Sul “purificare”: senso e significato

Com’è noto, fra il 1° e 2° giorno di Febbraio, punto mediano tra il solstizio d’inverno e l’equinozio di primavera, cade Imbolc, festività legata -fra le tante altre sue sfaccettature- alla luce, alla fertilità (con un forte riferimento all’ovinicoltura, visto che in questo periodo nascono gli agnelli), ed anche, a guarigione e purificazione. In questo Sabba, molte congreghe Wicca dedicano le proprie celebrazioni a Brigid, certamente una fra le dee più importanti di tutta la mitologia celtica.

Noi, rispettando la nostra consuetudine, resteremo invece nella ambito delle tradizioni italiche e romane che, al di là delle ovvie differenze rispetto all’ambito celtico, non se discosta così marcatamente come si potrebbe pensare per quanto riguarda il dato simbolico della ricorrenza. Infatti, in tutta la nostra penisola, Febbraio era il mese della luce e della purificazione per eccellenza. Il collegamento fra questo mese e la purificazione (e come si sostanziasse in diverse usanze e culti) è ben spiegato da Valentina Minoglio Gianoncelli in un bell’articolo di qualche tempo fa su Giunone Februa e in un nostro pezzo sui Lupercalia.

Oggi è disponibile in rete una grande quantità di informazioni sulle festività pagane e neo-pagane dei prossimi giorni, così, qui, desideriamo invece approfondire un poco il senso del termine “purificare” e come si inserisca nell’agire rituale (ne abbiamo parlato anche in questo articolo).

Usualmente, pensando alla parola oggetto della nostra breve indagine, la nostra mente si figura immediatamente l’idea del “lavare” – “pulire”… una vera e propria abluzione avente quale scopo l’idea di eliminare ciò che è impuro e sporco –in senso lato e spirituale- così da rendere possibile il contatto con il sacro.

Il senso e il simbolismo di questa pratica è stato assorbito dal cristianesimo che ne fa uso prima della messa, all’offertorio e dopo l’atto della comunione durante il quale si purifica prima il calice con il vino e in seguito le dita con il vino e con acqua. Anche il mondo islamico e induista danno particolare importanza a quest’atto.

In realtà, il legame fra pulizia e sacralità è antichissimo ed attestabile in Asia e in Europa tra il 3000-2000 a.C.. Sono note le vasche di purificazione pre-ariane della civiltà di Mohenjo-Daro (2500 a.C. circa) e, sulle sponde del mediterraneo, lo ritroviamo già nell’impero ittita dove, accanto alla parola šuppi-, che esprime la nozione di sacro, vi era parkui-, ovvero la pulizia materiale necessaria affinché un oggetto o una persona potessero essere šuppi-.

Questi simboli passano poi attraverso la civiltà micenea e greca; ad esempio, sono noti i catini lustrali nella città di Cnosso, così come i bagni di purificazione che precedevano i Misteri Eleusini. Anche gli antichi romani, non erano indifferenti alla tematica che sintetizzavano con gli aggettivi castus et puros che valevano per indicare una purezza morale e fisica in senso lato così com’era già per i Greci quando, con il termine hagnos, usavano riferirsi a quel senso di purezza con cui l’uomo deve accostarsi agli Dèi. Prima ancora che qualità proprie della persona, con questi termini si vuole piuttosto indicare un atteggiamento.

Nell’antico Egitto, addirittura, il geroglifico per identificare il sacerdote, era traducibile come ‘colui che purifica’ o ‘prete puro’, ed era composto da simboli chiarificatori perfino per l’occhio moderno:

geroglifico prete

Una brocca da cui è versata acqua (la gamba rappresenta spesso l’agire in senso lato), tre linee ondulate a simboleggiare l’acqua ed un uomo seduto: nell’acqua, tutto si ‘scioglie’, qualsiasi ‘storia’ è abolita, tutto può rigenerarsi; per chiarire, quest’idea è la medesima che spiega l’immersione delle statue di Dèi in uso nel mondo antico.

«Quale che sia il complesso religioso nel quale appaiono, la funzione delle acque si manifesta sempre la stessa: disintegrano, aboliscono le forme, lavano i peccati, purificano e insieme rigenerano[1]».

Alla purificazione per tramite dell’acqua si aggiunge quella operata dal fuoco (che, parimenti, “lava” bruciando) e della luce, espressione immateriale del fuoco solare (o lunare). Ritroviamo questo simbolo anche nella Candelora (che ha, come al solito, origini pre-cristiane) e nelle torce o ceri che nei primi giorni di Febbraio solevano essere portati in processione nelle città; nelle campagne del parmense, fino alla prima metà del ‘900 era in uso correre sotto gli alberi da frutto con le torce accese e, lo scopo, era ed è esattamente questo: purificare affinché l’inizio della primavera possa sbocciare nel migliore e più favorevole dei contesti.

Questa “pulizia” non è portata solo dall’acqua e dal fuoco, infatti, ognuno dei quattro elementi (terra, aria, fuoco, acqua), si presta ad essere agente di purificazione; ad esempio, si pensi all’uso dell’incenso (aria), o di seppellire (terra) per una lunazione gli oggetti da mondare.

Così, anche l’uso Wicca del purificare con acqua e sale, non di rado considerato un poco ‘banale’ (quando non deriso da altre tradizioni con forti connotazioni cerimoniali) affonda -in realtà- le proprie radici nelle gestualità rituali più arcaiche.

Ovviamente, l’efficacia della purificazione, non si deve tanto ai materiali usati quanto, piuttosto ,al lavoro energetico ed al significato simbolico che viene coscientemente attivato da chi la opera.

In questo mese, dunque, al di là delle nostre celebrazioni, è forse utile riflettere su questa parola che diamo spesso per scontata: purificazione. Sia “interiore” e sia “esteriore”.

Quindi, oltre a cogliere l’occasione per lavorare su di noi, questo periodo è senz’altro il migliore per farne una esperienza concreta “pulendo” i nostri spazi rituali, gli altari e gli oggetti che ospitano nonché per purificare e preparare le candele che utilizzeremo nei prossimi mesi…

In fondo, queste pulizie, non sono forse un modo di ritualizzare ciò che vorremmo fare riguardo alla nostra interiorità?

…su quest’ultimo punto, ed in particolare sulla purificazione delle candele, verterà il nostro prossimo articolo: stay tuned!

[1] Trattato di Storia delle Religioni, Mircea Eliade

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