui è versata dell’acqua sopra una gamba (parte anatomica che rappresenta spesso l’agire), tre linee ondulate a simboleggiare l’acqua in senso lato ed un uomo seduto: nell’acqua, tutto si ‘scioglie’, qualsiasi ‘storia’ è abolita, tutto può rigenerarsi. Questi simboli passano poi attraverso alla civiltà micenea e greca; ad esempio, sono noti i catini lustrali nella città di Cnosso, così come i bagni di purificazione che precedevano i Misteri Eleusini.

Per chiarire, quest’idea è la medesima che spiega l’immersione ed il lavaggio delle statue-simulacro degli Dèi in larga parte del mondo antico (usanza che ancora oggi è rinvenibile come tradizione popolare riguardo alle statue di alcune Madonne, ad esempio presso Santa Maria del Taro, nella provincia di Parma). Al riguardo, ci viene in aiuto Mircea Eliade quando, nel suo “Trattato di Storia delle Religioni”, spiega: «Quale che sia il complesso religioso nel quale appaiono, la funzione delle acque si manifesta sempre la stessa: disintegrano, aboliscono le forme, lavano i peccati, purificano e insieme rigenerano».

Anche gli antichi romani non erano indifferenti alla tematica del “puro”, che sintetizzavano con gli aggettivi castus et puros che valevano per indicare una purezza morale e fisica in senso lato così com’era già per i Greci quando, con il termine hagnos, usavano riferirsi a quel senso di limpidezza con cui l’uomo deve accostarsi agli Dèi. Prima ancora che qualità proprie della persona, con questi termini si voleva piuttosto indicare un atteggiamento; Cicerone diceva che «tutto è pieno di spirito divino e di senso eterno, di conseguenza le anime degli uomini sono mosse dalla loro comunità d’essenza con le anime degli Dei» e come parteciparvi se non “lavati”?

In epoca classica e storica, l’Acqua si specifica divenendo ‘lustrale’, ossia usata nelle lustrazioni (con la quale gli antichi greci e romani aspergevano la vittima destinata al sacrificio per purificarla), ma solo per recuperare in realtà un significato che, l’abbiamo visto, era presente da molto prima.

Allo stesso modo, giunse poi il cristianesimo che, portatore di una visione incisivamente maschile e fallocentrica, aveva già operato una profonda ‘giravolta’ semantica legando “ogni cosa buona e giusta” a principi spiccatamente non femminili (con eccezioni più o meno velate notoriamente legate al culto della Madonna). Le grotte passarono così dall’essere luoghi sacri dal potere rigenerativo e ctonio all’essere spazi pericolosi, connessi all’inferno e meritevoli di attenta sorveglianza così come, in fondo, finì per accadere ad ogni potere naturale specie se direttamente riconducibile al femminino. Da qui, dunque, San Michele Arcangelo posto in prossimità ti tante cavità naturali ed il suo appellativo, fra gli altri, di “principe delle acque”. Un interessante studio di Salvatore Bianco, ci informa ad esempio che “In numerose grotte, spesso sede di rinvenimenti archeologici pre-protostorici, l’Angelo, vincente sul male e guida delle anime verso il disegno divino, diviene anche taumaturgo attraverso le abluzioni con le acque miracolose. Una simile valenza iatrica dell’Arcangelo si evidenzia nell’uso delle acque da parte dei pellegrini in tantissime grotte-santuario come Monte S. Angelo sul Gargano, la Grotta di Pertosa o la Grotta di S. Angelo di S. Chirico Raparo al di sotto della nota abbazia medievale. La grotta, frequentata sicuramente in età protostorica, presenta attestazioni di un uso taumaturgico e terapeutico dell’acqua attraverso la pratica incubatorio. Nel Medioevo alcune vasche naturali sono state adattate per la raccolta delle acque di stillicidio, dove probabilmente si svolgeva il rituale iatrico che consisteva nell’immersione dei pellegrini nell’acqua miracolosa della cosiddetta «culla di S.Angelo»”. Alcuni rituali e simbolismi, quindi, restarono e restano inestirpabili: alle antiche conoscenze e credenze vennero così preposti angeli, madonne di varia natura e santi ma, l’acqua, rimase strumento primo di purificazione e di rinnovamento. Lo dicevamo fin dal principio: battesimo, abluzioni o anche solo il ‘segno della croce’ dopo aver intinto il dito nell’acquasantiera, non furono che una traslazione di vissuti ed esperienze del sacro assai più antichi. Quando vi lavate le mani, pensateci, perché al di là dell’azione strettamente pratica, state replicando uno dei rituali più antichi mai compiuto dagli esseri umani. Spesso, i significati più profondi della vita sono nascosti agli occhi profani per la loro apparente semplicità e banalità: così è per l’Acqua.

Così, anche l’uso Wicca del purificare con acqua e sale, non di rado considerato un poco ‘banale’ (quando non deriso da altre tradizioni con forti connotazioni cerimoniali quando, a piedi pari, non ne colgono il senso cabalistico) affonda -in realtà- le proprie radici nelle gestualità rituali più arcaiche.

Ovviamente, l’efficacia della purificazione, non si deve tanto ai materiali usati quanto, piuttosto ,al lavoro energetico ed al significato simbolico che viene coscientemente attivato da chi la opera.

In questo mese, dunque, al di là delle nostre celebrazioni, è forse utile riflettere su questa parola che diamo spesso per scontata: purificazione. Sia “interiore” e sia “esteriore”.

Quindi, oltre a cogliere l’occasione per lavorare su di noi, questo periodo è senz’altro il migliore per farne una esperienza concreta “pulendo” i nostri spazi rituali, gli altari e gli oggetti che ospitano nonché per purificare e preparare le candele che utilizzeremo nei prossimi mesi…

In fondo, queste pulizie, non sono forse un modo di ritualizzare ciò che vorremmo fare riguardo alla nostra interiorità?

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